01 Febbraio 2010

Botta e risposta II e III

Durante le feste di Antesterione il poeta Pacuvio si trovava, un poco imbarazzato, di fronte a Simplicia, che parlava con aria importante di antichi aedi. Interpellato su cosa leggesse Pacuvio ammise, fra mille riserve: “Beh, io amo molto Pinco Pallinevskij”. “Oh no! Che noia – rispose con sufficienza la muliercula - a me non piace per niente. A me piace un sacco Narcisos Apostolos... a te non piace?”. “Non saprei – rispose Pacuvio – non sono un critico culinario.”

Era Settembre, lo scienziato Delfo ed il poeta Pacuvio si trovavano in terra di Tuscia, nella città di Saena Iulia. Mentre attendevano l'omnibus Pacuvio, distrattamente, sbirciò dietro una rete, e con sorpresa esclamò all'amico: “A Da'! Guarda che bello 'sto campetto! ...Sicuro è de na parrocchia...”. “A Pu' – rispose l'amico – Non vorrei di' ma me sa che è er Franchi...”.

 
29 Gennaio 2010

Botta e risposta

Il filosofo Rinaldo ed il poeta Pacuvio tornavano a casa dopo aver assistito ai giochi gladiatori. Prima di rincasare decisero di fermarsi al bar Acropolis, per un amaro e le ultime chiacchiere. In quel momento proprio davanti al loro tavolino, sfilarono quattro giovani veline che parevano appena uscite dai provini per il grande fratello. I due tacendo le guardarono, poi Rinaldo sentenziò: “Lascia perde, queste non so' il tipo nostro”. Pacuvio rispose: “Eh no no, queste eccome se so' il tipo nostro, semo noi che non semo i tipi loro!”.

I due risero a lungo dietro le folte barbe, prima di accendersi un'altra sigaretta.

 
27 Gennaio 2010

Giorno della memoria: anche oggi, anni dopo, per non dimenticare



 
21 Gennaio 2010

Oggi, 21 gennaio 2010

Strana, maligna, beffarda e ineluttabile forma destinale, per la quale le mie colpe ricadono sul più caro... ignaro, inerme.
Contrappasso antico e barbaro, del quale mi sento ingiusta causa, per quell'equilibrio universale che sempre afferma se stesso, e nulla ha di giustificato, umano, comprensibile. Il Destino che mi aveva graziato si riprende il suo, quando ero già illuso del pericolo scampato...
'Li conti tornano', sentenziò la Morte al sacrificio, lo stesso pretende sua sorella Vita.
E il senso di colpa è un abisso, che su fili illogici e invisibili corre, mi piomba addosso e mi fa sentire solo. Mai come ora solo. Tetro specchio deformato, sull'affetto di anni proietti la tua ombra, su lui, pronto a scontare il mio torto per il tempo di una vita, inconsapevole.
La mia libertà a che prezzo, a che prezzo!
E davvero sento di aver davanti il ghigno inderogabile e malefico di una forza inoppugnabile, che regola i destini con la cieca legge dell'equilibrio... Con dolore ritrovo fuori dalle mie mani e lontano dalle mie spalle ciò che mi oppresse la gola. Mi illuse di aver consumato la sua vendetta, voltò le spalle, e credetti di aver pagato il prezzo solo in angoscia. Ma si era voltata solo per puntare l'altro indice. Ora quella forza ha scelto, con cieca precisione di assassino, guardandomi attorno, e scrutando con certezza ha scelto.

Arrivederci fratello mio, che non sia un addio, ma che la forza dell'antica catena che forgiammo regga l'urto terribile che il destino, di cui tanto mi sento colpevole, sferra. E che l'animo mio, fragile e fiaccato da questo procedere la rotta fra ghiacci spessi, non si spezzi. Non affondi. Non geli.

Addio compagno di mille battaglie, le mie braccia che non ti hanno difeso sappiano aprirsi, e trovino ancora spazio fra le tue. L'atto di ribellione che ebbi a compiere non sia punito sottraendomi oltre la libertà il tuo bene,

E chiedo perdono, nella veste più umile e sporca, per un destino che ho ritorto su te, e pecco di superbia, pensando di potere ciò. Eppure lo sento. Mai fra tutti avrei voluto fossi tu. Il petto egoista è più solo e freddo, sentendo lontane le tue braccia amiche, che soccorsero mille volte, che resero lieta e piena la mia vita, e la mente mia che tante volte ebbe a guidarti ora vacilla e trema.

Crudele forma destinale, che un tempo caricavi sui figli le colpe dei padri, oggi su chi ho eletto fratello incidi il torto che ti feci. E abbatti la tua fredda vendetta con rigore di tomba.
Implorai di togliermi i ceppi dai polsi, con giustizia inumana li stringesti ai suoi.

Sappi avere tu, che elessi a fratello amatissimo, quella forza che io non ho, non seppi avere, e forse non avrò. Voglia anche Fortuna aprire gli occhi, e volgerli benevoli su te.

 
18 Gennaio 2010

Coi tempi che corrono...

Hanno rivalutato Craxi, Mussolini, Mangano, Padre Pio, i NAR, Almirante, Moggi, Previti... prima o poi sarà anche il turno di Felice Centofanti: il più grande terzino degli anni '90!

 
14 Gennaio 2010

Sua Espressività Pino De Vittorio



Tarantella per la Nascita del Verbo - Cristoforo Caresana (c.1640-1709)



L'Amante Impazzito - Simone Coya (16??-1679)



Tarantella di Sannicandro - Tradizionale

 

 
11 Gennaio 2010

Tutta colpa della metropolitana

Non c'era niente da fare: le idee migliori gli venivano sempre in metropolitana. L'ingarbugliato, caotico ed orribile ammasso di vermi umani aggrovigliati chiamato metropoli esigeva, per essere sopportato, il più alto estraniamento da se stessi; si trattava di raggiungere la massima distanza possibile dal contesto. E questo faceva sì che i migliori racconti si creassero per magia nella sua mente, già pronti, già rifiniti. Poteva narrarseli nella testa come se li stesse leggendo da un libro ancora inesistente, e che la maggior parte delle volte rimaneva tale. Erano già maturi, comprese le subordinate e le parentesi, gli excursus e i ritorni al tema principale... tutto era già lì.

Quando se li narrava persino l'intonazione era già certa, di una solidità imbarazzante. E non solo, anche l'esito sembrava tremendamente convincente. L'orribile mucchio di vermi si districava, vomitato via dalle quattro uscite della metropolitana, e dalle viscere della terra veniva restituito alla superficie, e mentre la distanza aumentava ecco la divisione: una parte continuava a raccontare, l'altra metà correva - o meglio rincorreva - passo passo, per cercare di memorizzare. Bisognava riavvolgere e ripercorrere il tutto per tentare di fissarlo. Perché questa era la condanna: sapeva con certezza che avrebbe salito i quattro piani fino all'uscio, e non appena varcata la soglia tutto sarebbe sparito. Ritrovare il suo silenzioso ambiente, l'immediato conforto e le microscopiche incombenze quotidiane (come cambiarsi d'abito, andare in bagno, o accendere i riscaldamenti), avrebbe crudelmente disciolto ogni parola, ogni pensiero, esattamente come la prima luce fa con i sogni. Per quanto tenacemente si cerchi di trattenerli, l'aumento di volitiva lucidità, va tutto a discapito del mondo fittizio.

Si fermò a riflettere: forse quello schermo difensivo eretto contro l'orrido consorzio umano ammonticchiato era una sorta di sogno autoindotto, cosciente e strutturato, e come i sogni appariva consequenziale, convincente, e pieno di svolte impreviste e appassionanti. Quella capacità che aveva sviluppato era tanto efficace quanto dolorosa, quando il figlio creato nella mente finiva nel buco nero dell'oblio... ed anche a ricercarlo poco dopo risultava o orrendamente monco o del tutto introvabile. Buchi dimensionali, ecco cosa gli sembravano, e non gli riusciva di tenere i piedi nei due spazi divergenti.
Non proprio mai, piuttosto quasi mai.

Quella volta era una delle rarissime eccezioni rappresentate da quel quasi.

Non aveva avuto molte donne: intendiamoci, piaceva alle donne anche più di quanto non fosse capace di spiegarsi, anche più di quanto lo sconfinato amore di madre (una madre di quelle severe, ma provvista di coda di pavone) non trovasse naturale. Eppure non molte erano state importanti nel corso degli anni. Aveva quasi sempre troncato alla francese: con un bel colpo di ghigliottina. Un ovvio eccesso di sensibilità, un naturale meccanismo di difesa, di quelli che scattano automatici ed inderogabili.

Ma questo come ovvio è quel che scorre ai livelli più epidermici, mentre un po' più a fondo aveva continuato a portare avanti silenziosamente tutte le strade. Un suo amico pazzo un giorno gli aveva detto: quante sono le vite che vivi, e quante quelle che immagini? L'uno granitico e senza deroghe da un lato, l'infinità che spazia e respira dall'altra. Ebbene con pudore e senza confessarlo se non parzialmente persino a se stesso, aveva continuato con folle e singolare fedeltà a portare avanti ogni storia, e la faceva scorrere pigramente dentro di sé. Frammentate ovvio, non ad un livello ossessivo, per carità. Una cosa giusta ecco. Un piccolo passatempo fra nostalgia e immaginazione.
E così quando la disgustosa calca di vermi lo attanagliava il pensiero volava altrove, e si posava sui ricordi, andando a rimescolare le carte per fantasticare.
Non c'era giorno, e questa era una sua caratteristica, che non dedicasse almeno un pensiero ad una quantità enorme di persone care. Una quantità soverchiante, forse cento o mille volte superiore ad altri.

Voci, voci, voci.

Voci su voci gli parlavano dentro, e i luoghi suggerivano altre facce, altri ricordi che non si rivelavano quasi mai individuali, ma sempre collettivi. Era abitato, ecco come si potrebbe dire, da una vastissima collettività vociante di amici, conoscenti, comparse.

Ovvio che in un maschio della sua età, mediamente sano e mediocremente sereno, le donne avessero un ruolo importante: dal sesso più sconcio, sudato, agonistico e bestiale, che sembra sporcare l'anima, fino all'astrazione più pura e trascendente, dove la forma di un seno è solo una delle curve del corpo da idolatrare come un raggio di sole, sceso a testimoniare la presenza e la potenza e la bellezza di Dio.

Ecco gli estremi, con tutte le sfumature che stanno in mezzo.

Quella volta, tornando a casa, sapeva che avrebbe rivisto lei, che aveva prestato imprudentemente il suo sorriso alla ditta per le fototessere. Ditta potente e senza rivali, invincibile negli appalti, predatrice negli affari, infallibile nel marketing: queste terribili macchinette sembravano le uniche esistenti. In un anno erano proliferate come un virus, di quelli millantati dai telegiornali, quelli che da un po' di anni minacciavano di estinguere quel coacervo di vermi attorti su se stessi che si definiscono cittadini delle metropoli. E presumeva che di lì i virus, e forse anche le fototessere, avrebbero inondato le campagne, le colline, le montagne, fino evidentemente a giungere sui tetti del mondo e sugli atolli più sperduti, per chiudere questa brevissima parentesi in cui l'uomo diceva di dominare la terra, e costruiva macchinette per fototessere; col viso di lei.
In effetti ci pensava spesso: alla terra bastava una fragorosa scoreggia per liberarsi dell'uomo, e l'uomo, come un bimbo che pesta i piedi, sfrontatamente andava dicendo in giro: salviamo la terra! Salviamo gli animali, il cielo, le acque e le piante. Come se ne avesse il potere.
Evidentemente (e lui era un tiepido appassionato) nessuno di questi aveva una conoscenza pur  sommaria della storia delle ere geologiche intercorse nella formazione del nostro pianeta, così come lo si conosce oggi. L'immagine del peto di quelli piccoli e insignificanti, emanato distrattamente dalla Terra, e che avrebbe cancellato il genere umano, lo divertiva molto. Una di quelle immagini che si trovano calzanti, ecco tutto. Ma non era un cinico, e non poteva sopportare l'idea di tutte le cose belle che l'uomo aveva fatto andassero in rovina... Così sopportava l'immondo trambusto di vermi vomitati dalla metropolitana in nome delle cose belle, e insomma, facendola breve, ci sapeva passare su e tirava avanti.

Quel giorno, come ogni giorno, aveva visto il sorriso slavo, algido e patinato di finto, ammiccargli dalle diverse regioni del Paese. Ogni volta che si fermava in una stazione quello stesso sorriso gli ammiccava seducente. Ed era così da un anno buono oramai... e per una strana ragione si sentiva tremendamente privilegiato: quel sorriso era dedicato a lui, non agli altri. Per tutti era un sorriso vuoto, di cortesia, fatto per invogliare le persone a rilassarsi, a non preoccuparsi, che la foto per il loro documento sarebbe stata simile a quella esposta: una ragazza semplice, molto carina, sorridente, ma non eccessivamente sensuale da turbare o scatenare invidie, gelosie, sensi di competizione o inferiorità (prerogativa, come si sa, delle donne: capaci di rivaleggiare con idoli cartacei ben più di quanto qualunque uomo possa immaginare). Si diceva un fascino singolare, gli zigomi alti, la bocca carnosa, ma tesa nel sorriso, occhi grandi e verdi, i denti e le iridi sbiancati artificialmente in un candore inumano, le guance e la pelle color pastello, terribilmente pasticciate con qualche programma. Ma era pur sempre lei.
Comunque continuava a sentirsi un privilegiato, nonostante l'obbligo sfacciato di quella sua vecchia fiamma che ogni tanto (più o meno flebile) si era riaccesa, di metterglisi davanti ogni giorno.

Invadere la quotidianità di chiunque ti conosca tutti i giorni, più volte al giorno: solo un pazzo incosciente e perversamente malato di ego – pensava - poteva fare una scelta simile. Lei, chissà quanto consciamente, l'aveva fatta, o le era capitato.

Dunque ogni giorno, da  un anno a questa parte, ben più di prima aveva ripreso e proseguito mentalmente la sua lunga storia d'amore con quella ragazza, della quale si era innamorato molti anni prima, e con la quale era stato sostanzialmente poco, a morsi piccoli e disordinati. Tanto desiderio, poca pace, molto tribolare, innumerevoli pensieri e pochissimi fatti. Quando i fatti erano arrivati, qualche anno dopo, era troppo tardi. Ciclicamente lei era tornata, qualche volta lui aveva accettato, raramente si era proposto. Ma non si invita a cena un cadavere, e mentre loro erano ancora vivi e giovani, il loro amore era un po' morto, e con un processo lentissimo andava disfacendosi. Certo è che un legame inossidabile era rimasto, e lui su quel viso aveva modellato da ragazzo un ideale di bellezza ed associato sentimenti (no, non certo sull'immagine patinata, finta e cristallizzata della foto in questione, piuttosto la serbava viva, morbida, con gli occhi grandissimi ed i capelli morbidi, con il mento spigoloso ed il collo alto, elegantissimo, le mani affusolate, ossute, il seno piccolissimo e la vita stretta, ad ondeggiare a fianco al corpo di lui). Questo cordone si era creato tempo addietro, prima che il cuore si rivestisse di uno smalto più resistente, e trovarselo di fronte non poteva non destare, anche a distanza di tanti anni, qualche reazione emotiva non semplice da controllare.

Quando era di ottimo umore passava e biascicava con un sorrisetto un piccolo saluto a quella foto, evocativa come un totem. Quando era di umore neutro guardava con un po' di fastidio quella intollerabile invasione della sua privacy. Quando era di umore tetro, invece, ripiombava in qualche nostalgica considerazione, immaginando l'ucronica prosecuzione del loro amore, tanto zoppo quanto longevo, nella sua vitalissima agonia.

Tutto sommato, comunque, non la odiava, anzi le voleva bene. E non mancò dal considerare con autoironia la fortunata coincidenza: fra tutte le non molte donne che aveva amato, e quindi ancora in grado di turbare il suo stato d'animo, ad ammiccargli da ogni angolo del Paese era l'unica che poteva considerare con una certa serenità. Poteva passarci davanti senza dover distogliere lo sguardo di getto, come bruciato da uno di quei raggi di sole sbucati a tradimento, su un occhio malchiuso.

Così ogni giorno pensava, non solo per indole, ma per imposizione, a quella forma di amore consumato, mai vissuto fino in fondo, nato e morto, eternamente tornato in cicli, ricicli e ritorni ineluttabili per quasi un decennio, ma presentatisi in cerchi sempre più ampi e freddi: settimane, mesi, poi anni. Il dolore c'era stato, e tanto da strappare la pancia, ma era stato tutto concentrato al principio: molto più semplice – col senno di poi – da metabolizzare.

Un'altra forma di amore, con un altro nome ed un altro viso, era tornata a fargli visita negli stessi giorni. Indesiderata più dell'altra, legata ad un dolore convogliato tutto all'estremo, dopo la gioiosa incoscienza dell'inizio, dolce, immemore, pieno di vita ed erotismo. Era un amore privo di logica e di parole, era un amore senza i raffinati ghirigori della cultura, era stato fatto di dolcezza materna, di sensualità marina, solare, bruciante, muta. Poi si era chiuso in un lungo dolore, ed aveva fatto franare una pietra sopra a quel pozzo che sono le passioni.
Gli capitava di pensarci: aveva sentito da piccolo, ammirato dai prodigi della natura, che le più tremende esplosioni vulcaniche si verificano quando il crollo di alcune pietre va a tappare il cono vulcanico. Questo non può più sfogare i suoi umori e vapori, e così accumula la pressione, per anni o per secoli, o per millenni. La natura ragiona su ritmi lunghi, considerati inconsciamente offensivi dalla gente normale; quasi nessuno gradisce essere messo di fronte alla propria finitezza, e così tutti finiscono per provare istintivamente disamore verso i corpi celesti e le loro vite.
Comunque come si intuisce i vulcani di quel tipo, quando raggiungono un punto di rottura, esplodono causando eruzioni di grande violenza. Fin da bambino sapeva di questa cosa, e fin da bambino gli era sembrato che le persone, la loro rabbia, il loro amore, e le loro passioni in generale, fossero a rischio d'esser tappate, e conseguentemente esplodere. Non credeva fosse una gran pensata, e si considerava sciocco o intelligente non in relazione a questo genere di osservazioni. Certo è che, quando il macigno gli era crollato nella gola, sapeva che rischiava una esplosione. Sconsideratamente (ma consapevolmente) scelse la pace del momento, interruppe le comunicazioni con le falde più profonde, senza pensare alla possibilità che alcuni fattori potessero rimuovere quel tappo, men che meno si preoccupò delle conseguenze.
Quel tipo di amore, che rimava con istinto e dolore più che con mente e cuore, quel tipo di amore naufragato nel pianto, fatto di sensazioni umanissime e pulsioni ancestrali, nato senza speranza sin da principio eppure tenacemente vivo, acefalo, commovente e gonfio di sensi, di affetti forti, ebeti e afoni, lo aveva ricercato, proprio in quegli stessi giorni.
E così facendo aveva contravvenuto alla regola del silenzio. Quel silenzio che calava come una ghigliottina, e separava le strade della realtà e delle fantasticherie. Era tornata con in grembo un figlio altrui. Era tornata di un altro uomo. Era tornata perché voleva donarsi, con evidente follia, al suo vecchio amore, rinnegato, e poi desiderato con il medesimo ardore degli anni andati. E lui, pur scosso nelle fondamenta, aveva resistito. L'aveva sognata, invocata, pianta, maledetta, e poi messa da parte, ed ora lei gli si proponeva. E lui la trovava bellissima e infetta: il ventre di lei, che lo aveva accolto, aveva generato un frutto inquinato da un altro seme. Non l'avrebbe mai più voluta. Forse non l'avrebbe nemmeno voluta guardare negli occhi, ma quando lesse parole di amore ardente, di quello stesso amore antico, povero, bruciante, di una semplicità elementare, istintiva, idiota e perciò più puro di ogni altro, vacillò. Era lo stesso fuoco, sopravvissuto sotto terra nelle braci, e tornato a galla. Lui e la sua vita erano diversi, lei la stessa, ma inquinata per sempre. Non l'avrebbe mai più voluta, ma le sue parole elementari avevano ancora accesso agli strati più profondi, e non incontravano resistenze. Questa strana forma di amore, dolorosa, elementare e appassionata, era tornata a fargli visita, sconvolgendo la sua calcolata ricetta di vita, mortifera, lacustre e rassicurante.

Ebbe ribrezzo della sua fragilità, ma allo stesso tempo accolse segretamente questi palpiti come una testimonianza di vita.

Ma un'altra forma di amore si preparava ad invaderlo quelle mattine, a tentare di sfondare a spallate le finestre che aveva inchiodato, contro gli amori morti viventi. Era l'amore violento: l'ultimo in ordine di tempo, il più malsano, il più avvelenato, il più rosso di odio, l'amore finito nel rancore, dove ogni molecola di passione e di trasporto era stata trasformata in acrimonia. I due si erano fronteggiati senza armatura, senza scudo, infierendo sul corpo dell'altro un colpo ciascuno. Senza difese, ed ogni volta più carichi di rabbia cieca, si erano colpiti senza curarsi di sé, solo per fare male. Un qualcosa di totalmente estraneo alla sua indole, eppure aveva dovuto impararlo ed aveva pianto e maledetto lei e se stesso. Lei per averlo avvelenato, e costretto a quell'amore malsano e pieno di male, se stesso per non essersi liberato per tempo alle prime avvisaglie, per debolezza. Lei lo aveva accolto, si era donata, e poi, ogni giorno, aveva versato veleno nel suo vino. Lo aveva legato, e costretto a bere quel veleno fra i suoi seni. Lo aveva immobilizzato, irretito, e gli aveva insegnato l'odio. Si sentiva ammaliato e impotente, eppure era cosciente della distruzione cui andava incontro. Sapeva che non era nella sua natura, ma sapeva anche che se non voleva soccombere doveva imparare quella lotta. Lei aveva stillato nella sua bocca il veleno con le sue labbra, e questa immagine orrendamente decadente era la più calzante che potesse trovare. Lo stantio decadentismo che odiava, trito e nauseabondo, forniva le metafore più adatte, e banchettava ogni giorno alla sua tavola. Lei lo aveva amato e compreso nel profondo, lo aveva preso per sé con la sua intelligenza, il suo erotismo, il suo corpo, la sua attenzione, la sua femminilità, la sua bellezza, la sua giovinezza, ingenua e maligna come solo i bambini sanno essere. E gelida, come solo i bambini sanno essere. Lui, passivamente, si era lasciato trascinare.
Bruciato e sfregiato era riuscito a liberarsi, nel dolore di una passione fisica che ancora lo consumava, ma lei non demordeva: amava abbassarsi, ed era tornata. Trovava senso ormai solo nel provocare dolore, per riceverne in cambio. Sapeva perfettamente dove colpire, e in quel gioco al massacro vedeva una forma di rapporto vivo. Lui comprese, e smise di rispondere.
Dopo un lunghissimo silenzio, in quegli stessi giorni, si era ripresentata. Era l'ultima immagine dell'amore, la più viva nei ricordi, e quella che più doleva. Lui era accorto, e sapeva che lo spettro delle sofferenze aleggiava invisibile fin dentro le mura, e che le ferite ricomposte, i suoi sfregi ancora visibili, erano pronti a riaprirsi.
Vide questa forma di amore ammaliante e perverso presentarsi a lui nuda, ammiccante, infida, feroce, ammaliante, viziosa, pronta a concedersi...
Gli sembrò di perdere i sensi, ed era quasi pronto a lasciarsi risucchiare in quel vortice, quando un colpo di fortuna lo scosse dal torpore: riuscì a sterzare e rimettersi sulla sella. Frustò il cavallo, e fuggì. La strega, impazzita di odio e di amore, gli lanciò un'ultima saetta, la più velenosa mai lanciata, e lo ferì nella schiena. Imparò così che non doveva avvicinarsi a portata di tiro... Infelice salì su un treno, e si allontanò.

Di ritorno da quel treno si ritrovò in quella metropolitana, dove gli venivano le idee migliori, e dove gli uomini si accalcavano come vermi, nell'attesa di tornare in superficie, in tempo di pioggia. E lì era stanco e fiaccato, e pensava alle forme d'amore più diverse che i suoi non troppo anni gli avevano insegnato. Lì c'era il viso sorridente di lei, che rassicurava i passanti sulla buona riuscita dei loro scatti, per una patente da sfoggiare con gli amici, per una carta di identità vincente per ogni curriculum vitae. Sapeva che l'avrebbe trovata lì, come ogni volta che usciva di casa.

Quello che di certo non poteva prevedere era che, accanto a quella immagine così personale di amore, tanto a lungo scavata e meditata, si aggiungesse un'altra icona. Nuova e antica, altrettanto significativa, forse più sconvolgente. Era l'immagine di lei: l'amore inespresso. Le sue dita voleva baciarle, il suo seno morderlo, sulle labbra morire e piangere, imparare il profumo della sua pelle, accarezzare i capelli indomiti ed inseguire i suoi occhi, che come altri occhi ridevano fuggendo. E voleva assaporare dalla pelle l'arte di lei, la sua conoscenza, la sua espressività, voleva stimarla ed amarla sopra ogni cosa, ed abbassarsi ad una umiltà non sua, per far meglio spiccare le virtù di lei. La morbidezza del suo corpo lo faceva impazzire, la profondità della sua anima lo faceva tremare, così come una minima imperfezione del viso, e la voce cangiante, raffinata e spontanea. L'aveva vista poche settimane prima dopo tanti anni, mentre recitava su un palco e lui era solo, nella inusuale veste di voyeur adorante. Lei sotto le luci della ribalta. Era l'amore inespresso.
Quando l'aveva vista per la prima volta c'erano a separarli i banchi di legno delle scuole, che possono essere tanto invalicabili quanto la più alta delle montagne. Per uno zoppo. Morto.
E così non era mai riuscito a confidare nemmeno all'amico che conosceva da tutta la vita quanto si sentisse attratto da lei. Era stata ed era ancora una figura elegante, malinconica, ingenua, sensuale, trattenuta e formale... all'epoca acerba, ora splendente. Allora, per l'incoscienza dell'età, la sentiva inconciliabile. L'attrazione rimbombava e vociava dentro, ma l'autocontrollo rigido degli schemi, le barriere ideologiche dei ruoli, assegnati in luogo di una identità ancora embrionale, gli avevano impedito ogni mossa. Ogni sguardo ed ogni pensiero erano stati un furto, ottenuti con un raggiro, una costruzione abile, camuffata sotto le spoglie del caso, ed ogni incontro, ogni parola, intessuti con cinica perizia, avevano soffocato quel ribollire di sensazioni sotto una maschera di totale e quasi disinteressato autocontrollo.
Solo dopo alcuni anni dal primo incontro aveva cominciato a capire, e provato a rompere quel gesso da commedia che lo aveva avvolto. Su un treno, sempre nell'artificiale cornice della casualità, aveva adombrato con noncuranza la predilezione che nutriva per lei... troppo poco.

Poi lui andò a vivere altrove. Lei era partita. Lui aveva continuato a pensarla. Lei no.

Anni dopo era riapparsa, ed aveva turbato quel delicato, coscienzioso, retrogrado, borghese equilibrio conservatore che lui si era creato attorno. Il bavaglio messo all'emotività, stretto fin quasi a soffocarla, era stato strappato con una facilità irrisoria, e quella immagine vestita di rosso, pur nei capelli raccolti, nell'espressione innaturale da diva, e nella finzione irritante dei rifacimenti artificiali, era lì a testimoniargli il suo fallimento. Un fallimento completo: allora, quando non era stato capace di prendere ciò che forse poteva essere a misura del suo braccio. Il fallimento successivo, quando non era stato capace di liberarsi di quel pensiero quanto di esprimerlo. Il fallimento attuale, quando goffamente tentava un ritorno, nella forma suicida di un assalto alla baionetta. Ed ovviamente, pur con un certo stile, era finito in un bagno di sangue. L'aveva messo in conto. Alzò gli occhi e si fermò a lungo nelle tetre interiora della città a guardare questa forma di amore. La vide affissa, esposta allo sguardo indecente dei passanti questa sua icona, resa inumana dalla bellezza, avvolta nel vestito rosso, volgare, e reso stupendo dalla pelle di lei, e la vide tornare a ferire, con le labbra rosse, ormai troppo cosciente della sua bellezza senza tempo, di una grazia studiata, controllata, consapevole, di artista.
Era stata messa li a pubblicizzare i saldi di fine stagione, perché attratti dalle sue forme i frettolosi vermi striscianti nella pancia della metropoli corressero ad acquistare per far girare l'economia.
Era piombata nuovamente nella sua vita per metterlo di fronte a se stesso, per inquisirlo di fronte al peggiore dei giudici. Era tornata anche lei.

Nel terrificante groviglio di lombrichi che si trascinavano via dalle viscere della terra, si era fermato impietrito a guardare quell'immagine che lo rispecchiava. Poi era salito, alla ricerca di aria che non fosse stantia, ed aveva visto quelle facce di amore l'una accanto all'altra. Si era sentito soffocare, avrebbe voluto piangere e ridere, strapparsi la pelle dalla faccia, stracciare il manifesto da ogni angolo della città, perché nessuno aveva il diritto di vedere affissa ad una parete sudicia una cosa tanto intima, profonda e pulsante.

Corse a casa.
 
Chiusa la porta si arrestò. Considerò, non senza ironia, l'idea di un ripiegamento: non proprio una fuga, piuttosto una ritirata strategica. Magari in Messico.

 
27 Dicembre 2009

Tema: Milano

Milano è una città del Nord Italia, dove fa ben più freddo che a Roma.
A Milano ci sta un negozio che si chiama Gucci, dove io stavo simpatico a tutti quanti, infatti tutti quelli che ci lavoravano ogni volta che mi incontravano mi salutavano e mi sorridevano, e sono stato molto contento. Dentro a questo negozio c'è anche l'amica di Mariacarla che compra un fazzolettino che costa 145 Euro. Là ci sta anche una scarpa di serpente esposta, e sotto il tacco c'è scritto 10'650 euro, e allora io chiedo alla gentile signorina: “Mi scusi, il prezzo si riferisce ad una scarpa sola o ad ambedue?” “ad entrambe” “ah beh, allora...”.

A Milano c'è anche Silvia che lavora al teatro, e ci vanno le signore con la pelliccia. I peli degli animali morti vanno molto di moda, e chi se li mette viene guardato con molto rispetto. Quando le signore escono dall'aver visto Shakespeare si dicono a vicenda i consigli che gli ha dato il parrucchiere. A Milano c'è questo teatro che si chiama Piccolo, ma non è piccolo manco per niente, e vicino c'è una strada dove fanno un caffè molto piacevole. Cioè, il caffè è normale, ma siccome dentro fa caldo è ben piacevole quel caffè!
La gente che sta a Milano è molto gentile, e non bestemmia quasi mai, e si può fare a gara di cortesia, io ci ho provato ma non sono riuscito a vincere anche se sono gentile, ma la prossima volta ho pensato che secondo me se mi inchino vinco io. Ah si, sono molto gentili, finché non ti portano il conto, e un succo di frutta e un prosecco costano 30 euro. Li sono molto meno gentili e mi tocca bestemmiare a me.
Allora ho pensato che da Gucci ci offrono lo champagne ai possibili clienti, e per rientrare a pari la prossima volta devo bermi venticinque bicchieretti: sarà un lungo pomeriggio.

A Milano ci stanno i Milanesi, che sbagliano quasi tutte le vocali, mettono quelle chiuse al posto di quelle aperte e viceversa: e questa cosa però li fa molto contenti, e infatti pure la gente che ci va da fuori, per fare bella figura, comincia a sbagliare le vocali. Ai Milanesi gli stanno molto simpatici i Romani, e quando conoscono un romano, per fargli piacere, cominciano a parlare in romano pure loro.
A Milano alla gente gli piace anche molto lavorare per tante ore, e poi parlare fra di loro di quante ore hanno lavorato, per poter andare al negozio di Gucci a comprare i fazzoletti. E neanche si bevono lo champagne!!! probabilmente perché è gratis e gli pare brutto.
A Milano la metro funziona molto bene e ci prende il cellulare dentro.
Ma la maggiore differenza con Roma è che a Roma ci sta il panino con la mozzarella, il pomodoro e l'insalata, e il pane è duro, e c'ha la plastica tutto intorno. E costa 2,60 euro.
Invece a Milano dentro al panino ci sta il brie, il pesto, il tacchino, la cipollina, il tabasco e la salsa bearnese, e te lo fanno dentro alla cucina e poi te lo portano incartato benissimo, e costa 11 euro.

Un'altra cosa che ci sta a Milano oltre il freddo è Davide, che è un amico mio che gli piace molto alle ragazze, ed è molto simpatico. Speriamo che non comincia anche lui a sbagliare le vocali!
A Milano alle 19:30 quelli che sono già usciti da lavorare non tornano a casa, ma vanno a fare l'aperitivo, che è una cena che costa poco, e serve a dare appuntamento alla gente. E infatti così la gente ci viene per forza, perché una cena che costa così poco che fai, non ci vai!??

Un'altra cosa che ci sta a Milano sono i maglioncini chiari, che di solito li portano quelli con i capelli molto vaporosi, senza la barba, e con la mascella grande. Probabilmente servono per attirare l'attenzione, così nessuno guarda alla mascella.
Ma a Milano, più dei maglioncini, più dell'aperitivo, più di sbagliare le vocali, e più ancora di parlare di lavorare, gli piace avere molti soldi. Così possono pagare anche il panino più buono e con dentro tantissime cose.
Un'altra cosa che gli piace a Milano è la Gazzetta dello Sport invece del Corriere.

Comunque alla fine secondo me la cosa migliore di Milano è l'aperitivo, perché così nessuno ti darà mai buca all'appuntamento quando gli dici: “Ci prendiamo un aperitivo?” perché sarebbe troppo stupido!
Molti di quelli che vivono a Milano vengono da un'altra città, ma sbagliano lo stesso tutte le vocali, però anche se lo fanno apposta è meglio non chiedergli perché lo fanno, ché secondo me poi ci restano male, si offendono e non ti invitano più all'aperitivo.

Non lo so se ai milanesi gli piace di più lavorare o comprare i fazzoletti, però secondo me gli piace di più lavorare, perché lo fanno tutti i giorni per tantissime ore, e invece a comprare i fazzoletti ci vanno solo una volta di sabato, e quindi secondo me gli piace di più lavorare.
Ah! Un'altra cosa che gli piace moltissimo ai Milanesi è dire: “figa!”. Anche a me mi piace la figa, ma ne parlo in modo più ampio.
Ai Milanesi gli piace moltissimo anche Berlusconi, probabilmente perché sbaglia le vocali come loro, e perché dice a tutti che lavorare tanto è meglio, e quindi sono un po' tutti d'accordo con lui, e quando parla lui si guardano e si dicono: “figa!” facendo di sì con la testa.

Un'altra cosa che gli piace a Milano è di mangiare la pasta scotta. Secondo me lo fanno perché altrimenti all'aperitivo tutti si mangerebbero la pasta, e non si mangerebbero tutte le altre cose, e poi il cuoco esce fuori e fa “Figa! Ma non si sono mangiati tutte le altre cose!?” e ci resterebbe molto male.

Ah si, invece ai Milanesi non gli piace per niente pagare le tasse perché dicono: “Eh! Io pago già tanto i panini, tantissimo i fazzoletti... ci guadagno solo con l'aperitivo: figa!” e c' hanno pure ragione! Cioè, io li capisco.

Comunque oggi posso dire che comprarsi tantissimi fazzoletti alla fine è importante, infatti io venivo da Roma, non lo sapevo, mi so preso il raffreddore, e non ci avevo i fazzoletti.

Finalmente è nato il partito dell'amore


un progetto carezzato a lungo...

 
25 Dicembre 2009

brandello di racconto liberamente tratto da un libro, che affido al blog perché non sono al mio pc

Non ricordava il suo nome. Non aveva mai sfidato il mare largo, solo alcune volte era entrato per qualche passo a farsi leccare i piedi dalle fameliche onde, ma poi era fuggito indietro correndo.
Suo padre ripeteva che solo i pazzi e gli empi potevano fidarsi di pezzi di legno e sfidare il vento. Alcune tribù lontane usavano farlo. Ma il vento sapeva portare la pioggia o il sole, e bisognava rispettare la sua sacralità. Il mare con onde enormi poteva spazzare via il villaggio più grande in una sola notte, e si doveva rispettare la sua potenza.
Quando dal mare giunsero gli uomini corvo il giovane che non sapeva il suo nome, perché i giovani non venivano mai chiamati per nome, ne fu incuriosito. Raccoglieva conchiglie brillanti dalla sabbia, ed aveva visto arrivare le navi. Non ne aveva mai viste prima, ma sapeva della loro esistenza.
Si era nascosto dove era certo di non essere visto, ed aveva spiato i movimenti degli uomini ragno. Erano neri come i palmi celesti che separano le stelle, lunghi e affusolati come le dita degli anziani, ma sembravano alti come i forti alberi del querceto su cui si giocava ad arrampicarsi.
Non sapeva cosa facessero gli uomini uccello, ma non fu spaventato se non al principio.
Restò a guardare per ore i loro incomprensibili movimenti sulla spiaggia. Al calar della sera non tornò al villaggio, e quando la prima stella si alzò si avvicinò al mare, seguì la fune che era legata ad un masso, e portava alla barca.
Gli anziani dicevano che non bisogna spingersi dove il mare è più alto di un uomo, ché quello è il confine stabilito, oltre il quale il mare, infuriato, può reclamare il suo invasore come preda, e mangiarlo, e spolparne le ossa.
Ma il giovane desiderava conoscere, e rabbrividendo si spinse lungo il fianco della barca, tenendosi stretto alla fune.
Gli uomini scarafaggio dormivano, forse molti non erano tornati sulla barca, e così gli fu facile aggirarsi furtivo, col favore della notte e della luna, ed esplorare quel legno.

Il giovane non aveva mai visto la guerra, e non sapeva cosa fossero le invasioni o le armi. Nel suo villaggio quando sorgevano controversie era il consiglio degli anziani a indirizzare, con gli oracoli, verso la pace. E nessuno avrebbe mai messo in discussione la sentenza degli oracoli, perché essi la leggevano direttamente nel libro del mondo. Quando qualcuno veniva ucciso, e nessuno ne aveva memoria se non il più anziano del villaggio, l’assassino veniva esiliato, e quasi sempre fuggiva nei boschi da solo. La famiglia del morto allora poteva pretendere dalla famiglia dell’assassino le scuse pubbliche, che consistevano in una cerimonia dove i colpevoli si umiliavano, mimando nelle danze gli animali più infimi, e sporcando nel letame le loro vesti. La famiglia danneggiata veniva così risarcita, e la colpa veniva lavata via.

Nel loro villaggio, il giovane non lo sapeva, non c’era nulla da rubare, e la cosa più venerabile e preziosa erano delle tavole di pietra su cui i saggi, dai tempi dei padri, incidevano le mappe celesti delle stelle: ma nessuno oltre loro sapeva leggere quei segni.

Esplorò facilmente il legno galleggiante, che era grande come la capanna dei saggi al centro del villaggio, e non era coperto da foglie di giunco, ma da alberi altissimi e con pochi rami. Aveva sentito il respiro forte degli uomini insetto, ed aveva capito che erano nella pancia della barca. Pensò allora con spavento che il legno fosse vivo, ed avesse mangiato i suoi figli, ma non trovò bocca, e così pensò semplicemente che quelle creature avessero questa capacità di dormire dentro il legno.

Soddisfatto della sua impresa si calò nuovamente sulla fune, e raggiunse la riva con agilità: il vento secco lo asciugò in un baleno, e fu allora che decise di tornare al villaggio.

Durante il tragitto incontrò gli animali notturni, che credeva uscissero soltanto nei giorni di festa, quando le danze ed i canti facevano fuggire le civette impazzite ed allontanavano i pipistrelli. Giunse al villaggio, e tutto era tranquillo. Raggiunse il suo giaciglio e dormì un sonno profondo.

Il giorno successivo, come ogni mattina, gli anziani parlavano ai giovani che dovevano sostenere il rito, spiegandogli come affrontare il grande salto, come dipingere gli animali sacri sul loro corpo, e come imitarne i versi, per avere il loro spirito, e poi come costruire la fune per catturare la lucertola, e come disporre le ossa di coniglio durante il giorno per sostituire le stelle a guidarli nel cammino.

Ma quella mattina il giovane era distratto, e con un giovane ramo stava disegnando sulla pietra quel che aveva visto la sera prima. Rimproverato da un saggio cercò di cancellare i segni incisi, ma il sacerdote delle stelle si fece scuro in volto e domandò severo: “Perché disegni cose che non hai mai visto?”. Spaventato per la punizione alla sua disattenzione rispose solo: “non so, forse le stelle me lo hanno portato in sogno”.
Mentire ad un maestro era cosa disdicevole, ma in quel momento il timore aveva abitato la sua bocca.

Gli officianti si riunirono, e si divisero fra chi considerò questo sogno il frutto della fantasia del giovane, e chi lo vide portatore di sventura. Decisero di richiamarlo.

 
15 Dicembre 2009

L'amore vince

l'amicizia pareggia, ma in trasferta ci può stare.

 
10 Dicembre 2009

Festeggio il ritorno del mio pc con un aforisma (che non c'entra per niente col pc)

Non ho mai avuto timore di un uomo con un libro in mano. A meno che non fosse il Mein Kampf.

 
27 Novembre 2009

Oggi sono postumo a me stesso

Ieri sera abbiamo bevuto come se non esistesse un domani... e invece il domani c'era: era oggi. Come avremmo potuto saperlo?

 
23 Novembre 2009

Se dovessi scegliere un compagno di viaggio sarebbe sicuramente lui



 mario soldati ti voglio bene

 
17 Novembre 2009

L'importante è mantenere sempre un equilibrio fra i piaceri della carne e i piaceri dello spirito

 
avanti >

home iscriviti
© BanzaiMedia | Community | Tutti i video | Testi canzoni | Cinema e Film | Aiuto e supporto