La tana del drugo,che ha fiducia nell’amore ma non tanta da prestargli i soldi,felicemente pessimista dal’96, sornione per indole, teoreta per puntiglio, sfaccendato di professione,di sana e robusta disperazione, quando ci si mette dà un tono all’ambiente
Ecco dunque lo specchio fedele del drugo,che dopo esservisi visto non si riconobbe,si chiese in cagnesco cosa avesse da guardare,fino a sfidarsi a singolar tenzone..fortunatamente giunto sul luogo fissato non si presentò,e poté rincasare vincitore.
drugo1983, nel mondo reale Publio Eugenio Sforza Visconti o roba del genere
Giocare, pisolare, stupire, sobillare, le birre luppolate e i vini forti, la creatività, schiamazzi e birbanterie, pensieri e parole, cose e collinette, le cose fatte in casa, la sobrietà, i film intelligenti, quelli meno intelligenti, l'allegria dirompente, le allegorie, le dune, il mito, lo sghignazzo, le battute scorrette, parodie, satire, caricature e sberleffi, le atmosfere, i colpi di fortuna, una pipa, l'ultima sigaretta, la compiutezza e l'incompiutezza, indagare, sbirciare, gli atti di terrorismo alle moralucce, i paradossi, l'altra via, il succo di frutta, il reale, l'irreale e il surreale, gli sguardi belli profondi, le esperienze strambe, le esperienze normali, passeggiare, capire, le cose nuove, quelle vecchie, le arguzie, le fotografie, gli scacchi, la grecità, i contrasti armoniosi, il classicismo, l'avanguardia, il buon vino, il divino, il profano e il divano, chi mi sorride, la musica sacra, fare strike di birilli e di persone che ostacolano l'uscita dal vagone della metro, le piccole malefiche sottigliezze, infastidire gli idioti, il forbito quando spontaneo, la rozzezza come guerra al radicalscicchismo, la proprietà di linguaggio, le parafrasi all'impronta, l'etimologia, la filologia ma senza abusarne, i dialetti, la solarità, la lucidità, il nitore, le ombrosità, il chiaroscurale, gli sbadigli e gli sternuti fragorosissimi, vincere e stravincere sugli antipatici, le belle ragazze che prendono il 3, le occasioni, un bel culo che ci sta sempre bene come l'acqua fresca, simpatia o empatia, demistificare, ribaltare, rovesci e acquazzoni, disegnini, ethos, ricordi, il latte di mandorle, lo sproposito, mi piace il caffè, i modelli, il crollo dei modelli, le persone passionali. Amo sentirmi rilassato fra mezzo la gente, la polifonia, infervorarmi, l'antichità, scherzarci sopra, il paradosso, il dissacratorio, gli etruschi, i documentari, mi piace sentirmi amato dal mondo, essere ricordato, essere capito. I formaggi incazzosissimi, espellere debolezza e lasciare la porta aperta, i piccoli espropri proletari. Ancora il canto, la persistenza retinea dell'immagine, le belle scelte, le battute scorrette, gli a priori e pure a posteriori, le tette gigantesche, sperperare in allegria, i pergolati, i chiostri, i profumi, gli attici di Roma, le scogliere, la voce, i paesini austeri, le rocche, Calvin and Hobbes, B.C., il grottesco, l'equilibrio, il medioevo, le rinascenze, dormire, sbirciare, competizioni di rutti, le arie, gli spuntini notturni, le vie deserte, il Barocco, l'idromassaggio mentre leggo, comporre in versi, la fisica teorica, le stelle, la poesia, l'insalata, l'antimateria. Adoro le persone che hanno qualcosa di interessante da dire, ma senza saccenza cavolo, anche quelle che sanno tacere con stile, amo la Sardegna, mari in tempesta e onde giganti, l'impero latino d'oriente, il maestrale e la tramontana, il volgare, il barbaro, l'orfico, amo bere in compagnia, amo i seni generosi e abbondanti, amo i miei amici, i miei genitori, me stesso, mia nonna e il mio pianoforte sedotto e abbandonato, il freddo di inverno col sole luminoso, Charlie Brown, Dylan Dog, la capacità di analisi e (a volte) autoanalisi, altre doti. Amo, stimo e sono riconoscente verso chi mi fa ridere, mi alleggerisce e mi trascina, mi sento bene quando mi rendo conto che sono vivo, amo la profondità marina, scavare nuove vie, l'ubriachezza compagnona, le maschere, i soffitti antichi, imparare cose nuove, De André e Paolo Conte, i misteri e le magie della lingua, le eredità, la muse, le armature, gli scorci, l'originalità spontanea, l'umorismo raffinato, insieme a quello greve e rozzo, amo la fantasia all'opera che punzecchia ed obbliga alla vita!
Punti di vista...
no bueno señor!
Le rispostacce, i bagni tutti pisciati, le persone banali, aggressive, arroganti, depresse fracassapalle, la bresaola, quelli che danno troppa confidenza, quelli che non sanno darla, chi non sa ridere, i profondismi, seriosità e sussiego fuori posto, le uscite qualunquiste, la conseguente incomunicabilità, le buche, i ritardatari (ci sono anche io in mezzo), poi odio gli antifurti e i clacson che suonano, e qualunque altro frastuono che non rispetti l'esigenza di silenzio. Odio i luoghi troppo affollati o comuni, sporchi o puzzolenti, chi li rende tali, le piccole ingiustizie quotidiane, l'appiccicume, lo Scirocco, la vecchiaia, i capricci, la modestia, gli egotismi, le incomprensioni, i clichès, chi ne è schiavo, perdere a scacchi, il ritorno delle spiritualità orientaleggianti-paganeggianti new age facilone, chi le professa, i senza dubbi, l'ignoranza, i ciarlatani, chi dice "a mio parere" "bontà sua" e simili, la pasta scotta, la noia paresi, la cattiva digestione, il sedano, le mistificazioni, essere a disagio, l'ingiusto ostracismo verso canditi e uvette, le fucine tontologiche, il mio rapporto conflittuale con gli ombrelli, odio i sedicenti artisti, i detentori di verità, chi si identifica senza identità. Odio il 99,9% della produzione di scrittori improvvisati, odio perdere le cose o i ricordi, non suscitare interesse, le creme per il sole.. ah già, odio i mezzi pubblici, le maldicenze, le persone che puzzano e infestano l'ambiente comune, perdere misteriosamente i miei vestiti, detesto il cappuccino tiepido che poi mi cago addosso, chi rompe i silenzi perché non sa sopportarli con strambi muggiti. Detesto essere svegliato dal telefono, il traffico, i violenti e gli iracondi, chi parla di sé in terza persona, i ceci, l'acqua liscia, i freddolosi rompiballe, il caldo torrido, le occhiaie, gli smielati, il cielo color mercurio, il mal di testa , il concerto del 1 maggio, i suoi frequentatori, i discorsi dei politici, l'inciviltà, le meduse che fanno "splash" sulla schiena, chi si vanta di non guardare la tv, l'ottusaggine nelle sue varie forme (comprese le mie)... aah, poi detesto da morire le prepotenze in macchina. Come non citare i bigotti, o chi ostenta la propria sessualità definendosi disinibito (l'orgia del potere). Poi odio quelli che vedono le cose meno complesse di quanto non siano, e magari danno del complicato a me! L'indiscrezione senza professionalità, quelli che complicano le cose semplici, odio gli esibizionisti senza misura, postmoderno e dintorni, la non cultura industriale virus serializzato, gli snob, gli smorfiosi gne gne gne. La gente senza il senso dell'ironia (e dell' autoironia.. di quella non ne parliamo proprio!), gli affetti da ninfomania o satiriasi, comportamenti affettati e chi non sa smetterli mai, che ansia. Odio lo strano e l'eccesso a tutti i costi e la banalità sovrana. Odio e mi rattristo coi cervelli in poltiglia, col berlusconismo e i suoi seguaci, l'immoralità, le furberie, il cinismo agghiacciante, gli ossequiosi, detesto le femmine che vogliono fare i maschi, il cattolicesimo, l'ultracapitalismo cannibale, gli stereotipi viventi, le formalità raggelanti, la gente che perde la dignità, la speranza o la sensibilità, l'umanità, ed a volte odio me stesso e tutte le mie pigrizie e mediocrità.
Felicemente pessimista dal '96
Offese d'altri tempi! (rubrica in continuo aggiornamento)
wolfgangamadeusmozart fabrizio de andré marco beasley e guido morini guillaume de machaut paolo conte john belushi dioniso e michelangelo merisi (caravaggio) joel e ethan coen paolo uccello calvin e hobbes roland barthes jim carrey robert (bobby) fischer paolo villaggio hieronymus bosch roberto benigni e massimo troisi leonardo da vinci corrado guzzanti dante alighieri e publio virgilio marone groucho marx woody allen bertold brecht stewie griffin ludovico ariosto jorge luis borges homer jay simpson omero bela bartòk andrea mantegna giacomo leopardi vittorio gassman guillaume dufay woodstock philippe daverio antonio rezza alberto savinio albert camus pierre attaignant friedrich wilhelm nietzsche saint seiya josquin desprez b.c. simonide di ceos dino campana francesco muzzioli enrico la talpa walter benjamin zorzi da vedelago (giorgione) torquato tasso rino gaetano paolo poli francesco petrarca gorgia da lentini max gazzè Albrecht Dürer dottor zoidberg johann sebastian bach antonio albanese eugenio montale il mago wiz
Et eunt homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et oceani ambitum et giros siderum, et relinquunt se ipsos.
Agostino
attitudine o abitudine?
1. posso ingurgitare cibi o bevande a temperature che sfiorano la fusione del contenitore stesso 2. il copricapo è un indumento essenziale. Quanto le mutande. Fate un po' voi l'equazione... 3. quando leggo scarabocchio con enfasi e trasporto tutti i libri 4. posso scrocchiare orrendamente ogni articolazione del mio corpo... Ah non e' sexy? ma come!? 5. se entro in vasca da bagno con un libro, e tu devi fare pipi', fai prima a scendere al bar
Io volentieri a coloro che sanno parlo, a coloro che non sanno mi nascondo. Oppure parlo lo stesso, ma finisce a bestemmie.
Eschilo
conformismo senza alibi
1. Calcio - Roma - Partite - Romanews - Marione - Crepacuore - Strepitare 2. a noi ce piace de magna' e beve, e nun ce piace de lavora' 3. vino e birra, spesso e tanto. Seguo un severo regime alcolico 4. l'estate c'è la Sardegna. Punto. 5. ...e un figone resta sempre un'attrazione, che va bene per sinistra o destra, uo'! uo'!
Questa piccola riflessione mi è venuta per caso poco fa.
Mentre facevo il the mi è caduto l’occhio, fra il cicaleccio generale, su
quello di una mia conoscente, riguardo la propria sbornia della sera precedente
e i relativi postumi. Mentre leggevo ho avuto quasi un moto di sdegno, e immediatamente mi è tornata
alla mente una scena che, credo, sia vecchia di qualche anno, non meno di quattro,
forse più. Mi era venuta a prendere sotto casa per andare a mangiare qualcosa
con altri amici, ed io ero ancora tutto impegnato in una acerba lotta contro i
postumi della sera precedente, che mi dovevano aver fatto davvero a fette,
essendo qualcosa come le otto di sera. Beh, ciò che ricordo è l’imbarazzo di sentire addosso il suo sguardo giudicante,
come se quella condizione vagamente impresentabile fosse davvero un’onta. Ed
io, che quella ragazza poco o nulla la conoscevo, e tanto ne ero invaghito, in
quel momento, sotto quel peso insostenibile, non avevo nemmeno il coraggio di
guardarla negli occhi, per la ragione fisica di celare le occhiaie, e quella
morale di schermire la vista. Anni più tardi, stamattina, dopo un evidente e lungo corso di singlitudine, le
cose sono cambiate.
Il solletico al mio naso di sniffatore di realtà sotterranee, era in realtà
scattato già qualche sera fa… precisamente poco dopo aver scritto l’ultima
pagina di diario, mi ritrovai ad uscire (per una pura coincidenza) con la mia
coinquilina e i suoi gentili amici. Ora: la mia coinquilina beve come una macina inarrestabile. Ne avevo sempre
avuto il sentore, poi le prove, infine la conferma. Nella fattispecie, parlando
con la sua amica e confidente, mi è stato riferito al suo proposito: “sai, lei
era fidanzata con quel ragazzo da sette anni, dovevano sposarsi di lì a poco,
ma lui l’ha lasciata perché si è scoperto gay… Infatti lei beve molto”. Quell’ “infatti”
sul momento mi aveva stuzzicato, ma siccome stavo bevendo anche io, e visto che
– come si evince - si beve per dimenticare, poi me l’ero dimenticato. Fino a
stamattina. In effetti però non mi interessa trarre ulteriori considerazioni da questa
vicenda, perché oltre ad essere piuttosto scontate, sono anche decisamente
patetiche. Io mi tengo la mia coerenza, che affonda le radici nei bagordi e nei
vinacci delle fraschette, nella porchetta volante, nelle diecimilalire blu, quando
addirittura le fotografie erano roba rara. Si faceva baldoria per il gusto puro
di fare baldoria, senza documenti, rendiconti, e filologia.
In realtà quello che vengo a scrivere è una cosa del tutto diversa, ma connessa
all’argomento precedente dal labile filo della famigerata coinquilina beona,
che mi definì easy going… ed è una ammissione quella che vengo a fare, una
rettifica, una ammenda che mi tocca, per una immagine di me forse stereotipata,
senza sfumature, banale, sciocca, cristallizzata, semplificata, e furbescamente
gradevole che ho involontariamente dato di me. Non volevo raccontarmela giuro,
né darla a bere ad alcun lettore (me compreso), né poi avevo in animo di dire
grandi verità… in quel momento ero interessato solo a rendere quella che è una
considerazione diffusa riguardo me, da persone che probabilmente hanno un
occhio – loro sì – poco accorto o tendente al banale. Non volevo dire una
verità assoluta insomma, solo la verità percepita… ma questo non era chiaro.
Dunque seppure si può parlare della propria vita, non si può mai descrivere la
propria essenza: c’è bisogno sempre di uno specchio per potersi guardare. Gli
scrittori veri lo specchio lo creano dalla vita, tramutandosi in arte, e
vagando all’esterno di sé, camuffandosi, sdoppiandosi e ricreandosi fra
personaggi, indoli, ideologie ed epoche. Io che invece romanziere non sono (non
per modestia, proprio non mi ci sento), riporto parole realmente altrui, parole
di chi mi conosce meglio, e quando non è troppo preso da sé medesimo riesce ad
avere una lucidità di analisi che, stamattina, mi ha spiazzato, anzi direi
messo alle corde, e fatto sentire in dovere di questa rettifica. Non concordo
su tutto, alcune cose le limerei, poche non le sento, quasi tutte le riconosco
mie.
“Dunque te dici che lì a NY ti vedono easy going e che, cmq.te, con tutta la distanza che sottolinei tra te e loro, sei visto in
generale docile e allegro etc... invece io non ti vedo né docile né allegro. O meglio, di momenti di docilità e
di allegria ne hai, e molti, certo, ma quelli, in te, sono un bisogno e
un'aspirazione. Non un tratto tuo. So bene che non sei un litigioso iracondo e
vendicativo, né un uggioso rompipalle che si aggrega ai gruppi senza dare linfa
vitale. Figuriamoci!! E tuttavia, sulla ''docilità'' (attitudine a lasciarsi
ammaestrare) non conosco nessuno spigoloso quanto te sia in senso stretto
(sempre autonomo e polemico) sia in senso fisico (restìo, fin dai dieci anni,
alle carezze in testa). E questa caratteristica tua la considero piuttosto una
forza che altro. Ma non direi che tu penda verso la docilità. E, anche volendo
spostarci verso l'ambito insofferenza-tolleranza, non direi che sei paziente
come un fachiro: conosci bene e vivi tutte le note chiamate Insofferenza
smania irrequietezza nervosismo irritabilità […]. Anche riguardo all'allegria
c'è un distinguo molto significativo da fare: l'allegria tua, è un impasto di
mille energie di colori e tratti assai compositi: è un'allegria in cui c'è
tutto dentro: vitalità, creatività; offerta di solidarietà richiesta della
stessa; speranza; disperazione; coraggio; paura, generosità verso gli
altri, bisogno degli altri; timidezza-pudore; baldanza-sfrontatezza e potrei
continuare veramente all'infinito.”
Vero, tutto vero, quasi del tutto vero. C’è un solo aspetto
che il mio caro papà non ha considerato, ed è la dinamicità della verità, sotto
forma di legge di Heisemberg: l’osservazione e lo studio del fenomeno influenza
e modifica il fenomeno stesso: la ribellione, la battaglia, lo spirito di
Polemos, cresce e divampa molto più nei rapporti di figliolanza, insorge verso
l’autorità familiare in generale, e paterna in particolare. Quindi tutto verissimo,
ma quando poi sono in altre situazioni da me scelte, par inter pares, Polemos
recede, e vince Eros. L’insofferenza cede il passo alla tolleranza, l’irrequietezza
alla calma, la disperazione al coraggio, il nervosismo alla serenità.
Quindi ecco, contro ogni sciocco riduzionismo o peggio idealizzazione, mi
sembrava giusta questa ammissione di anima dialettica… anche perché la sento
continuamente la lotta fra i due poli, la sintesi mai pacifica, sempre in
rivolta e in alleanze momentanee e improbabili, e poi nuovamente intestinamente
discordi.
Detto ciò non è che si litighi quasi mai io e mio padre, anzi! Siamo piuttosto
sempre stati gatto e volpe… però essendo lui un misantropo con poche occasioni
di dialogo se non con se stesso, e dunque per indole e abitudine non un grande
ascoltatore, mi piace obbligarlo sempre al confronto e perché no, allo scontro
(di idee sempre si tratta). Questo “esercizio” mio, questa mia condizione,
relativizzano, ma non smentiscono tutte
le sue osservazioni, che restano giuste e scoperchiano un vaso di Pandora fatto
di ossimori, che vivono e combattono e si agitano dentro di me, come poi credo,
con misure e misture, quantità e qualità diverse, dentro quasi tutti, suvvia.
La differenza principale. No, una delle più grandi differenze. Nemmeno. Una delle più tangibili differenze (ecco) fra me e gli americani è questa. Io
esco in un bar (che qui sarebbe a dire un qualsiasi locale serale, a differenza
del caffè – anzi cafè – che è il bar), e dicevo sto in questo bar, mi faccio
dare la lista del vino, o insomma chiedo che vini hanno, pure alla mescita. Al che solitamente mi tocca
bestemmiare:
- Excuse, how muchi s for a glass of wine? - Twelve dollar - no, not a glass of gold, just wine!
Quindi tanto vale prendere una bottiglia in due no? ma certo. Dunque
dicevo guardo la lista, mi prendo uno che potrebbe pure non essere totalmente
ributtante. Me lo bevo col mio amico o la mia amica, e dopo mezz’ora parliamo
di filosofia e politica. Dopo un’oretta si parla di vecchi ricordi e cari
amici, e dopo due ore magari si ciancia delle porcate, e si ride con le
guanciotte belle rosse. Invece gli americani arrivano al bancone (che si chiama bar pure lui) e
ordinano ducento shot di tequila, pagano con la carta di credito, e
tendenzialmente dopo mezz’ora ballano tutti nudi. Dopo un’ora hanno trovato il
compagno o la compagna con cui limonare per un po’ di tempo, e dopo due ore
cascano mezzi svenuti per terra, o meglio per piscio, nei bagni del locale (che
qui si chiama bar, come detto). Ora questo è molto poco compatibile col mio modo di essere, che è anche molto
baccanalico, ma è anche precedentemente e imprescindibilmente riflessivo.
Insomma io non riesco a saltare a piè pari il trampolino di lancio, anche perché
poi spesso la discesa per il trampolino è la parte più interessante.
Mi piace, o meglio proprio non resisto, a fare piccole uscite che – trovando un
anima affine – potrebbero rimandare un piccolo frammento della mia immagine,
tipo “Ah, ma quindi il Superbowl non è il superbowling?”, ma non ci può essere
sintonia tra chi c’ha gli occhi storti dai margaritas e chi le guance arrossate
da un cabernet. (ndr non è che mi piaccia il cabernet, è che si trova più
spesso della barbera). La comunicazione latita per la stessa ragione naturale che distanzia uno
strafatto di coca e uno che si stordisce d’erba. Nelle cose apparentemente più
prossime c’è una sfumatura che si amplia a dismisura.
Così quando la mia coinquilina, la più in gamba e grande delle tre, quella che
studia letteratura latina, pensa un po’, torna a casa e io le chiedo come sta,
lei mi risponde busy. Busy è una parola che come tutti saprete significa più o
meno affaccendato, impegnato, oberato di lavoro. La mia deformazione
professional-critico-interpretativa apre questa piccola frase leggendone il non
detto, che come dovremmo ormai sapere è spesso importante tanto quanto il
propriamente detto. In quel Busy c’è una informazione sottesa che potremmo così
tradurre e espandere: “alla tua domanda circa un mio status esistenziale, cui
potrei rispondere triste o felice, io oriento la risposta sull’ambito semantico
del lavorativo-produttivo, di modo che come terzo messaggio arrivi il fatto che
io, essendo molto busy, prima ancora di una qualunque tua richiesta, ti avrò fatto
capire che comunque non avrò tempo da dedicare a te, e te lo faccio capire
anticipando anche l’eventualità di una tua possibile richiesta del mio tempo o
della mia collaborazione, assicurandomi in una sola parola di aver anticipatamente
annullato qualunque possibilità di interazione fra noi”.
Ecco questa riduzione dell’essere al fare, o meglio questa fagocitazione dell’essere
nel fare, questo sacrificio dell’essere sull’altare del fare, è ciò che della
modernità mi dà maggiori problemi. C’è un buon esempio, che non scopro certo io, del biglietto da visita: tutti mi
guarderebbero come un pazzo, o quantomeno come uno strampalato, se io porgessi
un bigliettino con scritto Publio Eugenio Scorca, persona dal carattere docile
e allegro, esperto nell’ascoltare gli amici, gran parlatore e grande amante
della musica, tendente alla pigrizia”. Nessuno si stupisce nel trovare invece Paul Sandeman, Marketing consueling
advisor. Ma effettivamente questo non fornisce alcuna informazione sulla persona, ma
solo sul suo ruolo all’interno di un sistema di produzione. Se il nostro Paul cambiasse la propria occupazione, dovrebbe certamente rifare
i suoi biglietti da visita, cosa che io non farei.
Questa è, riassunta, la ragione che mi porta, di fronte alla odiosa e
borghesuccia e ipocrita e ben educata domanda: “Di cosa ti occupi?” a
rispondere: “principalmente della Roma, ma anche di tette”. Eccomi, sono un
terrorista, sono un incendiario, su questo ho le idee chiare.
New York: la città che non dorme mai. Questo è lo spot che sicuramente
conoscete tutti. E’ dovuto, per l’idea che mi sono fatto in questi mesi a un
paio di fattori: il primo è che la metro è aperta tutta la notte, il secondo è
che non dorme mai… perché lavora! New York è una specie di ultraMilano, dove la gente è capace di dirti senza
provare senso del ridicolo che purtroppo questo semestre non sarà disponibile
ad alcun incontro, perché molto indaffarata. Attenzione, non sto parlando di
donne, di storie, o di cose che presupporrebbero altri fattori di rifiuto (a
quel punto, ovviamente, comprensibili). Sto dicendo che una persona è capace di
dirti realmente a malincuore, e senza rendersi conto dell’assurdità della cosa,
che per il prossimo SEMESTRE sarà troppo impegnata per incontrarsi. Normalmente
per meritarsi un ostracismo simile bisogna fare alla persona qualcosa di molto
grave. In questo caso la grave afflizione che costringe la persona alla
chiusura dei suoi rapporti nei tuoi confronti si chiama “essere busy”.
Ora c’è da dire che io non solo mi considero, ma vengo generalmente considerato
anche dagli autoctoni una persona easy-going, che non mi viene al momento una
traduzione migliore, ma diciamo che è tipo uno che si adatta facilmente, che
dice di si senza problemi, flessibile e con il quale è facile andare d’accordo.
Questo mio essere easy-going fa si che io sia principalmente un casalingo: non
ho sentito rumore di aspirapolvere (eccetto quello da me stesso azionato) in
tre mesi. Ero stato avvertito del resto… Mi avevano detto che le americane erano tutte zozzone, ma io avevo subito
frainteso.
Ogni volta che sentono che sto facendo le pulizie, le mie coinquiline si
barricano prudentemente ciascuna in camera sua, restando in assoluto silenzio…
in attesa del momento opportuno per dileguarsi, fuggendo precipitosamente dalla
porta di sotto! Così magari capita che io spenga un attimo l’attrezzo, per tirarmi su con le
mani sui reni e bestemmiare un poco, e in quel momento senta provenire da sotto
un “Tluck!” sordo, seguito da un rumore di rapidi passi in allontanamento.
Ho ancora molti problemi con l’inglese, il ché talvolta ha esiti esilaranti;in generale le parole inglesi più
difficili da capire per me, sono quelle che usiamo sempre anche noi, ma con la
pronuncia nostra, per esempio qualche sera fa ero ad una festa al loft, e il
vecchio Tim mi fa:
- La vedi quella ragazza bionda, col vestito nero? - si! - Lei è una "scipa" - Eh!? - Una scipa! - Come!?!? - Una scipa! - E che vor di'? - Lei balla senza i vestiti - Ahhh... è una stripper! .... UNA STRIPPER!???
Cambiando capitolo, andare così lontano è un modo abbastanza sicuro per mettere
dei paletti su quelle che sono le proprie priorità nella propria vita. Non è –
e su questo sono sicuro – per snobismo intellettualistico che io guardo la
carriera come una volgarità, il denaro come una aspirazione perversa, e l’affermazione,
l’arrampicamento sociale (o culturale) come delle bassezze. Non è per questo. E
la ragione sta nel tramonto di S’archittu. Il tramonto in Sardegna è un piccolo momento rituale, che seguo tutti gli anni
fermando – in solitudine o in compagnia – qualunque attività. Capita che a
quell’ora, fra le otto e le nove, dipende dalla stagione, si stia reidratando
il nostro corpo con della birra, dopo la lunga giornata di mare. Io come tutti
ormai sapete sono sulla costa ovest, e quindi il sole va a tuffarsi nel mare proprio
di fronte a noi. Nelle ciarle che, facile, sono già un poco alterate dal bere,
o vanno alterandosi, il momento del tramonto ha quasi tutto del rito. Il rito
più antico di tutti, quello della morte e la rinascita del sole. Il nostro
parlare s’interrompe di getto, e tutti ci voltiamo, su suggerimento di qualcuno,
a contemplare quella sfera incandescente che va a spegnersi nel blu dell’orizzonte,
fra strepiti di rosso fuoco, giallo e arancio, che bruciano le nuvole. (Un’americanata,
si potrebbe dire). L’orario sensibilmente diverso quasi ogni giorno, ti ricorda l’incombere del
tempo che passa, il suo immemore spingerti verso la fine della vacanza, la fine
del mese; è metaforicamente la campana che ti ricorda, a fine giornata e prima
della folle notte, un’altra fine, direi più “definitiva”. Dunque questo tramontare del sole è facilmente approssimabile alla nostra morte,
che vediamo ripetersi nel quotidiano, nella stagione, eccetera… Pensiero della splendida fine di rosso vestita che incendia nuvole e onde, che
spinge verso una notte di festa, che sarà parole e confidenze, battute e
strepiti, canti e danze e forse anche amore.
Bene, questa dimensione poetica di pensiero sul ripetersi del tempo, di
contemplazione delle cose esteriori minime, del nostro tempo interiore,
corrispondente o meno a quello della natura, questi momenti lunghi e oziosi e
intensi di riflessione sullo scorrimento, microscopico, degli eventi, è la cosa
più totalmente, irreversibilmente, irrimediabilmente aliena a questa città,
società, tempo, era, cultura, geografia, ideologia, anime, corpi, e quanto più
ne hai mettine su. Il tramonto in Sardegna è una priorità senza prezzo che nessun miraggio (o
proposta) di carriera mi spingerà mai ad abbandonare. Lo sapevo già, non c’era mica bisogno di venirci, fino a qua, per saperlo. Però
è una conferma.
Non voglio ora fare l’elenco delle mie priorità, anche perché principalmente
sono la natura (e l’ho detto), la Storia, sotto forma di Roma, o di qualche
borgo antico a un tiro di schioppo o di week end, e l’uomo, sotto forma delle
facce sorridenti degli amici. Intendo che torno a casa e trovo scritto questo:
14 Gennaio notte: sono al bancone con amici ed arriva un tipo (nerd) e mi dice:
"tu sei l'amico di quello con il nome strano!".... gli ho spiegato
che si trattava di publio, mio fratello, e lui: "mi disse delle troiate
pazzesche" ed io:" va bene tutto, ma stai parlando di mio fratello,
per cui abbassa il tono", e lui " no ma..."... "senti, non
mi interessa... stai parlando di mio fratello, per cui se non ti levi ora,
finisce una cambogia"........ l'hanno portato via a forza, con me che gli
dicevo che non doveva permettersi di dire nulla a lu frate mio! ...Amen
Dunque io sono il re fra i re, eletto fra gli eletti, senza pretesa di
esclusività, anzi più semo e mejo stamo. Questo dovrei scrivere sul mio
biglietto da visita: Publio, persona, concentratore per meriti e fortuna, di
belle persone attorno a sé.
Una volta avevo circa cinque anni, e stavo andando a Padova in treno. Ero un
bambino molto socievole, e così chiacchierai per tutte le lunghe ore del
viaggio con dei ragazzi gentili, che oggi potrei dire sui vent'anni. Solo
mentre loro si preparavano per scendere, forse verso Bologna, realizzai in un
istante e con orrore che non li avrei rivisti mai più. Piansi tantissimo, e
cominciai a capire che nella vita le persone vanno e vengono. Oggi, ventitré
anni dopo, ancora non accetto minimamente questa legge.
Quanno ce stette a guera n’Arbania i sordati Tagliani piorno
priggioggneri n po’ de sordati Arbanesi. Mo quissi quanno parlevino ni capissceva gnisuno, allora o Capitano t’ha
raddunato tutta a truppa e ha dimannato chi conosceva ssa parlatura. Mo uno
d’Arbano ch’era de SanPavelo ce fà: "o capiscio io sor Capitano.” “Allora
parlice!”, ce fà o Capitano. Mo quisso ce comincia a discure, però più parlevino e più n ce capisceva
gnente. “Mà comme ce fà o Capitano, eri ditto che capisscevi l’arbanese?” “Tenete raggione sor Capitano ma io credevo che quissi erino d’Arbano Arrbano,
nvece ssi fregni sarao arrmeno de e Livella!” (quartiere periferico di Albano,
antico oliveto)
Music to hear, why hear’st thou music sadly? Sweets with sweets war not, joy delights in joy: Why lov’st thou that which thou receiv’st not gladly, Or else receiv’st with pleasure thine annoy? If the true concord of well-tuned sounds, By unions married do offend thine ear, They do but sweetly chide thee, who confounds In singleness the parts that thou shouldst bear: Mark how one string sweet husband to another, Strikes each in each by mutual ordering; Resembling sire, and child, and happy mother, Who all in one, one pleasing note do sing: Whose speechless song being many, seeming one, Sings this to thee, ‘Thou single wilt prove none’.
*Sonetto VIII
Musica mia qual musica t’attrista? Dolce nel dolce ha posa, gioia in gioia: Ami tu forse chi spregia tua vista? O piacer serbi in ciò che più
t’annoia?
Se pieno accordo di
temprati suoni D’arte congiunti il tuo ascoltare offende Con dolce biasimo in assolo poni Le tante parti che il coro pretende
Mira, ogni corda all’altra è dolce sposa, toccata ognuna è in mutua rispondenza, qual padre al figlio, et ei a madre gioiosa tutti ad un canto e in unica sequenza:
Cantiamo ad uno in armonia e concerto: «Ben triste è il solitario e senza merto».
Sarò nato per strada, e chi se lo ricorda? Mi ricordo solo pozzanghere e sterpi. Di quei giorni là mi ricordo tanta pioggia e poco sole. E il fango. C’è gente che dice che gli uomini li hanno cavati fuori dal fango. Per me i
poveracci sono fatti solo di muscoli e sangue. E niente altro. I loro muscoli,
il sangue, e poi beh la pelle e le ossa, se no come ti reggi? E poi una bella
schiena robusta, larga per lavorare come asini. E una zucca vuota.
Non mi ricordo tanto altro: sono nato che il sole secondo me non c’era… per
prima cosa che avrò fatto: avrò preso la pala e sarò andato in miniera. La prima volta me la ricordo: sono andato, ho caricato le sedici tonnellate
della giornata, e alla fine il capo del deposito voleva pure essere ringraziato.
E che dovevo fare, baciargli le mani? Per la paga intendo. E allora ho già
capito come sarebbe stato il resto della storia. Della vita intendo. Che altro? Ti carichi le sedici tonnellate di carbone da nove, e tutto il
resto. E il giorno dopo, lo stesso.
Mia mamma? Non me la ricordo tanto bene. Che ti devo
dire, per come sono venuto su non sarà stata una come le altre… sarà stata una
leonessa. Una leonessa nera che ringhia, e che mi ha insegnato come si fa a
pugni per non farti mettere sotto. E infatti mi ci chiamano Rissa. O Casino,
dipende. Di certo ormai non mi raddrizza una donnetta di quelle per bene… si, di quelle
eleganti che usano i profumi e parlano bene. Quelle non fanno per me. Ma tanto
nemmeno io faccio per loro.
Quando mi vede passare per strada la gente se la da a gambe… se ne sta da una
parte e gira gli occhi. Fanno bene, anzi, fatelo pure voi. Se vi capita
d’incontrarmi intendo. Lo sanno tutti che tiro i pugni forte, che sembrano di
ferro. E ce n’è di gente che mi si è messa in mezzo, a piantare grane, ma tutti
quelli che mi hanno sfidato stai sicuro, ci sono rimasti secchi. Ho un destro che pare fatto di ferro, l’ho già detto? Ma anche col sinistro non
scherzo. Di acciaio, pare fatto. E stai attento, che se non ti prendo alla prima, sicuro non ti manco alla
seconda.
Comunque alla fine di tutto, la vita va così: ti carichi le sedici tonnellate,
e che te ne viene? Sei più vecchio di un giorno, e stai più incasinato coi
debiti. Del giorno prima, intendo. Ed è così, tutti i giorni. Dicono che poi alla fine della storia ti chiama San Pietro, e la tua anima se
ne va in paradiso. Ma con me non funziona mica così. Anzi a me non mi chiamasse per niente San
Pietro, tanto io l’anima me la sono già dovuta impegnare. Giù al deposito merci, intendo.
Qualcuno dice che l’uomo è fatto di fango ma un poveraccio è muscoli e sangue muscoli, sangue, pelle e ossa una zucca vuota e una schiena forte.
T’incolli cento quintali, e che te ne fai? Sei un giorno più vecchio e più indebitato San Pietro non chiamarmi, non posso venire Ho impegno l’anima al deposito merci. Sono nato un giorno che il sole non c’era Ho preso la pala e sono andato in miniera ho caricato i quintali di carbone da nove Fine moduloE il capo m’ha detto: “Baciami le mani”.
T’incolli cento quintali, e che te ne fai? Sei un giorno più vecchio e più indebitato San Pietro non chiamarmi, non posso venire Ho impegno l’anima al deposito merci.
Sono nato un mattino
che fuori pioveva Di secondo nome faccio casino e rissa Mi ha cresciuto in un fosso una vecchia leonessa E non c’è donna perbene che mi può raddrizzare.
T’incolli cento quintali, e che te ne fai? Sei un giorno più vecchio e più indebitato San Pietro non chiamarmi, non posso venire Ho impegno l’anima al deposito merci.
Se mi vedi arrivare è
meglio che te ne vai Tanti non l’hanno fatto, e tanti sono morti Ho un pugno di ferro, l’altro di acciaio Se ti manca il destro Il sinistro ti piglia.
T’incolli cento quintali, e che te ne fai? Sei un giorno più vecchio e più indebitato San Pietro non chiamarmi, non posso venire Ho impegno l’anima al deposito merci.
osservando questo link mi è venuta una riflessione sull'arte contemporanea... Su quel momento che porta a presenza una estrinsecazione, una estroflessione del sé, del soggetto involto nel pensiero e nell'atto del fuori, che mette in moto una creazione originaria e aurorale dove l'artista pone la sua stessa carne intesa in senso merlaupontiano e cristico a contatto con la Natura, l'elemento acquatico, che per metonimia si fa divenire bruniano-eracliteo, facendosi in questo modo compartecipe della Creazione originaria: la cacata mattutina.
ieri sera, mentre fumavo una sigaretta fuori da un locale, una ragazza coreana mi ha
chiesto di che segno sia. Della bilancia - ho risposto io - dice "no, no,
dico nell'oroscopo cinese". Ci ho pensato un po', e le ho detto che mi
sembrava di ricordare che l'83 fosse l'anno del porco. A quel punto mi ha
spiegato che essendo io accoppiata porco-bilancia non potevamo andare
d'accordo, per tutta una serie di motivi. In effetti sono d'accordo anche io..
Sta' a vedé che st'oroscopo cinese ce pija?
ps: ad Ariccia facevano fino a qualche tempo fa - ma magari lo fanno ancora - il torneo di peso della porchetta: si tratta di indovinare il peso della porchetta tirandola su con le braccia. Chi più si avvicina vince. Vince la porchetta ovviamente. E il concorso è una cosa seria, e non era affatto truccato, difatti una volta l'ha vinto il papà di Chiara, che è un uomo onesto e probo, e si chiama Aristide.
pps: questa postilla per dire che il rapporto fra porco e bilancia, invece, è un felice connubio che, soprattutto nel centro Italia, spopola da tempo.
Questa notte, alla fine di un lungo e avventuroso sogno, ho incontrato un manipolo di miei cloni, avamposto e difesa della resistenza. Come sono arrivato mi hanno crivellato di colpi. Così in punto di morte, ho capito che non avevano altra scelta: per tutto il tempo ero stato io l'intruso.
Dopo aver sconfitto i comunisti, la calvizie e il cancro, è riuscito nell'impresa di sconfiggere anche se stesso. E chiudiamola momentaneamente qua, la questione.
Io scrivo come si vomita, scrivo come noi pigri andiamo a pisciare: quando
proprio non ce la faccio più. Scrivo poco, anche se ho un indubitabile talento
esteriore e formale per la scrittura, per la ragione più sana e sensata che ci
sia: non ho abbastanza da dire. E detesto profondamente chi si permette di
inquinare il sovraffollato mondo dei sedicenti scrittori con osservazioni
inessenziali. Se un libro non ci cambia la vita perché mai dovremmo leggerlo? E’ questa, ahimè, la questione che non si pongono la maggioranza degli
scrittori. E dei critici. Quindi finiscono per scrivere non per il bene della
letteratura, o per il bene del lettore, ma per puro solipsismo, per esercizio,
per mania, per noia, per posa, per inettitudine a tenersele dentro, le cose, a
decantare. Non solo, è chiaro, ma spesso. Dunque dicevo che scrivo come si vomita, ovvero quando non ce la faccio più a
tenermi dentro un brulicare di idee, di mezze frasi, di pensieri o di aneddoti
che, quando diventano troppi, so che stanno per finire nel dimenticatoio. E
allora scrivo principalmente per svuotare la mente da quell’ingorgo, e poter
tornare a fare altro, e in secondo luogo per tentare di ricordare. Non solo in
effetti, scrivo anche per me nel futuro, anche se per ora non ho l’abitudine di
rileggermi; e scrivo perché chi mi legge possa non sentirsi solo, e magari
mettere a fuoco quel bracere di pensieri che ha sempre avuto… e leggerli
finalmente in bell’ordine è un benessere. E un dolore anche, perché l’ha detto un altro. Per questo, fondamentalmente, l’unica e limitata e limitante forma di scrittura
che mi è concessa, è il flusso di pensieri, sotto forma di anarcodiario. Per
questo, direi, non sono uno scrittore. A volte sono solo piccole frasi compiute e perfette, che mi dispiacerebbe
dimenticare, anche se sono una infinitesima parte di quelle dette e dimenticate
con gli amici, per il troppo vino, perché in questo genere di cose lo scambio è
come la merda in un giardino: una mano santa. Quindi dicevo, possono essere piccole frasi estemporanee e staccate, magari
piccole battute come : “sto seguendo una rigida dieta, per 23 ore al giorno”,
oppure il titolo di questo stesso post, che arriva dopo 72 ore in cui non ho
fatto altro che stare appiccicato a rainews24… alla faccia della mia speranza
di disintossicarmi dall’informazione. Già, perché una mia aspirazione sarebbe riuscire a smettere di guardare i telegiornali
(uso questo nome ormai desueto, senza ripercorrere tutta la casistica delle
modalità di informazione). E invece non ci riesco, e dopo un po’ ne sento la
mancanza come fosse una dose. E dire che non ci capisco mica niente di
giornalismo, anzi li odio come corruttori delle anime e della lingua; e non ho
nemmeno studiato la politica o l’economia, e non sono in realtà informato,
nonostante (o proprio a causa di) tutti i telegiornali.
Non leggo Gomorra, figuriamoci se leggo Travaglio. Non per snobismo ragazzi,
per carità di dio, magari i Saviano si moltiplicassero a dismisura,
rovesciassero e governassero il mondo… non è questo il punto: è un discorso di
arricchimento personale: io so – e non c’è presunzione – che in un libro di
Travaglio o di Saviano non ci posso trovare niente che mi cambi la vita. Niente
che io non sappia già, non come dato concreto, come numero o come nome
(ovviamente), ma come principio, come idea di fondo, come concetto, come
metodo. Tutto segue (ed è necessario che sia così, forse, nelle “indagini” non
filosofiche o artistiche) la linea maestra della Logica più pura. E quella già
lo so come procede, non mi arricchisce… preferisco mangiare spazzatura come un
bel film horror post apocalittico, piuttosto che leggere un libro di Travaglio. Gramsci, Fortini, ecco chi dovrei leggere. Lì so che c’è una quantità di
verità, idee allo stato puro, che non hanno nessun bisogno della fattualità
attuale per essere vere, per essere feconde. Sempre per restare vicini alla
politica, intendo.
Ecco, l’essere feconda è una caratteristica fondamentale e imprescindibile
delle mie letture. Devono germogliare, le frasi, come fossero semi che si
instillano e fruttificano in mille innesti ibridi e imprevisti.
Sto leggendo ad un ritmo giurassico un libro difficilissimo di Bachtin.
Piccolo inciso: quando leggo un libro difficile e non ci capisco un cazzo, mi
faccio coraggio da solo, dicendomi che probabilmente manco tutti gli altri che
lo stanno leggendo ci stanno capendo niente. Questo del tutto al di là della
veridicità della cosa eh… è solo per rincuorarmi e poter andare avanti.
Dicevo che questo libro di Bachtin, dopo pagine e pagine di quelli che
potrebbero sembrare vaniloqui e naufragi nel linguaggio, ha tirato fuori due
pagine (la 25 e la 26) che mi hanno cambiato il concetto di letteratura. E non solo,
mi hanno riportato alla mente un mio incontro avvenuto nel 2003 con un famoso
barbone di Roma, che non ho più dimenticato.
Bene, quel barbone (abbastanza noto per il suo stazionare spesso nei pressi
della fontana del Tritone, con la fotocopia gigante della sua carta di
identità appiccicata sopra la testa)
dicevo questo barbone che è morto da poco, ho appena saputo che si chiamava
Remigio. Fece una sceneggiata simpaticissima in metropolitana, e poi mi prese
in simpatia, e mi disse guardandomi dritto dritto negli occhi come solo i pazzi
sanno fare, alcune parole sconclusionate, che però suonavano davvero bene. Così me le appuntai sul libro che stavo leggendo, e alla mia fermata scesi.
Stavo andando a trovare la mia fidanzatina di allora, che abitava in Sardegna e
si sarebbe trasferita a Roma di lì a poco. Giusto il tempo che mi disamorassi. Dicevo che quella notte – siamo nell’era pre-ryan air – la passai in traghetto
a rimuginare su quelle parole, che suonavano bene perché contraddittorie,
difficili, assurde, ma non del tutto insensate. Ma a nemmeno vent’anni era per
me davvero impossibile poterne aprire il mistero. Così le riposi in un angolino
della memoria, e le lasciai a decantare senza fretta. Oggi, leggendo Bachtin, ho capito quelle parole. Probabilmente si tratta di una
discendenza diretta, e il buon vecchio Remigio le aveva lette, e magari un
tempo le aveva comprese… e guardando la mia apertura di spirito che a vent’anni
è doverosa, e ti fa di certo partecipare più per il barbone che per la signora
dabbene scandalizzata sotto la sua acconciatura… beh mi impose col suo sguardo
di non dimenticarle più, e così fu. Oggi Remigio è un po’ meno morto? Bisognerebbe chiederlo a lui.
Eccola là: ho perso di nuovo la verve e i ricordi. Avevo qualcosa da dire, e
che mentre mi lavavo i denti (di corsa per poter correre a scrivere) mi premeva
dentro la pancia e la testa… ma l’ho dimenticata.
Si, il problema è proprio che dopo un po’ che scrivo la testa comincia a
liberarsi, ed i pensieri che fino a poco prima erano incastrati, e immobili,
mentre i loro simili vengono fissati sulla pagina, cominciano a muoversi, e a
scodinzolare dappertutto, e in breve non riesco a focalizzarli più.
Decongestionato l’intoppo, gli altri se la svignano chissà dove.
E allora, visto che queste sono comunque le memorie americane, appunto solo due
considerazioni. La prima è che qui hanno il coraggio di dire che anche le
Marlboro italiane sono migliori… per darvi una idea di come la pensano. Fra l’altro lo scrocco di sigarette a Publio è una attività che va per la
maggiore da queste parti. E poi la seconda: ieri sera una donna mi
ha chiesto se fossi gay. Ora dico: ma che cosa ti devo rispondere io? No, sei
tu che sei una quarantenne pazza e alcolizzata, con tre divorzi alle spalle, e
se permetti mi fa schifo l’idea di accettare le tue avances? Spero di non diventare mai, agli occhi di nessuna donna, così invadente e
sgradevole e imbarazzante, con qualche corte avventata e, soprattutto, priva
della coscienza dei limiti imposti dalla biologia.
Spero di non diventare napoletano, insomma.
ps: è la prima volta che vivo condividendo una casa con altre persone che non
siano i miei amici… Ah, ma quindi è così che funziona? Tutti rubano tutto a
tutti?
E così ora è palese: è l’economia a guidare la politica. Non
più tramite finanziamenti o ricatti, ma proprio direttamente salendo al colle
per farsi investire. Anzi chiamata a gran voce, invocata come salvatrice della
patria, di tutte le patrie. Non piccolo problema: la grande finanza è una delle
meno democratiche creazioni umane. La borsa è nervosa, la borsa è scettica, la borsa è vorace e non conosce pietà,
la borsa è indecisa, contraddittoria, oggi si è svegliata male, oggi punisce,
oggi non crede, e domani speriamo tutti muti di terrore che si alzi con un
umore migliore… saggiare l’umore della borsa ogni mattina, e andare a dormire
dopo aver controllato le sue reazioni d’isteria fino all’ultimo minuto. Ma in mano a quale mostro bifronte e folle ci siamo messi? Se fosse una persona
fisica ad avere questi requisiti, ed ogni giorno decidesse i nostri destini,
non esiteremmo forse a chiamarlo un pazzo tiranno dittatore spietato? Non saremmo
tutti sul piede di guerra, a tramare vendetta e rivolta?
Se la politica garantiva un tempo di fare da argine, anzi regolamentare e
indirizzare il potere economico, perché non usurpasse uno dopo l’altro i
diritti civili, oggi il braccio di ferro è stravinto, e con desolazione
osserviamo come il tappeto rosso si stenda sotto i piedi del Cristo Economista,
del Redentore Finanziario. L’unico sacerdote in grado di placare il mostro onnivoro della Borsa che
minaccia sterminio.
L’officiante è scelto.
D’accordo, tutto questo è chiaro come la luce del sole, ma quanti ne hanno
altrettanto limpida coscienza? Ora è palese, più di così non potrebbe esserlo:
i due partiti si uniscono per eleggere il nuovo capo economo bipartizan.
Chiudo subito questo piccolo diario di oggi, scritto di getto in un momento di
sconforto o di lucidità.
Dopo il limbo attendista, lungo quarant’anni, di democrazia cristiana, Caron
dimonio d’Arcore ci ha traghettati in un lungo viaggio di vent’anni attraverso
l’Acheronte della seconda Repubblica, per sbarcarci, in ultimo, all’inferno
senza fine dei demoni terrestri e onnipotenti, nel regno tirannico dell’
economia senza confini.
I balli sardi sono una delle cose più noiose della terra. Anche la musica sarda è veramente di una noia atroce e terrificante, tanto che se vai a una sagra, e magari per modico prezzo sei felice, perché stai mangiando cose buone e bevendo vino in quantità, in una di quelle terribili piazze di cemento grigio che
deturpano i paeselli… mentre sei lì sereno e contento, potresti cominciare ad
avvertire una inspiegabile inquietudine nascerti dentro e salire fino all’epidermide.
Tale fremito tanto velocemente cresce quanto oscura te ne resta la causa. Senza
girarci attorno ve lo dico io cos’è: sono gli organetti suonati a razzo che
ripetono ossessivamente gli stessi due accordi da un tempo indefinibile. O
meglio: per lo meno da quando voi e i vostri amici, due ore e mezzo fa, siete
arrivati in quel paese sperduto per la sagra del malloreddus.
Per i primi minuti fanno colore, poi ci si abitua, poi si viene distratti dal
cibo e dal bere, ma il nostro labirinto e il nostro ipotalamo nel frattempo sono
stati sovresposti e scossi da quella martellante e assurdamente ripetitiva
struttura melodica.
Ora però c’è da dire una cosa: a differenza di altri fenomeni di musica
popolare, quando dopo cena i vecchi e i bambini si riuniscono a ballare su ballu
tundu di fronte alla prodigiosa band (launeddas e organetto come dicevo) al
centro della piazza (che la toponomastica locale chiama di solito: sa pratza
manna, o sa pratza de sa festa), ebbene loro non stanno manco per niente
riesumando una antica tradizione, tramite la mediazione culturale che la
rispolvera, la preserva, e la ripropone. Non hanno la coscienza di stare
facendo una operazione ‘vintage’ perché tale non è, e men che meno ammiccano
con autoironia ad una folkloristica antichità della quale si è letto o sentito.
Si balla su ballu sardu in piazza – è chiaro, ogni paese a modo suo – e basta.
Vecchi e bambini, perché oggi sono vecchio io e tu sei mio nipotino, sessant’anni
fa ero un bambino e ballavo con mio nonno vecchio, il quale centovent’anni fa
era un bambino che ballava con suo nonno vecchio. E’ normale, quando c’è la festa. Non voglio qui fare una elegia o per l’amor d’iddio una graduatoria fra le
regioni e fra i fenomeni popolari che si registrano in Italia – ché il popolo è
sempre popolo, e le sue abitudini le trasforma più o meno, ma le conserva per
millenni anche nelle grandi città – voglio solo dire che mentre mi stavo
facendo il caffè, mezz’ora fa, sbirciavo un video di un ottimo gruppo di
tarantellari (Uaragnaun) e mi rendevo conto come a ballare sotto al palco (e
già il palco che rialza è un codice di separazione fra esecutori e fruitori,
così diverso dal concerto di piazza dove pubblico e musicisti sono alla stessa
altezza, separati giusto da qualche metro di spazio vuoto) ci fossero esemplari
umani diversi. Sotto al palco intravedo ragazze che hanno studiato, agghindate
per l’occasione con lunghe gonne bianche e fettucce colorate in vita, come l’etnomusicologia
ha raccolto e riportato. Ci scommetterei ragazze studiate, ragazze laureate a
Roma o laureande a Milano, che vanno a ballare al ‘concerto’ (anche qui l’importanza
delle parole…) con la precisa coscienza di andare a riesumare un rito, con la precisa
volontà di rimettere in piedi almeno la forma di quel rito, la cui spontaneità
popolare si è interrotta per qualche tempo, ed ora è mesmerizzata e riportata
in vita come un cadavere sublime.
Con l’artificio della cultura a sostituire la naturalezza della vitalità.
Questo senso di artificio, questa assenza di “normalità” che invece sopravvive
nelle sagre sarde, è ciò che mi spiace della musica popolare attuale: la
riproposizione colta e lo studio ne hanno arricchito infinitamente la
complessità, la ricerca, la raffinatezza, la varietà, il repertorio, il gusto e
l’esecuzione… ma tutto ciò è potuto sorgere – credo – solo sulle macerie della
ritualità antica, noiosa, ripetitiva, quasi insopportabile, nella sua
autenticità. Ma densa di senso.
Abbiamo trent’anni, e andiamo a ballare in Puglia Puglia Puglia, perché ci
piace la tarantella, e prima passiamo una settimanella a cercarci nei negozi
vintage quelle gonne stazzonate, quelle camice un po’ ottocentesche, e quelle
sciarpine gialle da legare in vita.
La cosa buffa della Sardegna di cui parlo, invece, è che ogni volta che provano
a fare una cosa turistica, per sbaglio, per provincialismo o per natura, gli
esce una cosa autentica.
Comunque a noi che abbiamo le idee chiare, ce ne frega fino a un certo punto
della autenticità e della spontaneità popolare delle sagre sarde, e ci piace
più che altro perché quando siamo lì possiamo guardarci attorno e percepire noi
stessi in una realtà non posticcia. Mangiare, e bere.
Detto questo ci sentiamo le tarantelle che sono belle, e mandiamo altissimamente
a cacare i balli sardi che sfasciano i coglioni.
Dopo questo non breve excursus, mi faccio un altro caffè, e mi avvio a passare
più propriamente al secondo diario americano. Precisazione: mi sono reso conto stamattina che il titolo “Memorie americane”
evoca molto da vicino le Lezioni Americane di Calvino. Di questo mi scuso e
voglio precisare che non ci avevo assolutamente fatto caso al momento della
ideazione, è stata una geminazione spontanea, un caso di citazione involontaria,
di sedimentazione incontrollata, deformazione professionale, e altra roba così.
Ma torniamo a noi, alla più scottante attualità, dunque al caffè: era buono.
Fatto il caffè torniamo al titolo: from stars to stalls.
The stars:
Semo tutti boni a fa’ l’artisti se papà, superebreo romano di IV livello, ti
compra un superattico nella superBrooklyn da qualche milioncino di dollari. E
semo pure tutti democratici, ci scommetto. Vetrate il luogo di mura, da 80 o più metri d’altezza, a dominare la città… è
di quelle viste che ti accecano , che ti fanno rinnegare i tuoi ideali su due
piedi, ti lusingano, facendoti sentire importante per riflesso, il riflesso dei
vetri che icorpora la tua figura sbiadita su quel panorama di luci. Ti suggerisce
patti col diavolo e coi santi, e l’odore dei soldi – quelli veri, quelli tanti –
ti insinua un misto di invidia, ammirazione e ribrezzo. Non mi serve molto per
capire che fra quei rampolli poco sopra i vent’anni, io sono principalmente l’unico
un po’ più sensibilmente oltre i vent’anni, e senza dubbio l’unico figlio di
due statali in pensione. Creativi omosessuali, designer omosessuali, fotografa vegana, fotografa
buddista, fotografa non artista ma di reportage che guarda caso guarda un po’
ho proprio qui distrattamente il magazine con le mie foto, identità ebraica da
riscoprire, naso aquilino invece che non serve indagare troppo, comunisti della
Columbia, 50mila dollari di iscrizione in nome del comunismo, i Cani sono un
gran gruppo, rappresentano la mia Roma, lui era mio compagno al Tasso, ma dai
me lo devi far conoscere, servono almeno quattro lingue fra cui una orientale
altrimenti non sei nessuno, vestiti sciatti del mercatino, diritti dei gay,
diritti dei gay di 20 anni che vivono a new york, una barba incolta,
sopracciglia incolte, un vino buono, senza coscienza ma con tanta moderazione,
senza chitarre, l’ipod a random – voglio pensare non fosse studiato – mixa
senza pietà un De André dei primissimi anni alla musica elettronica, astemi
molto bohemien, intellettuali in erba senza l’erba, fra due anni un master a Londra,
fra tre inizierò un dottorato, fra sette vado a specializzarmi in cinese, io
per quanto mi riguarda non so se alla
fine di questo bicchiere passerò al vino bianco o a quello rosso, mortacci
vostra e porco dio.
Allora lì m’incazzo un poco per la mia iniziale cedevolezza della carne, e
provo quella stessa sensazione che ogni uomo credo conosca: il rancore verso se
stessi che insorge per il nostro perdere tempo a chiacchierare con una donna
tanto bella quanto ottusa. Quanto immorale.
Ma almeno la bellezza, anche quando vuota come un guscio d’uovo, viene salvata ‘eticamente’
dall’essere un frutto della natura, un merito estrinseco che riposa fuori dal
sé, per cui tu puoi pure esse un imbecille con il patentino da imbecille di prima
classe, ma se sei una fica vera io ti guardo con l’occhio ammirato che osserva
le linci delle nevi o le tigri del Bengala nei documentari, nella naturalezza
di una posa di resta o di un passo di caccia. Ecco, non ci può essere
immoralità nella stupida bellezza della natura. Non c’è intelligenza – per chi
non ci legge intelligenze superiori e coordinatrici – c’è solo la ottusa e
sciocca bellezza sublime della Natura. Pensabile, ma non pensata.
Tutto questo per giustificare me e voi quando parlo/parliamo con le fiche vuote
come un barattolo. Grazie, prego.
Qua invece c’è solo la bella luccicanza dei soldi. Diffidare SEMPRE quando
troppi soldi albergano in pochissime mani. Diffidare non dei sorrisi o della
ospitalità, ché quelle sono quasi di sicuro autentiche e sincere, ma della
radice ultima, di fondo, che c’è dietro ogni accumulazione. Famiglia per
famiglia, persona per persona, beneficio per beneficio, mano per mano, sangue
su sangue.
Non mi regge, però, di fare l’ospite ingrato, e banchetto a quel banchetto
senza obbiettare, cogliendo quanto di buono (e anche più di buono) c’è nel sorriso
di una riccetta dolce e senza fronzoli, e di una mia omonima anche lei in
gamba. Tasso a parte, conosce Matteo, è un ottimo CV. Ci sarà tempo per spiegare che il giornalismo è nemico dell’umanità.
Se queste sono le stelle, now is the moment of the stalls: dunque di Chaunchey
street, nell’altra Brooklyn, quella superschifosa del mio vecchio albergo, ma
ancora più verso il Queens… e procedendo di rapidissima a ripidissima
carrellata si respira africa, asia, oceania e europa, mille lingue, mille
sorrisi, ottima musica, ottimo cibo, ottimo vino, tanto vino, gote rubizze,
risate, lingua francese, lingua italiana, lingua inglese sporcata da ogni
accento della terra… specialmente dal mio che è veramente impresentabile. Semplicità, confessioni, cultura senza arrivismo, cultura senza ostentazione,
cultura metabolizzata che si nasconde nei gesti e nella attenzione, che si fa
divertimento e apertura, senza degradare in proclami, metropolitana che fa
tremare tutto il palazzo, musicisti in tournee, que les français sont tout
leur! barman in prova, scelte radicali, alterità, rifiuto o accettazioni di altre
prospettive, e uno sposalizio più aperto e convinto della causa umana. E del
vino. La spontaneità, sembra strano, ma è una conquista.
Mi spiace, le torri mi piacciono, ma preferisco le piazze. Talvolta anche a costo di dovermi sorbire la musica sarda.
Ebbene il blog non è morto! Se tale l’avevate creduto,
dannati menagrami, avrete da rimangiarvi l’amaro boccone. Sono stato impegnato, ecco tutto. Dunque eccoci senz’altro indugio a incominciare: di lontano arriva a qualunque ora
del giorno o della notte - dunque anche precisamente ora - un sottofondo latino
americano di quelli che un minuto induce a pensieri negativi sull’esistenza,
cinque minuti fanno riconsiderare l’ipotesi di una pandemia come una
eventualità non del tutto da scartare, e dopo l’ora fanno accarezzare l’idea di
una ricostituzione del partito nazionalsocialista. Detto questo: se il ciclo femminile ha una insorgenza lunare di circa una volta
ogni ventotto giorni – regolarità in più o in meno – il quale dura circa 5
giorni, considerando la presenza di tre esemplari femminili riuniti sotto lo
stesso tetto, c’è una probabilità (se non mi inganno) superiore al 60% che uno
o più dei suddetti esemplari, abbia il suo periodo. Questo probabilmente spiega,
almeno parzialmente, la soverchiante presenza di tampax in ogni angolo della
lussuosa abitazione che mi trovo fortunosamente ad occupare a un passo dal
parco di Morningside. Tampax nel secchiello del cesso, tampax nel secchione
della cucina, scatole formato famiglia calabra anni ’30 in ogni dispensa, che viene
da pensare alla scena di Fantozzi che scopre l’infatuazione della moglie per il
delicato fornaio-Abatantuono. La soverchiante presenza femminile non è però nient’affatto sinonimo di una
casa splendente, di una cucina raggiante, di vetrate luminose, e quant’altro
mai. Quindi il vostro affezionatissimo publio passa più o meno le sue mattinate
armato di swipfer tecnologico che è quasi un piacere passarlo, a farsi
benvolere e a fare il disperate househusband. No: nessuna delle tre è chiavabile, se è questo che aspettavate di sapere e già
immagino cosastavate fantasticando… “Di che parlate ragazze?” chiedo ieri sera girato di spalle mentre lavo i
piatti, nel mio indecoroso inglese. “BOYS!” esclamano all’unisono nemmeno
fossimo dentro una soap opera per teen ager… la biondina l’ha data ad un
brasiliano ben piazzato il quale è poi proditoriamente sparito. Provo a farle
intendere qualcosa sull’universo maschile e sull’importanza dell’indipendenza
della donna, sui vili giochi di potere e di strategismo sentimentale, ma poi
non ho cuore di insistere, e piuttosto mi dedico con insistenza a scrostare le
lenticchie messicane dal pentolone. Ebbene non ti puoi rendere conto di quanto sei figlio di tua madre fin quando
non ti trovi a dover vivere con ragazzi stranieri che, dell’igiene, non fanno
esattamente la loro priorità esistenziale.
Detto ciò vale la pena di passare ai miei vagabondaggi, fisici e mentali, nella
grande mela. Per inciso: probabilmente la grande mela è costituita da tutte le
piccole mele dei mac messe insieme, che qui pare che te li infilino come omaggi
nei sacchi della spesa assieme alla busta di cartone.
Mentre tornavo a casa ieri sera, carico della mia prima spesa, bestemmiando ad
ogni passo le bretelline dei sacchetti che mi scivolavano sull’interno dei
gomiti, occhieggiavo nel parco lì accanto, ed ho visto una scena surreale che
mi ha fatto immediatamente pensare al buon Giulio, animo e spirito da regista e
narratore: c’era questo negrone gigantesco dall’età indefinibile dato il buio,
che giocava da solo nel campo di basket. Simulava stoppate e finte, dribblando
avversari tanto immaginari ma non per questo meno temibili. Ciò che mi ha
colpito era che, nella luce scarsissima che pure l’illuminava, si distingueva
un abbigliamento che definirlo improbabile è fargli un favore: una camicia
chiara e dei pantaloni simil-eleganti, di quelli molto abbondanti e larghi, con
la vita altissima… come quelli che compaiono nelle foto anni ’30 delle famiglie
allargate di Harlem… non so se avete presente, con quelle pieghe stazzonate, e
larghissimi sul sederone. Ecco: questo tipo giocava da solo, al buio, vestito
così.
E faceva tantissime doppie.
Un’altra scena da non dimenticare, e che devo fissare su una pagina, mi si è
presentata circa una settimana fa, mentre cercavo un posto dove fumare la mia
sigaretta in grazia di dio. Non si sa se dio sia un fumatore, ma io ce lo vedo
con la parte centrale dei baffi schiarita e giallastra dal vizio, perpetuato –
questo è chiaro - nei secoli e i millenni. Teologia a parte: il palazzo di Irene, santa donna e amica impareggiabile, che
mi ha dato alloggio per la mia seconda settimana divagabondaggi, è una elegante residenza per
ricercatori della Columbia, e somiglia ad un albergo di lusso, con portiere in
livrea e porte girevoli in legno massiccio. “Dove posso andare a fumare?” “C’è una terrazza al sedicesimo piano, non ci
sono mai stata ma dicono sia molto bella”. Volo, e mi ritrovo sul tetto con una
vista mozzafiato su Gotham city (si, senza girarci attorno: New York di notte è
Gotham city). Ma fin qui niente di strano, l’atmosfera oltre alla vista su
tutta la città era data da questo lussuosissimo ristorante all’aperto, che giaceva
come un cadavere abbandonato. Tavoli in vimini, in ferro battuto bianco, tanto costosi quanto kitsch, dondoli
di ottima fattura che andavano arrugginendosi, cuscini bellissimi e sbiaditi, e
puttini nell’atto di versare cornucopie in fontanelle piene di piante che, non
più curate da qualche tempo, in alcune zone serpeggiavano selvagge e
rigogliose, mentre altrove languivano, in attesa della crudele imminente morte
invernale. Tutto era rimasto al suo posto, nel non proprio originale mix di lusso e
decadenza, in uno scenario che suggeriva l’apocalisse… non so, una pestilenza
letale e improvvisa, tale da annientare l’umanità, e farmi sentire l’unico
testimone. So che vi sembrerà esagerato, ma non vogliate leggerci autocompiacimento,
ve ne prego: sono certo che avreste avuto la stessa sensazione. Solo le luci di emergenza illuminavano tutto di una luce tenue e smorta, mentre
i faretti colorati, ormai quasi tutti scollegati o fulminati, se ne stavano
immobili come lapidi… Chiaramente mi sono messo a curiosare ovunque, e con la
sigaretta in mano, pigiama e cappotto, mi aggiravo fra questi oggetti come
fossero lapidi, immaginando i ricchissimi avventori in abito da sera che, fino
a qualche mese prima, a quell’ora riempivano quel locale così esclusivo,
spendendo mazzetti di dollari. Scivolando fra ferri battuti, vasi con piante rovesciati dal vento furioso di
questi giorni, e pacchianaggini varie, passando oltre le celle frigorifere, e
le cucine abbandonate e buie… e così camminando mi sono ritrovato nel punto
focale di questa esclusivissima location… una specie di capanno chiuso, che si
ergeva al centro della terrazza, tutto in vetro, in stile finto antico un po’
come le serre negli orti botanici inglesi… tetto e pareti in vetro, e listelle
di ferro bianco a reggere la struttura. Qui mi sono fermato a guardare: i
tavoli ampi e tondi, in legno massiccio, mai rigovernati, con le tovaglie
bianche madreperla appallottolate su. Il buio ovunque, a suggerire solo le sagome e i contorni, eccezion fatta per
una piccola lampada da studiolo, accesa e puntata sulla scrivania che,
probabilmente, fino a qualche tempo fa era stata la cassa. E lì il dettaglio
commovente, tanto sembrava studiato e finto e stereotipato e comunicativo…
Illuminata come da un occhio di bue c’era una bottiglia di brandy vuota, e lì
vicino un bicchierino, di quelli da Manhattan, corto e con la coppa conica e svasata. E lì dentro l’ultimo dito di brandy
ambrato e mai finito. E’ come se questo piccolo dettaglio avesse materializzato davanti ai miei occhi
il proprietario, nell’ultima notte dopo chiusura, il quale dopo aver esaminato
i conti in rosso, distrutto dai debiti, se ne stava a contemplare l’ultimo
sfolgorante sfacelo del suo locale… e lo vedevo come se fosse lì davanti a me,
a prendere l’ultima bottiglia pregiata rimasta nel locale, e berla da solo,
nelle lunghe ore della notte, guardando attorno a sé il suo fallimento, con
composta e ubriaca disperazione. E quel dettaglio, dell’ultimo dito che non è
riuscito a mandare giù, la dice lunga, oh se la dice lunga, su quanto deve
averne tracannato fino ad esserne pieno, quell’omone corpulento, mentre
ricordava i fasti che – senza dubbio – avevano animato quello stesso luogo e
quegli stessi oggetti.
Ecco, probabilmente questa è stata la mia sigaretta più evocativa degli ultimi
anni, nel senso letterale del termine.
Ora ne approfitto per leggere un po’, ché la musica latino americana pare
proprio abbia concesso una tregua…
Ps: comunque non c’è cosa più americana degli americani