17 Maggio 2012
Cicoria
Perché cicoria tu sei tutta amarognola,
Bollita fai un po'schifo
Invece ripassata sei buona?
Naso
Naso mio naso
Ti vedo e non ti vedo
Ma sento che ci sei.
Brutti sogni
Mi giro e mi rivolto
Mi volto e mi rigiro
E poi invece alla fine
scopro che non era vero
E tiro un bel sospiro.
(Ma il dubbio un po' mi resta).
Alla Cacca
Al mattino mi aiuti
A togliere un po' di peso sullo stomaco
E per questo dico: grazie!
Ma come mai che ieri eri gnocchi tanto buoni
E oggi sei cacca?
La bontà di ieri
(che oggi non c'è più)
Dov'è andata a finire?
Mi sa che me la sono tenuta io!
Quindi ogni mattina
Che faccio la cacca
Sono una personcina migliore.
Sternuto
carica carica carica
no mi sa che niente...
Carica Carica Carica
mi sa che manco stavolta...
CARICACARICHECCIU'!
Che bella sensazione.
Sternuto allergico
caricaecciù caricaecciù caricaecciù
riprendo appena fiato e
non vedo proprio l'ora di
potere andare al mare.
Onda
Onda gigante tsunami montagna di acque splaaash!
Sei alta sei centimetri
ma se io fossi una formica?
Postino
Driin
Chi è?
poostaa
ok
Pianoforte
Bello nero lucido
fuori mi sembri uno scrigno
che si apre e poi è
bianco e poi nero e poi bianco.
Plin, Plon
Chi ti si è inventato
ha fatto proprio bene!
Caffettiera
Quando ero piccolo
le immaginavo un suo grosso sorriso
col mento lungo di un pellicano
che gorgogliasse allegro
ogni mattina
improfumando tutto.
Cielo grigio
Come mai
se ti guardo
dopo un po'
mi viene mal di testa?
Cielo azzurro
Come mai
quando mi alzo
e ci sei tu
mi sembra che
tutto sommato
si possa stare bene?
La tastiera del pianoforte
Tutte le melodie se ne stanno
a riposare
su una tastiera ferma.
Le senti?
Temporale
Dove è caduta, stavolta,
la prima goccia
del temporale?
Boh, e che ne so io.
Temporale II
Dove è caduta
l'ultima goccia
del temporale?
Non poteva risparmiarsi di cadere,
come i soldati
più sfortunati?
Eh no!
Senza di lei non sarebbe mai piovuto.
Nuvole
Siete molto belle
ma attente
a non esagerare!
Formiche
Formiche, come mai
siete tutte così indaffarate?
Non state sempre lì ad industriarvi!
Prendetevi una pausa
almeno quando è festa.
Pelle
Pelle, pelle,
lo sai che sembri fatta
proprio su misura?
Gestione energetica
Corpo mio caro corpo
ma non ti sembra che potresti utilizzare meglio le energie
invece di far crescere sempre tutti i peli?
Mal di testa
Spesso tu dipendi
da una cattiva digestione.
Insegnamenti paterni
Per esempio quello di prima
sulla cattiva digestione.
Pietre (piccole)
Perché non c'è nessuno
che resista
a palpeggiarvi un poco
prima di lanciarvi in acqua?
Perché fate quel bel rumore tutto tondo
se uno vi sa lanciare bene?
Perché è così bello
vedervi ancheggiare
mentre affondate
allegre, dolcemente?
Pietre (grandi)
Una volta era mattino
E attraversavo in treno
l'isola dei Sardi
Ed ho pensato
- alla fin fine -
Che tutta quanta l'isola non fosse
che una grande pietra
qua e là
ricoperta di terra, alberi e case.
E' così?
Pietre (medie)
Queste di voi si spostano
Alcuni ce la fanno
Altri invece no
E allora non rinunciano
E si inventano le carrucole.
Sei àncora tetto o frana
muretto a secco o porta
statua amuleto o arma
Comunque resti sempre
schizzetto di vulcano.
Aereo (pilota di)
Ti immagino barbuto
composto e assai elegante
eroe di tutti i cieli
padre celeste invitto
esempio di coraggio
coacervo di virtù.
Invece chi ti vedo?
Un panciuto vitellone
che fa lo scemo
con tutte le hostess.
Fortuna me ne accorgo
soltanto mentre scendo;
il prossimo sicuro
sarà fra tutti
il migliore condottiero.
Aereo (decollo)
Aereo, punta di aereo,
come è che a un certo punto
prendi
e ti stacchi
e punti verso su?
Mah.
Uovo
Sei così bello e fatto così bene
- pur d'umili natali -
Che mi chiedo:
come mai romperti
dà tanto gusto?
16 Maggio 2012
Ho avuto l'onore e la fortuna grandi di esserti stato allievo, e l'onore e l'onere eccessivi di essere stato il tuo ultimo prediletto. Di questo ho addirittura fatto sciocco vanto, e ciò mi fa tanto vergognare dentro... Perdonami, anziché capirne il senso più intimo ho ceduto ad un basso orgoglio, scambiando un principio per la sua meta. Ora è tardi, addio maestro mio, io devo quasi tutto a te, che hai saputo scorgere una piccola fiammella in me, piccoli brandelli di carboni ardenti, sepolti con cura da tante e tante mani. E da quelle braci con l'arte tua hai fatto nascere un incendio che da allora si alimenta e cresce ed arde ancora di più ogni giorno. Non sono e non sarò all'altezza delle tue aspettative, non ho spalle abbastanza larghe, non ho dedizione sufficiente a supportare il talento che tu hai forse scorto in me. Ti chiedo scusa, anche se tradisco ciò in cui tu hai sempre creduto sopra ogni cosa, e che io non so portare avanti. Non dimenticherò mai nulla, e spero tanto che avresti apprezzato lo stesso quello che ho scelto di fare, e quello che sceglierò, pur se sarà modesto. Posso dirti che anche per te cercherò di essere migliore, uomo, studioso o artista io non smetterò di ricercare. Può essere crudele nascere e vivere in epoche tanto diverse e non poter fare più strada assieme, potersi solo sfiorare, fra l'età mia troppo verde e la tua troppo bianca. Solo un tocco ha cambiato tutto nel volgere di pochi mesi, non posso immaginare oltre. Non saprò mai perdonarmi di non essere venuto a salutarti, nonostante il pensiero mi spingesse sempre a ritornare a far visita alle tue parole, alla tua serietà, alla tua giocosità, alla tua passione, alla grandezza della tua figura, al confronto della quale, perdonami, non saprò essere all'altezza mai, nemmeno alla altezza di tanto grande ombra. Non è più epoca, forse, per i grandi maestri, e forse anche per questo la tua perdita mi appare tanto irreparabile e dolorosa.
Ma non dimenticherò mai nulla, e sappi che mentre l'ultima scintilla della tua vita si andava consumando, proprio allora con i miei scarsi e zoppicanti mezzi, io stavo ricordando la tua prima lezione, dieci anni e diecimila chilometri lontano.
Perdonami se non sono riuscito ad indossare le vesti tanto raffinate che avevi pensato per me. Non sarò fra quei pochi, ma sarò fra quelli, tantissimi, cui hai instillato una fiamma che arderà piena, e mi darà gioia fin quando arderà quella della vita.
Trasmetterò quell'amore come posso, con arte tanto più povera e rozza della tua, come forse lo sono questi tempi.
Addio, ti porterò sempre un gran bene ed infinita riconoscenza.
Il tuo allievo
Publio
03 Maggio 2012
18 Aprile 2012
Ci tenevo a scrivere questo ultimo
post stando ancora in terra americana. Ci tenevo per una questione di forma, di
coerenza, di presenza. Ché a volte anche queste cose sono importanti. Un conto
è il diario, un conto sono le memorie. Le memorie si scrivono da dopo, quando i
ricordi cominciano già un po’ a torcersi, contrarsi, appiattirsi magari o
idealizzarsi. Il diario invece è quasi in tempo reale, lo si scrive alla
mattina dalla sera, o viceversa. Questo per dire che mi sa che ho fatto male a
chiamare tutte queste cose scritte “memorie”, però che fai, cambi idea proprio
alla fine? Bastava riflettere un po’ di più prima, o essere meno puntiglioso adesso. In questo momento sono al Martini Bar, gate 9 del JFK, e mi vanto del mio
scrivere a razzo senza guardare la tastiera, ma lasciando vagabondare lo
sguardo sulla gente e al cielo tutto attorno, di un azzurro scialbo e incolore
che illumina però questo gate di una luce bella e diffusa, che riempie ogni
angolo ma non offende l’occhio, complici i colori tenui e chiari della sala.
Davanti a me c’è una bella ragazza francese con i due genitori, un bellissimo
padre ed una bruttissima madre. Come ha fatto una cosa così carina ad uscire
fuori da una cosa così brutta? Forse sacrificare la bellezza propria per quella
della progenie è proprio il senso di tutto. Sacrificare l’io narcisistico
all’amore per l’altro…? No però seriamente, questa è proprio un cesso porella. La giovane che stimo sui ventidue anni è abbastanza annoiata dalla situazione
familiare, probabilmente questo viaggio a New York l’avrebbe voluto fare con un
ragazzo, o magari con qualche amica, per potersi vivere un po’ le notti di
questa città. Invece con mamma e papà già me la immagino, la frustrazione… è
giovane, e tornare in albergo il sabato sera alle 23:30 mentre tutto intorno la
città impazza… deve averla vissuta come una enorme occasione persa. Difatti
adesso si sta bevendo l’ultimo sorso di birra in plastica, ed è strano sia per
la situazione contingente, sia perché sono appena le tre del pomeriggio. Mi guarda molto spesso, oramai si è creato quel gioco di sguardi dove entrambi
siamo consapevoli. Lei spizza ed io sgamo, se mi concedete una parente
dialettale. Io invece mi ero seduto qui per piagnucolare un poco e scrivere il mio diario:
aprire il cuore di nascosto standomene qui, in mezzo alla gente. E’ uno di quei
piaceri segreti che mi concedo spesso, una pura solitudine da folla, da non
luogo come l’aeroporto, di per sé tanto conciliante… così ora questa presenza
che intensamente cerca il contatto mi inquieta un po’. Principalmente perché dopo i primi momenti mi sono accorto che ha un bel
visetto, e ok ce ne sono tanti, ma ha principalmente due tette gigantesche.
Serio eh, saranno una quinta abbondante! Questo è il mio tallone di Achille, e
mi disturba un poco sentire la sua annoiata attrazione, perché vorrei ritrovare
la tristezza e la solitudine che questo momento solenne richiede. Sessualità e tristezza non c’entrano un cazzo. Si possono rincorrere, anzi
direi che è la loro natura quella di rincorrersi… ma non mai raggiungersi e
coesistere al medesimo tempo. Questa pagina di diario – quella che ancora deve venire fuori - ce l’avevo
tutta in mente domenica sera, e la avrei scritta meglio: di getto, di gioia, di
pianto, di ispirazione travolgente che ti acchiappa come un conato quando le
idee traboccano. Invece quella sera mi sono addormentato, ed ora quella vena si
è raffreddata, se non spazzata via però minata dalla burocrazia dei controlli,
dell’imbarco dei bagagli, dalla tensione degli imprevisti, dalla signora
gentile che ha chiuso un occhio e mezzo e mi ha fatto imbarcare un sacco di
chili extra come se niente fosse. Per una mia scelta personale io in questo blog non parlo mai di donne, ci avete
fatto caso? Solo una volta, forse tre anni fa, ne parlai. Delle donne che ho
creduto o si sono volute mie, intendo. Non so, non è che sono frocio eh, è
proprio una questione di privacy e intimità, cui tengo molto. Eppure abbiamo imparato che il non detto è importante quanto il detto, quindi
voi magari imparatevi a leggere anche quello che non scrivo. Comunque al di là del mio rapporto con il diario, direi che specialmente in
questo viaggio le donne in senso di “le conquiste” non hanno rivestito una
grande importanza, giusto forse un po’ lo sfizio di esportarsi come uomo e come
publio. Nessuna arma, solo una pura presenza. In altri periodi sarebbe stato
diverso. Mentre grande importanza ce l’ha avuta l’amore. Quell’amore spassionato e senza
confini che è – credo - la mia più grande dote, e che non si risveglia
facilmente, ma poi invece nasce, e allora so’ cazzi. E’ quello che
indubbiamente provavo sulla terrazza di Thibault due giorni fa, verso le sette
di sera. Ovviamente non è un amore fisico, non è un amore per una donna, e non
è nemmeno l’amore omosessuale. E’ l’amore della amicizia, che ti fa contemplare
i tuoi amici come delle creature belle, che semplicemente “standoci”
abbelliscono il mondo, lo migliorano per tutti col loro solo esprimersi, lo
trascolorano con le loro venature, insomma col solo far venir fuori la loro
natura. Ed è questo l’amore che è sempre giusto condividere senza riserve, e
connettere senza ritegno. In questo senso anche i difetti sono un piacere, la decadente mollezza e
indolenza di Thib la trovo adorabile, la bonaria bambacioneria del buon Riley
le gros russe, e lo stesso per il look decisamente inguardabile di Guido, che
nella trasandatezza del vestiario rivela ricchezza dell’anima. Di lui, a
differenza di altri, l’ho capito al primo sguardo un valore ulteriore. Occhio azzurrissimo,
barbetta incolta e chioma scompigliata da pampa argentina. La profondità, a volte, si scolpisce nei visi. Non sempre – mica siamo nazisti
– ma talvolta si: li scava come un artista, li tormenta e li arricchisce. Ed è
molto poco democratica, in questo. Mentre scrivo schivo come zanzare (cit.) gli sguardi della giovinetta, e mi
sforzo di ripensare a quel momento in cui il sole tramontava sulla sua
magnifica terrazza, lì sulla centoventitreesima nel cuore di Harlem, ed io me
stavo là, circondato proprio sul limitare di tutto da persone magnifiche che
nel loro esserci mi hanno scisso la percezione in due. Mi hanno tagliato a
mezzi il modo stesso di “stare”, una sensazione non nuova, ma molto rara. Lo strabismo di osservarsi in una vita ipotetica: presente, passata e futura.
Dico davvero, non fa differenza il tempo nel periodo ipotetico che si percorre
elaborando suggestioni. Una parte della mente si situava sulla via del ritorno, e contemplava con
sguardo retroverso, sguardo da futuro anteriore, tutto quel che avevo attorno.
Guardavo come si guarda una nostra foto presa da girati, e così mi vedevo
dall’alto, mollemente sbracato sulla poltrona o affacciato alla balaustra, nel
mio post sbornia domenicale, e nello stesso tempo cercavo di apprezzare fin da
dentro le mie fibre ogni singolo istante, minuto secondo, con la fame
insaziabile di voler mangiare tutti i dettagli. Vivere ogni momento come se fosse l’ultimo: bestemmiando come un turco, dunque. Scardinata questa sciocca banalità c’è però da dire che sperimentare sulla
pelle gli ultimi momenti di un qualche cosa è sensazione che amplifica e
distorce la percezione (specie a me, con quell’hungover che me se magnava), e
così mi vedo ora mentre scrivo di quel momento, e ricordo che già allora mi
percepivo come tale. Percepivo me scrivente da un di fuori ipotetico. Affacciato alla balconata di quel nono piano, guardavo lo skyline di Manhattan
a trecentosessanta gradi. Dire “a trecentosessanta gradi” è una di quelle cose
che non sopporto e mi fanno male all’anima, ma soltanto quando è in senso
figurato e vuole intendere “a tutto tondo” o “da ogni punto di vista”. E’ una
di quelle blasfemie linguistiche camuffate da ricercatezza tipiche di questi
anni, che spero vengano dimenticate dal tempo. Invece nel mio caso si può dire, perché proprio in senso tecnico: il terrazzo
di Thib non ha barriere e si vede tutto fino a giù giù, al culmine estremo
della downtown, dove svettano le nuove torri figlie delle ceneri di quelle che
furono, e tutti i palazzoni noti. Ma anche su su fino al profondo Bronx, e in
più tutta Harlem attorno, che tendenzialmente ha i palazzi belli e bassetti, di
quattro o cinque piani, interrotti poi da qualche mostro, più o meno nuovo, più
o meno moderno, più o meno da ricchi, ma di solito più meno che più. Ecco, quel che pensavo è che quel panorama era soverchiante ed immemorizzabile. Un panorama inesauribile, ecco il termine che sono felice di aver ricordato. Col mio inglese di merda cercavo di comunicare al mio amico che si sarebbe
potuta spendere una intera vita su quel terrazzo, senza nessuna possibilità di
memorizzare ogni tetto, ogni finestra, ogni edificio… Migliaia e migliaia di
tutte le epoche, fatture, fogge, altezze, pesi, stili, grado di usura, ma
soprattutto altezze e forme. Che l’ho già detto ma volevo sottolinearlo perché
è la cosa che più colpisce. Fortunatamente la mia spasimante col fisico snello e la gigantomastia se ne è
andata. Questo ha inciso positivamente sulla qualità dello scritto, credo. A me nelle donne non piace l’esile delicatezza nell’aspetto. La sofisticata
trascendenza innaturale della caviglia fina della figura eterea. Può anche
attrarmi chiaramente, ma in maniera molto fredda e lucida, come ammiro le donne
di Modigliani, che per inciso stanno tutte qui a New York. Io nella donna devo
vedere la femmina nel senso più pieno e più nobile, più naturale, più
miracoloso, materno e sensuale, mediterraneo, africano, generatore. La
femminilità più dirompente e più terrestre, erotica e ancestrale. E questo, come ovvio, viene prima della personalità. Quella poi è chiaro, che
può stravolgere e ribaltare tutto. Lì vale il caso per caso, l’importante è che sia un ottimo caso. Infatti sono spesso single. Ma tornando a quel tardo pomeriggio che è veramente la cuspide di tutto:
dopo ore di grigiore e umidità una brezza benedetta e mandata dagli dei
giustiziava senza pietà l’orrido cielo color mercurio che ci tormentava, per
restituircene uno apollineo, terso e invictus, giusto in tempo per il tramonto.
Il sole si andava dunque vittoriosamente reclinando dolce, sul lato di
Morningside (lo so che pare assurdo, ma è così: sta a ponente) che è lievemente
in salita rispetto al resto dell’isola, e quindi si appoggiava lieve su queste
collinette fatte di palazzi, e poi gli scivolava dietro sciogliendone i
contorni, scendendo come una colata lavica dorata e brillante, indorandoli
tutti e confondendoli, prima di scendere nel fiume Hudson. Ecco io nel mentre ad occhi socchiusi sentivo queste deliziose persone che
parlavano, tacevano e ridacchiavano. Persone raffinate, umane, aperte,
ironiche, bevutelle e ciancicone anche, all’occorrenza, che discorrevano di
cose che non capivo. Poi ridevano, si tacevano, e di nuovo parlavano un poco. Il mio inglese – e mi spiace dover interrompere il tessuto a questo punto, ma è
doveroso – fa veramente superschifo, e quindi se non mi concentro mentre gli
altri parlano i suoni si confondono, e diventano un brusio indistinto, fatto di
pura sonorità prelogica. Io, che ero pure in un post sbornia (come del resto tutti gli altri), vedevo
drasticamente ridotte le mie capacità locutorie, figuramose quelle
interlocutorie! E così mi andavo quasi assopendo con la mente, ma sentivo la
loro rassicurante e buona presenza attorno a me, e più mi estraniavo, più
sentivo l’aura del loro esserci, del loro esserci proprio lì nel mondo, del
loro esistere vicino a me. Potevo come sentire con i sensi distorti dal sonno e
dal bere, ma potenziati da un momento di grazia, l’aura umana nei suoi colori,
nelle sue vibrazioni, nelle sue temperature. E questo ad interagire con la
persona mia, inabile alla comprensione del discorso, inebetita nella decodifica
dei suoni, eppure così tanto interagente che dire non so. Direi che è stata questa sensazione molto intensa di prossimità, e l’imminente
e fatale pensiero dell’allontanamento, dell’ultima cena, dell’ultimo tramonto,
e dunque questo carico impietoso di fine, e di morte… questa contemporaneità
della presenza-assenza mi ha scosso e commosso un poco, e rigato la guancia più
esterna, invisibile agli altri. Di qui la furtiva lacrima che intitola questo
ultimo diario americano. Ovviamente è prima di tutto l’aria de l’Elisir d’amore, e siccome ci sono
andato a sentirlo proprio con Thib, dopo una piacevolissima fila pomeridiana,
mentre c’erano le audizioni per le ballerine del Met, e noi lì a gigioneggiare
in questa fila per acchiapparci a venti dollari biglietti da duecentocinquanta… beh, ma questa è un’altra storia, una delle tante che non ho scritto, e che
spero di non dimenticare.
Scherzando e ridendo, qui fra
pochissimo mi parte il volo… Dopo aver riletto un paio di volte mi viene da dire che la vita è veramente
un’ottima scusa per fare della letteratura.
10 Aprile 2012
Tizio: "ehi you, give me fire! do you have!?" Io: "I do... tell me, where are you from?"
T: "I am from Italy!"
I: "oh cool, and from where?"
T: "Milan, do you know it?"
I: "oh nice... I know that there is a sort of proverb in Italy... it should sounds like: the best thing of Milan is the train to Rome, is it
true?"
08 Aprile 2012
C’è stata una grande festa, due giorni fa. Questa è potenzialmente una casa altoborghese, con un bel color senape sui muri, ed un pavimento in parquet. Due piani, ampia cucina ‘sfondata’ a vista sullo spazio per il pranzo, tovaglie eleganti da foto ovattate di matrimoni. Sempre kitsch è chiaro. Effetto madreperlato lo chiamerei, ma non lo so perché. Un traslucido da prima comunione comunque.
Dopo una grande festa c’è sempre un aspetto che mi piace, ed è questa atmosfera postatomica nella quale si mischia il permanere dei particolari ‘nobili’ preparati per l’occasione, ed il loro contemporaneo decadimento dopo la festa. Ad esempio ora sono seduto a scrivere sul tavolo, la tovaglia è ‘bella’ ma sporca, nelle ampolle di vetro ci sono ancora le rose: una è perfetta, le altre due già moribonde e mosce, col capo reclinato in attesa che qualcuno, pietosamente, dia loro degna sepoltura.
In frigo c’era del salmone affumicato di ottima qualità. Che però è stato lasciato fuori dal frigo stesso per otto ore, ed è appassito. Devo ammettere che il giorno appresso per rabbia di fame ci ho pure provato a mangiarlo, ma non si è rivelata affatto una buona idea. Oh, non è che posso sempre averci buone idee.
Questa era una festa a tema ‘primavera’, e sono stati apparecchiati e fatti a mano fiori finti molto belli, alti oltre due metri, festoni colorati, lucine, e insomma tutte quelle piccole accortezze che un party preparato da mani femminili e sapienti, può comportare.
Ma soprattutto è rimasto una cifra di vino! A questo punto un dilemma mi attanaglia la coscienza: e se me ne rubassi un po’? Diciamo che avendo il giorno appresso riempito sei – otto metri quadri di sacchi della spazzatura accuratamente divisi, sento di essere parte integrante di quella eredità che ospiti inattesamente cinquantenni hanno portato e lasciato in dono. E vino buono, non le ciofeche che di solito portano i giovani squattrinati, non i fiaschi d’aceto californiani, ma vino buono. Ché poi giustamente un cinquantenne, o i ricchi aristocratici della Columbia, una volta invitati ad un party, perché dovrebbero fare i pulciari? Del resto mutatis mutandis (ovvero il portafogli) hanno fatto lo stesso anche i miei amici, quando sono venuti. Solo che loro, brave bestie, sicuro si saranno bevuti tutto.
No beh, questo tecnicamente non è vero: le cavallette che si sono mangiate e bevute (e fumate) tutto sono stati gli ultimi ospiti inattesi, che ho trovato in casa al mio ritorno, tardissimo… ma per dire di questo bisogna forse di partire da un po’ più lontano. Partiamo da gennaio direi, quando nel mio vagabondare solitario, abbandonato da amici partiti o partenti, prendevo con me il mio picciol libro e me ne andavo a spasso per il quartiere, qui ad Harlem, in cerca di un bar tranquillo, con una atmosfera amichevole e musica rilassata, per bere un bicchiere di vino e per leggere fuori dai consueti tempi di studio. Diciamo che cercavo un posto per quell’arco di tempo fra le dieci e mezzanotte, nel quale io non riesco a stare a casa salvo serie complicazioni di salute, seri post sbornia, seri programmi sportivi, o vattelapesca.
Dunque dicevo che sin da gennaio ho trovato (si, perché se c’è una cosa che so fare è trovare i posticini così) questo bar-caffè, rilassato di giorno, molto luminoso, proprio all’angolino in alto a sinistra di Central Park, ovvero insomma dove abito io. E questo posto ha anche una buona atmosfera umana, fatta di clienti abituali, un lungo bancone (diffidate sempre dei locali senza un lungo bancone), una fauna di negroni vitelloni sempre presenti, una selezione di vini pessimi ma a poco prezzo, e un rapidissimo cuoco messicano.
Bene, nelle mie peregrinazioni di studio, bevuta o colazione, ho cominciato a salutare ed essere salutato prima dai baristi e poi dagli avventori. In particolare uno, di cui non ricordo il nome, è un omone nero con dei bei dreadlocks (tipo i rasta, ma puliti), dall’ottimo inglese ma dalle origini francofone, e con dei bellissimi occhi verde-marrone chiaro, che sulla pelle nera risaltano molto.
Tranquilli, che non mi sto infrocendo, però le cose van dette. Va quindi detto anche che c’ha una zeppola in grado di far impallidire quella di Jovanotti. Ora mi fermo un istante ancora per chiedere scusa a chi mi sta leggendo, e magari si è rotto il cazzo di queste parentesi descrittive, e vorrebbe un po’ di azione, una trama, un plot, uno svolgimento, un intreccio. Beh, non mi rompete i cojoni: scrivere ed appuntare queste piccole cose è l’unico modo per salvare dal tempo immemore questa esperienza, e le mie sensazioni nel pensarci ora, standoci ancora dentro con un piede. Bisogna salvare le piccole cose dalla fuggevolezza fenomenica, dalla macina del tempo che fra poco mi riporterà a casa con una cifra di peli bianchi in più, fra la barba.
Dunque dicevo di questo tipo che non ricordo il nome: abbiamo parlato un po’ bevuti di donne e di calcio, per rinsaldare gli stereotipi, e poi ci siamo semplicemente salutati, a partire da quel giorno.
Con un taglio netto temporale, a scavalcare i mesi, arriverei ad un paio di settimane fa, quando Kei Hashimoto, ex fidanzata dell’amico di un amico mio che adesso è andato via, invitava me ed altri in un posto di quelli dove non metterei mai piede. Il VIP (che i nomi sono importanti) ovvero una discoteca elitarissima, senza insegne, che si sviluppa nel sottosuolo di un quartiere insospettabile, fra simboli arcani e vagamente massonici. Uno di quei posti dove vai se sei: fico, ricco, giusto, e inserito. E in lista. Altrimenti che scherziamo?
Dunque se in un primo momento tentenno all’invito, debbo però ammettere che taluni specifiche di ordine prettamente materiale vincono le mie reticenze di ordine prettamente morale.
Ma io sono un materialista, mica un moralista.
Se poi questa fosse considerabile una buona storia, potrei essere addirittura un materialista storico.
Bene ok, questa era proprio una cazzata. Tornando a noi: le validissime ragioni che mi spingono a deporre ogni incertezza sono che c’è un tale Igor-il-Russo che ha un tavolo, che festeggia il compleanno, e quindi che si, in quel posto costa 20 dollari a cocktail, ma by the way noi entreremo e berremo gratis tutta la notte.
E così, preda dei prevedibilissimi effetti della combinazione publio + vodka, mi ritrovo ad una imprecisata ora della notte all’esterno, a fumare e prendere aria coi buttafuori… Ed è proprio allora che mi sento chiamare dalla strada, e si tratta - guarda un po’- proprio del negrone rastone francese colla zeppola, il quale aveva una combriccola di amici al seguito, e cercava disperatamente un locale. Io dentro la aleatoria ma ineludibile recinzione che delimita chi è In da chi è Out, lui fuori. A quel punto, dopo un fraterno abbraccio bevuto e un po’ di schiamazzi, vista la mia solida posizione di ubriaco imbucato alla festa di uno che non conosco, mi sento pienamente in diritto di far imboccare tutti, convincendo i buttafuori che loro trattasi di amici miei, mediante una sceneggiata napoletana di un certo rilievo, suppongo.
Trovatisi tutti a gratis in questo magnifico ambiente elitario e esclusivista, che evidentemente era proprio ciò che andavano cercando, i salamelecchi e gli abbracci si sprecano, ed io ammetto che nella veste di anfitrione ci sguazzo alla grande, quindi poi signorilmente non mi accollo, e li saluto augurandogli buon divertimento.
A questo punto un dovere di completezza di cronaca mi obbligherebbe a rammentare anche un altro successivo incontro, al solito bar un pomeriggio, per assistere al pietoso spettacolo Barcellona – Milan, ma questo è piuttosto poco interessante, e poi io ero pure malato. E soprattutto non ho nessun dovere di completezza di cronaca.
Così possiamo tornare prontamente alle quattro e mezza del mattino dello scorso venerdì. Salutati gli amici, pagato il tassista (loro, che io non c’avevo più una lira), tornavo a casa pregustando già di mangiarmi tutti gli avanzi prelibati o meno che di certo avrei trovato sul tavolo, bevendo l’ultima birretta della buonanotte in paciosa solitudine, approfittando vergognosamente della situazione favorevole di un party appena finito, ma ancora apparecchiato. Solo per me, a quel punto. Ed invece mentre apro la porta sento questa musica negrissima tunz tunz provenire si decisamente dal mio appartamento non c’è alcun dubbio!
Cospetto! Sorpresa! Sgomento! Raccapriccio e Gioia! Un elegante party di gentiluomini cinquantenni vestiti anni Cinquanta e damigelle in abito da sera con corone di fiori, nel giro delle poche ore della mia assenza, si è prontamente volto in un party negrone, capeggiato da… A questo punto è ovvio, dal mio amico rasta colla zeppola, il quale sgrana gli occhi vedendomi entrare, e si inizia a berciare tutti assieme e a ridere perché insomma dai: me lo sono ritrovato addirittura dentro casa!
E qui non siamo esattamente in un paesino della provincia di Campobasso, dove più o meno ci si può attendere di incontrare facce note. Siamo a New fucking York. But all the world is a village, e così mi ritrovo a reggere l’amico gigante del mio amico, che era troppo sbronzo, e la scena a ripensarci ora doveva essere davvero ridicola perché questo è qualcosa come due metri, e io sono qualcosa come uno e settantacinque, e lui sarà tipo due quintali, mentre io non arrivo ai sessantatré chili. Così io piccolo sbronzetto che reggo lui, gigante e sbronzissimo, è una di quelle immagini che vorrei proprio averci una foto. Un altro tipo cui viene riferito tutto il nostro background mi chiede se per caso lavori anche io nella night life… ho scosso la testa con un sorriso imbarazzato, non ho più la credibilità per dire cosa diavolo io stia facendo qui.
A questo punto la parabola è conclusa, ed io vorrei chiudere tornando a parlare dello scenario postatomico che da due giorni regna in casa. Sembra d’essere gentiluomini decaduti, fra antichi fasti trasformatisi in rovine, piene ancora del fascino di splendori passati.
Cosa resta di quella bella contraddizione fra lusso e decadenza? Resta una bellissima mela che mi sono andato a prendere dal frigo e che adesso, dopo il caffè, me la mangio proprio.
Mi ha sempre fatto cacare, e per anni l’ho mangiato lo stesso pur di non apparire diverso, polemico, per non destare l’impressione di indisponenza, bizzarria, men che meno irriconoscenza (che a casa mia per anni e anni s’è sempre magnato de merda, figurarsi se potevo disprezzare la cucina altrui, sempre di tanto migliore!). Poi col tempo ho preso coscienza di questa mia insanabile idiosincrasia, e mi sono trincerato in garbati rifiuti, che poi diciamolo, fanno anche crescere il
livello di stima: “Oddio, hai visto? Ha rifiutato il dolce… ma come, davvero? Niente
dessert? Che eroe… che forza di volontà… - e qualcun altro – quanta virilità
perbacco! Considerare i dolci cose da donnette!”. Ecco, questa è stata la seconda fase, che direi posso posizionare più o meno
fra i venti ed i venticinque anni. Ma dunque non solo da ieri le cose sono
cambiate. Ed ho deciso di fare outing: a me il tiramisù mi fa, mi ha sempre
fatto, e per sempre mi farà cacare! Poltiglia insensata di sapori burrosi e mal
amalgamanti, amarognolo di cortesia rappreso in una pappa melensa, caffè freddo
che sa di vecchio, ad intridere i tessuti già molli del biscotto più stupido
della terra (il savoiardo ovviamente). Il fraterno Patrizio, evidentemente, negli stessi anni ha sviluppato il mio
stesso segreto, e giustappunto poco tempo fa ha sbugiardato in pubblica piazza
Pompi, la famosa pasticceria di Re di Roma, dichiarandone l’infimo livello,
pari forse solo per proprietà di proporzione inversa, alla sua celeberrima fama
in quel di Roma e oltre, specialmente fra i così detti coatti e burini
ripuliti, o anche allo stato brado, senza ripulizia intendo. Trovando dunque ringalluzzimento nel nostro sodalizio rinsaldato sempre più,
fin negli affari da ghiottoni, trovavo quest’oggi il coraggio di un pubblico
outing, dichiarando al consorzio umano dei miei amici che a me, il tiramisù, fa
cacare. Con tanto di pugnetto sbattuto. Sommerso dai prevedibili strali del così detto sesso debole e maschi sodali, schivando
a malapena i dardi incendiari dei loro reggiseni femministi in fiamme, roteati
sulla testa a mo’ di frombola, fui messo in fuga. Trovai salvamento solo grazie
ad un repentino ripiegamento strategico (preferisco questa espressione alla
precedente scelta poco onorevole), e mi rifugiai su una ipotetica collinetta
boschereccia, dalla quale continuai a gridare all’Eco i miei improperi verso
questo sopravvalutatissimo ammasso viscidognolo che tanto favore incontra fra
le masse. Quando la solitudine disperdeva nel vento i miei gridi, e minava la tempra
delle mie certezze, ecco che il sodale mio, platonico soprattutto nelle spalle,
virtuoso del mandolino e della composizione, nonché della panca piana, di dadaismi,
boccia, rosciaggine di barba, demistificazioni, sarcasmi, lingua e cultura
aricciarola, irriverenze, pierinerie, giochi di parole e di concetto, e
passionalità mediterranea in nordico sembiante… eccolo venire a trarmi d’impaccio,
e salvarmi dagli improperi del popolaccio roboante.
"ammasso de
monosaccaridi senza personalità, buono per cervelli depressi più che per gole
goderecce.”
E allora la cosa andava a solleticare la fantasia e… “no Dà, non posso venì a
sentilli suonà a quelli, esco dopo che devo scrive una poesia”. E così l’ho
scritta, eccola qua (che poi tutta sta tarantella me la sono inventata solo per poterla trascrivere)
Lu prode frate
meu in succurso venne
i sbuggiardò la
trimenna minzogna:
che qui dice lu
veru è na carogna
pi qui è
ignurante e di sapi pritenne.
Partiu è cu me
attaccannu chi lu venne
Ai ri di Roma, i
missi l’ha a la gogna!
Quinni infallibili
a qui me rampogna
Dimustrò cu una analisi
perenne Qui non se poti diceri buntate
Ammassu ‘e
strutto buru i mascarponi
Biscutti musci e
intinti, ovi a palate
Fannu concertu
que si riproponi!
Pruvate i dulzi
d’austro i poi isclamate:
No ai Savuiardi
i ivviva a li Burboni!
18 Marzo 2012
Oggi mi sono alzato di ottimo umore, a causa di uno di quei messaggi che ti
fanno riconsiderare il mondo e te stesso un posto dove non è poi tanto male
passare una ottantina d’anni, secondo le più recenti stime di aspettativa di
vita italiane. Certo, se dai sessantacinque, dopo quaranta di lavoro, non avrai più la
copertura sanitaria e la pensione, la cosa migliore che potrai fare per lo Stato
– cosa che del resto già è – sarà di tirare le cuoia, per gentilezza, lei
capisce, non si può gravare sul bilancio… ma certo signori, non preoccuparti,
tolgo il disturbo. Sto cazzo, ovviamente. Comunque dicevo dell’ottimo umore, che come anche il pessimo umore, mi spinge
di solito alla scrittura. Avere un diario personale da pubblicamente esporre,
seppure a pochi intimi autoselezionati e censiti dal proprio stesso gusto,
tempo e fedeltà… beh dicevo, senza troppo subordinare, che è uno stimolo alla scrittura
che ci si fornisce da sé, come per mantener fede ad una parola data e non
detta, ad un impegno preso con nessuno, con la pagina bianca, ma anche con
migliaia di persone, di occhi senza faccia attorno, di storie mai raccontate, e
soprattutto, per quanto mi riguarda, mai udite. Questo un po’ mi spiace. E’ il problema della scrittura che tanto infastidiva Platone: il suo carattere
rotolante. Ultimamente il mio aggettivo preferito è “pindarico”. E come il buon Pindaro mi
ritrovo appena scrivo a non avere più alcun controllo della materia,
linguistica, speculativa, ma soprattutto psichica, che la scrittura stessa si
propone di controllare e organizzare. Ed invece mi si disorganizza tutto, e le
idee se ne scappano in mille rivoli, di qua e di là, allora le rincorro ad una
ad una, ma non riesco mai a star dietro a tutte, raccoglierle e riporle chete
chete in un cestino, no, proprio non mi riesce, che appena le raccolgo e le
ripongo quelle come un pesce impazzito danno un colpo di coda, e se ne
riscappano… figurarsi poi se coerentemente riesco a strutturare il tutto. Ma va bene lo stesso, io sono uno che parte per le tangenti. Io tango. (Poco
Cash). Dunque un ottimo umore che mi portava a scrivere, e che si è trasformato in
umor nero per via di ipersollecitazione di alcune corde personali e suscettibilissime,
di un piccolo e minimo (poi davvero minimo?) infortunio occorso di quelli che
non ho mai potuto sopportare. Perdere qualcosa che ho scritto. Perdere qualcosa
che ho scritto, pure se gli ho dedicato apparentemente solo mezz’ora, è una cosa
che mi fa uscire di senno. Nella fattispecie ho perso due stupidaggini: due
piccole poesie in stile arcadico, quindi
proprio un giochino, con le quali avevo invitato una coppia di amici ad uscire,
la scorsa settimana. Avevo deciso di impostare questo post sulle piccole cose di nessuna importanza
che so fare assai bene. Una di queste è
versificare a rotta de collo, se mi passare il romanismo. Dunque dicevo, avrei postato qui piccoli calambours, un paio di aneddoti sui
numeri di scarpe, pesi, altezze, lanci delle sigarette in spazi angusti, e le
giocose poesiole d’occasione. Ed invece sono sparite: non le ho salvate e me le
ha mangiate un sito ultimamente molto popolare, del quale forse avrete sentito
parlare, si chiama facebook.com. Mortacci sua. Non si accontenta più di
divorare il tempo, e la fuggevolezza fenomenica delle nostre immagini, delle
nostre emozioni, dei nostri pensieri… mostro onnivoro e mangiavita. Quindi ora mi ritrovo senza materia prima, pur scemissima e giocosa e vacua, e
tutto quel che di male gli si può dire, però erano i miei giochini, e mi ci ero
affezionato. Ed in quei giochini creati in mezz’oretta di un sabato, verso l’ora
di pranzo, come fosse oggi ma una settimana fa, ecco… c’è dentro tanto, ben più
di quanto sembri, c’è tutta la vita. Sono frammenti che si emanano quando una
idea, una sensibilità, un vivace approccio, giungono ad incontrarsi per una
fortunata coincidenza sulla stessa via. Questa si chiama ispirazione, nel mio
vocabolario. Il ritrovarsi sulla stessa via di questi tre viandanti… Idea,
Sensibilità e Vivacità… potremmo anche cambiargli il nome, non è affatto
importante, una maschera vale l’altra, ma l’immagine solidificata ormai l’ho
scritta, e resta. Dunque dicevo che quando questi tre viandanti si trovano sul
lungo sentiero della pagina bianca, e cominciano a dialogare, nasce la
scrittura. Almeno la mia. Ma la mezz’ora, l’ora o le tre che siano, non sono effettivamente quelle l’atto
di scrivere, quelle sono la cupola o il campanile che si scorgono da lontano,
avvicinandosi alla città, ma le fondamenta sono le strade che i tre viandanti
hanno fatto, prima di incontrarsi su quel tratto di via. Sono strade
lunghissime queste, e solitarie, perché la sensibilità viene urtata in metro,
da qualcosa che non è razionalizzabile sul momento (altrimenti sarebbe già Idea).
E’ solo urto, impatto, rintocco, din don dell’anima. Prendi e porta a casa,
volente o nolente. Non sai cos’è, è l’inquietudine di qualcosa che ti ha
colpito chissà dove, è la nota stonata che a tutta prima non individui, una
crepa nella normalità quotidiana, una sbavatura sulla tela dei paesaggisti
veneziani del Settecento, l’elemento estraneo scorto solo con l’inconsapevolezza
degli strati profondi del cerebro tuo. Non sai dove sia, ne avverti la presenza per i suoi effetti secondi. Poi osservi e pensi e vivi tutti i giorni, la quotidianità del caffè e dei
biscotti, il solito muro a mattoncini, che di fronte alla finestra blocca la
vista e l’ingresso del sole. Il telegiornale mentre lavi i piatti, la pipì che
ti scappa e che non vai a fare per pigrizia di affrontar le scale. Ecco per inciso: io sono uno che chiacchiera una cifra da solo: di solito per
consigliarmi di andare a fare in culo, quando faccio qualche gesto maldestro.
Tipo che so, ho comprato una schiuma da barba difettosa da tre dollari o giù di
lì. Ogni volta che la uso mi dimentico che tende ad esplodere e a inzozzare
tutto il cesso. Così prontamente una nube verdognola e giallastra, con
schizzetti che sembrano sperma di un primate impazzito, inzacchero tutto, e con
svizzero tempismo mi rimando a quel paese. Ecco, cose del genere. L’altro esempio di chiacchierata da solo è il mandare a fanculo il
telegiornale, uno dei miei sport preferiti. Mando a fanculo il discorso del
politico quando tocca le sue vette di volgarità, ma ancor di più maledico le
imprecisioni dei giornalisti, la loro depauperante povertà, la semplicità
fasulla, che inganna fornendo verità spicciole e da quattro soldi,
interpretazioni di una naivitè disarmante, che si sedimentano nelle coscienze
dei più sedando il senso critico, azzoppandolo, dopandolo, depotenziando ogni
sguardo sulla realtà, per verità di fatto piccole come mosche, che acciecano e
corrompono nella loro volgare illusione di un raccontare. Dunque dicevo: questa storiella del telegiornale è una delle sedi dell’Idea. L’idea
per contrasto, che arriva mentre sei solo, presente a te stesso, messo di
fronte al mondo mentre ti fai la barba. L’idea è la massima astratta che si compone dal riunirsi di quei mille rivoli
di sensazioni, gocce di pensieri in frantumi, che quando convogliano si
aggregano in fiumiciattolo, e con l’esperienza il ruscello si ingrossa, ed
arriva a sfociare, riempiendosi e sempre allargandosi le spalle platoniche, per
poi potersi infine pronunciare con sicurezza chiara d’acqua scrosciante,
vorticosa e cristallina. Ecco, questa è la creazione delle chiavi di interpretazione del mondo che io mi
do. Prendiamo ad esempio una massima sulla società americana? E poi magari
risaliamo a ritroso quelle vene d’acqua, operazione sempre meno interessante
del suo risultato finale… che è a sua volta principio scaturente, e non già
fine ultimo, e perciò direi che potreste poi anche smettere di leggere qui, a
meno che non vogliate masticare dei biscottini di vita che però mo’ vediamo se
vengono buoni. Dicevo dunque, società americana: essa è la sede dove il neo capitalismo e la
contemporaneità mostrano tutte le proprie contraddizioni in maniera evidente, e
dove tutti i meccanismi socio economico e produttivi si sono sedimentati giù
giù nel profondo, sin dentro l’anima di ogni essere umano. Se questa è la massima, doppia, che ho ora il modo di esporre sotto forma di “aforisma”,
di verità assoluta e assolutizzante, bifida, incerta perché tutta da
verificare, ma anche sfrontata… questo può avvenire perché in comune accordo
sensibilità personale, Idea formalizzatrice, e vivace approccio alla materia
della lingua e dei pensieri, si sono trovati a coincidere sulla stessa via:
allineamento di corpi celesti che celesti non sono, ma ci par buona questa
immagine, che anziché eclissi porta luce. Ed illumina qualcosa: triangolarmente punta l’occhio di bue a focalizzarsi.
Ecco come funziono io. Cioè, io che scrivo. A questo punto è davvero necessario che io riempia questo bello scatolone
linguistico-speculativo con degli esempiucci pratici? In realtà forse lo è, perché nessuna idea si dà mai completamente disincarnata.
Nemmeno il cristianesimo, pur platonicissimo fin più di Platone, è riuscito a
fare a meno di incarnare l’Idea, e così ha avuto bisogno di Gesù Cristo. L’idea,
il verbo, il logos che si fanno carne. Dunque forse sarà cristianamente utile che anche io getti nuovamente il mio sguardo
critico sul mondo, ed analizzi queste scottanti contraddizioni che mi balzano
sotto agli occhi ovunque mi giri. Riguardo la seconda parte della affermazione,
quella sullo sprofondare delle dinamiche nell’animo, rimando a qualche post fa. Contraddizioni: pensare che avevo cominciato circa tre settimane fa, ad
organizzare una piccola mappa mentale per tenerle tutte a mente e farne un paio
di pagine. Poi però è arrivato lo spring break, e mi so’ ubriacato troppo per pensare a queste cose. Poi è arrivato San Patrizio in contemporanea con lo spring break, e la città è
impazzita. Così sono uscito, e mi sono ubriacato pure io. Il problema è sopraggiunto
quando sono tornato a casa, in teoria giusto il tempo di cambiarmi, ed invece
mi sono addormentato. Nulla di male se non fosse che da un mese, ieri sera,
aspettavo di vedere il Don Giovanni! Sono arrivato con tre minuti di ritardo e non mi hanno fatto entrare, e così mi
sono perso tutto il primo atto… costretto a vederlo in una specie di cinemino
interno al teatro, in una saletta dove solo non ero, e che ho dichiarato e
rinominato: “La saletta dei più cojoni”. Ma torniamo a noi, e a ste cazzo di contraddizioni scottanti: un esempio è,
tanto per citarne il più estremo, che qui in America lo Stato ti autorizza ad
uccidere, ma poi non ti puoi bere una birra. Dico proprio letteralmente: a
diciotto anni ti arruoli nell’esercito, a diciannove vai in Afghanistan con la
licenza di ingaggio (ossia sparare), ma quando torni in licenza non puoi
entrare in un bar a bere una cosa, perché l’ ID (carta di identità) è
strettamente controllata, e se non hai ventun’anni sei fuori. Multiculturalità tanto vantata, coacervo di popoli e razze e culture a
costruire la Grande America. Esiste? No. Non realmente. I bianchi coi bianchi,
i portoricani coi portoricani, i neri coi neri, i sud americani coi sud
americani, i russi coi russi. Sono una quindicina di milioni di abitanti in
questa città, che vengono da tutto il mondo, e che vivono fisicamente nello
stesso posto, ma non sono concittadini. Nonostante abbiano alle spalle non una e non due generazioni di migranza, la
divisione in quartieri, le guerre fra etnie, la schiacciante differenza di
censo, e persino quella di lingua, sono l’opposto della sbandierata
integrazione. In un vecchio e bellissimo documentario di Scorzese, si racconta come fra fine
Ottocento e primi del Novecento, gli Italiani che si trasferivano qui in cerca
di vita migliore, avessero l’usanza di abitare tutti in un unico palazzo. Non
tutti gli Italiani. E manco tutti i Siciliani, o i Calabresi. Nossignore: ogni
paese che si muoveva occupava un palazzo. Corleone stava di qua, Trapani di
fronte, dall’altro lato della strada. E niente matrimoni misti, sia ben chiaro. Oggi i figli dei figli di quei migranti, dicono di essere italiani con grande
soddisfazione, lanciati nella inconsapevole ricerca di una ineffabile identità,
senza parlare la lingua, senza essere mai stati in Italia, in Europa, e senza
saper posizionare geograficamente non solo il loro paese d’origine, ma nemmeno
Roma o Milano. O Parigi. Dunque contraddizione e conflitti identitari: sono patriottico, perché sono
americano, e sono abituato (educato, forzato) a pensare che il mio paese sia il
migliore del mondo. Quindi da qui non mi muovo, non viaggio, non mi interessa,
perché dovrei? Però sono pure italiano, e certo, perché di cognome faccio Di
Biasi, e l’italiano tira. Però sono anche irlandese, perché ieri era San
Patrizio, e a ben vedere un ottavo del mio sangue è anche irlandese! No, non
sono mai stato in Irlanda, ma so che ci stanno un sacco di pecore, si beve la
Guinness, e la gente ha i capelli rosci. Bella, bellissima… mai stato. Però mi
posso a buon diritto comprare la maglietta con scritto “Kiss me: I am Irish”. O
se sono proprio una troiaccia c’è la variante: “I am Irish, wanna get fuck?”. Sono patriottico, credo che il mio stato sia il migliore del mondo, il posto
più bello in cui vivere, e guai a chi discute l’America: siamo il più grande
Stato del mondo. Poi però non mi interrogo sul fatto che lo Stato non mi fornisca istruzione,
sanità e pensione. Ma insomma dove sta questo stato osannato, amato, e difeso, che compare
stellestrisciando e aquilaimperialeggiando in ogni angolo? Giuro che io
(publio) non l’ho capito. Mi sembra una creazione puramente teorica, che nei fatti
si dissolve fra le dita in un tanto di fatto, ed un nulla di dato. Ma non voglio che la mia “critica” sia presa solo per una critica distruttiva e
oppositiva. Certamente lo è, ma è altrettanto pronta a riconoscere altri tipi
di contraddizione “virtuosi”, come per esempio la guerra assoluta al tabagismo,
e la relativa tolleranza (altro che in Italia) per le droghe leggere. Trovare
erba assai buona è ben facile, e allo stesso modo mi è stato detto che, in
certi stati, non ci vuole granché a farsi fare una ricetta medica per andare a
prendere una marijuana controllata e buonissima, in una qualunque farmacia. Con
tanto di macchinetta per fumarla, depurata dagli effetti peggiori, per esaltarne
le qualità terapeutiche. Tutto questo vive nel paese con le abitudini di vita
più malsane d’Occidente. Contraddizione insanabile di un super stato che contiene in sé qualcuno che
approva da anni i matrimoni gay, e qualcun altro, giusto lì a fianco, che ha in
vigore ed esercita la pena di morte. La contraddizione di uno stato che dice
all’Iran: “eh mio caro Iran, tu sei proprio incivile, perché quest’anno hai
lapidato duecento donne, e ti vuoi pure costruire la bomba nucleare!” ma fa
orecchie da mercante alla risposta: “Ma cara America, tu questo stesso anno ne
hai fritte duemila sulla sedia elettrica, ed il tuo arsenale conta almeno
diecimila bombe nucleari intercontinentali”. “Eh vabbeh, ma io so io, e voi nun sete un cazzo” direbbe un americano a Roma. E ancora ravviso che, pur frequentando per la maggior parte europei, e
specialmente italiani, di buon cuore e generosi tutti, la persona più
umanamente dolce che ho incontrato in sei mesi sia un americanissimo ragazzone
del New Mexico. Ma per le contraddizioni veramente interessanti, quelle che si annidano dentro
l’essere umano, e non fuori, ho bisogno del prossimo post. Dopo questo pezzo di strada assieme i tre viandanti hanno imboccato sentieri
diversi, ma tanto prima o poi si rincontreranno.
29 Febbraio 2012
Nasa: un asteroide minaccia la terra nel 2040. Svelata la
riforma al sistema pensionistico. Asteroide minaccia la terra: bulli spaziali. Picchiato a Roma l'imprenditore che rise del terremoto dell'Aquila. "Noi
c'allegrammo e tosto tornò in pianto". Chirurgo fa carriera operando solo manichini. Lui si difende: "nessuno si
è mai lamentato!" è scontro Veltroni-Vendola. Circolate, qui non c'è niente da vedere! La Fiat non vuole l'Unità nelle fabbriche. Meglio il Washington Post. Bioeticisti propongono aborto post nascita fino a 15 giorni. Di questo passo il
problema diventerà rincorrerli. Uno studente su dieci rinuncia all'ora di religione, mentre gli altri riescono tranquillamente
a ripassare in classe. Assalto alla sede di Libero con l'obbiettivo di colpire i giornalisti. Nessun
ferito. Cresce la fiducia nel governo Monti. Classica sindrome di Stoccolma. Ohio, sparatoria in un liceo. Un vecchio classico. Muore a 113 anni la nonnina d'Italia. L'avevano detto che ci sarebbero stati
sacrifici. Monti: "L'Italia modello per l'Europa". Piace la proposta di
Prandelli. La nave da crociera in avaria viene trainata da un peschereccio, e procede
molto lentamente verso la costa. Allegra ma non troppo. la Costa rimorchiata da un peschereccio. Il fascino del marinaio. Leghisti seppelliti con la camicia verde. Commozione per Bossi. Ormai da
qualche anno. Seppelliti con la camicia verde. Sta benissimo col color terra Falsifica testamento, indagato ginecologo. Figata! Fisco mette il naso nei conti delle escort. Travestito da ufficio d'igiene.
27 Febbraio 2012
Dunque per ovviare alla crisi scrittoria che l’assenza di
arabica miscela e la malnata insorta febbre procurarono, pensai bene di
procurarmi il suddetto caffè. Non l’ho ancora aperto o preparato, ma già la sua
munifica presenza nel mio frigorifero sta sortendo i suoi effetti. Si, perché il caffè va conservato nel frigorifero. Leggete, ci sta scritto. Ora si da il caso che andare a zonzo, sia pur con la modesta meta di comprare
il caffè, come ormai è ben chiaro, sia una delle mie attività preferite,
privilegio di noi ricchi. Non ricchi di spirito intendo. E manco di soldi, ci mancherebbe.
Ricchi in senso pieno, per la nota equazione ribaltata per cui il denaro è il
tempo. Questo tipo di denaro una volta che lo si ha è bene imparare a spenderlo al
meglio, moderando e rimestando, dosando e temperando i due piatti che il
destino lega al medesimo bilanciere: oculatezza e prodigalità. In cambio si trova la merce più rara e sorprendente, che per esempio quest’oggi
si è donata sotto forma di tre barboni, un bambino e una scacchiera. I tre ingredienti, difficili a miscelarsi ad una prima analisi, sono in realtà
molto meno misteriosi di quanto non sembri: un simpatico barbone molto bravo a
scacchi, un paio di amici, la scacchiera su un tavolaccio fatto da un cartone e
due cassette per la frutta, ed un ottimo giocatore decenne o giù di lì, a
sfidarlo. Alla fine l’ha spuntata facilmente il barbone, ma solo perché il bimbo, verso
la fine, è caduto in una trappolina ben architettata dal maestro. Io adoro guardare la gente che gioca a scacchi, perché è un linguaggio diretto
ed esplicito ma al contempo tutto muto e sottaciuto. Quindi ovviamente mi sono
fermato ad occhieggiare anche stavolta (chè so’ tre giorni che stavo chiuso in
casa perdio!). Mentre la partita aveva sempre meno da dire, ed il bambino giocava fino all’ultimo
sangue, guidato da quel coraggio e quella determinazione che in questo gioco
solo i bambini riescono a mantenere (e che talvolta paga pure, ma molto
raramente), io lasciavo vagare un po’ lo sguardo a studiare i due. Ad un orizzonte non immediato ma molto prossimo ci sono i miei trent’anni, ma
guardando quel bambino mi sono accorto che ero io quello. Quando giocavo non
solo avevo la sua età, ma avevo anche il suo stesso taglio di capelli, più o
meno uguale a quello del bambino delle mille lire. Si, quello che faceva i
compiti con la sorella che ha il fazzoletto in testa. Io ero lui, preciso
identico. Sulla sua faccia la sofferenza della sconfitta era la mia, la mancata
rassegnazione, l’incapacità – data dall’età – di metabolizzare ed accettare la
situazione sempre più senza uscita e disperata, le mie anch’esse. Ricordo
quelle sensazioni come non avessi mai smesso di provarle, ed in realtà mai lo
sono state. Dismesse dico. Gli scacchi non vanno d’accordo con la letteratura. Non con quella alta, ma
nemmeno con quella bassa. Nemmeno con la scrittura in generale. Sono un
processo tutto interiore, tutto fatto di logica non linguistica e di stati
emotivi carichissimi di tensione. Esplicitarli sulla pagina non rende mai. Mai scrivere di scacchi, quindi. Dicevo dunque, che dopo che il barbone mi ha sconfitto, o insomma ha sconfitto
questo altro me, sensibilmente più giovane, ma così identico nelle smorfie,
nella postura, nell’espressione, nella densità di pensiero, oltre che nella fu
capigliatura, il nostro maestro ha incassato dieci dollari dal padre del
piccolo, ed è rimasto in attesa di sfidanti. Ora i meno smaliziati di voi o i più moralisti potrebbero pensare che è troppo
facile vincere con i bambini, e che alla fine avrebbe potuto farlo vincere, o
stupidaggini del genere. Nulla è meno vero a scacchi: ci sono alcune discipline
nei quali non c’è confine di età, dove gli anni contano (sotto forma di
esperienza, di numero di ripetizioni di una casistica comunque illimitata), ma
dove le capacità logiche possono svilupparsi quasi tutte nei primi dodici anni
di vita. E poi migliorare, certo, ma essere già ad un livello ragguardevole.
Non è il caso di elencarle, queste discipline. Quando ancora giocavo ne ho distrutti tanti di adulti! E così deve essere stato
per questo mio piccolo amico e gemello, il cui valore sul campo di battaglia (perché
di questo si tratta) era decisamente ragguardevole. E quando un bambino batte
gli adulti in un gioco di intelligenza c’è un ritorno di fiamma nell’ego che
forse non è sano, anzi di certo non è sano, ma è una goduria pazzesca. Di contro un bambino non sa metabolizzare i piccoli dolori, non sa razionalizzarli,
capirli, esorcizzarli. Quindi capita che un bimbo di dieci anni sia capace di
battere senza problemi un adulto, ma se perde poi si mette a piangere
inconsolabili lacrimoni grossi come ciliegie. Fra l’altro la perizia di un giocatore di scacchi si può misurare prima ancora
che cominci la partita, e anche se ha manine piccole già da come maneggia i
pezzi si può notare quante volte ha ripetuto quello stesso gesto… mentre li
risistema per iniziare la partita ecco che i pedoni sembrano piovere dalle sue
mani, come per magia, ognuno al suo posto. Il tempo di preparazione dei pezzi già distingue il neofita dall’esperto.
Mentre uno ha finito, l’altro sta ancora piazzando i cavalli. Non c’è età, fidatevi… io non gioco mai, ma quelle rarissime volte in cui capita
intuisco alcune cose già dallo schieramento iniziale. Io studio lui, e se lui è
un vecchio volpone, studierà me… e già giudicherà in silenzio se può
permettersi o meno certe smargiassate, o se invece gli si consiglia prudenza. Ma in realtà non era di questo che volevo parlare, tutt’altro! Ma a volte gli
en passant ci superano e allora… Era del secondo sfidante, ovvero l’altro amico barbone, piuttosto alto, magro,
nero anche lui, con una barba bianca, un cappotto verde bello e sfilacciato, e
un cappello francese di quelli che si spiaccicano sulla testa come la parte
superiore di una medusa. Verde anche questo. Bene, dicevo poco fa che gli scacchi sono interiorizzazione, logica e bla bla
bla… e aggiungo che solitamente quando si è in un posto dove si gioca a scacchi
l’unico rumore ricorrente è il ticchettare degli orologi come macchine da
scrivere in frantumi dislocate ad ogni lato, e una certa puzza di sudore
acidognolo. Si perché quando consumi le energie e la tensione delle corde del
cerebro sale fino a farti diventare la faccia rossa come un pomodoro, le
conseguenze sono una sudarella puzzolente, e una gran fame di cose dolci. Ora il ricordo di questo ambiente così abbottonato e “accademico” è stato
spazzato via da uno dei siparietti… ma perché essere così democratici? Sbilanciamoci!
Dal siparietto più bello che ho visto da quando sono qui. La sfida fra titani.
I re barboni. Una sfida di ottima qualità fra il barbone in nero: il maestro, il detentore
della scacchiera, e di quel posto… e il compare, lo spilungone vestito di
verde, che chiameremo il bianco. Sia per via della barbaccia imbiancata, che
per via dei colori scelti. Non interessa minimamente la partita in sé, la cosa
geniale è tutta la ritualità che c’è stata attorno e che io in Europa non ho
mai visto: non c’è stato mai un attimo di silenzio in tutta la partita, nei
ritmi molto veloci di una lampo eccoli prendersi in giro con cantilene
stridule, sentenze di sfida, parodie, dichiarazioni di intenti esplicite quanto
assurde in questo gioco, analisi estemporanee che dalla partita vanno a
sfottere l’avversario, e dallo sfottò tornano al campo. Giochi di rime, stridi
giocosi, risate che scoppiano e subitanee alzate in piedi, giretti attorno al
seggiolino, accompagnati da esclamazioni e scherzi d’ogni sorta. Il botta e risposta ha lo stesso tempo delle mosse, e mi sono chiesto se
parlare mentre è il proprio turno non sia anche una strategia per evitare che l’avversario
pensi sul nostro tempo (questo è l’unico piccolo tecnicismo che mi permetto di
appuntarmi e di non spiegare), ma in generale credo che non sia tanto questo il
punto… no, è proprio una ritualità differente che non avevo mai visto, e che
spazza via il severissimo e monastico silenzio del gioco… tutto si condisce di
folklore, di animosità, di presa in giro continua e di buffa retorica. Credo
che il suo senso ultimo sia stemperare con prese in giro bonarie o piccanti uno
dei giochi di per sé più cinici, sadici e violenti che l’uomo abbia creato. Quel silenzio da funerale, da esecuzione, da mors tua vita mea, che accompagna
gli scacchi in ogni partita (le amichevoli non esistono) viene distrutto da
questa nuova cordialità, fatta di sfottò, chiacchiere, pensieri ad alta voce e
una nuova dimensione tutta umana, contro una certa disumanità di fondo che è
parte del gioco. Non ho osato sfidare nessuno ovviamente, ché dentro di me c’è ancora quel
bambino di dieci anni, pronto a piangere ad ogni sconfitta. Anzi, siccome vado per i trenta, di bambini ce ne sono tre: e fanno una caciara
pazzesca!
La maggior parte delle mie ispirazioni letterarie deriva dal
caffè, dalla cordialità rituale della sua preparazione quotidiana. Dalla oziosa
e forzata attesa che riempie i momenti che accompagnano l’ebollizione, e la
vigile attenzione, poi, che si pone affinché tutto esca e nulla si bruci. Quei
momenti di tempo morto necessario, circondati da quei profumi e quei rumori,
sono la chiave di volta di tante mie idee, che proprio allora riescono a
prendere forma. Solo che il caffè mi è finito. Già da venerdì.
24 Febbraio 2012
20 Febbraio 2012
Direi che da quando sono arrivato il mio rapporto con questa
gatta, che si chiama Perry ed è molto minuta, è decisamente evoluto: certamente
più di quello con le coinquiline per dirne una. E’ stato un po’ come quello del piccolo principe e la volpe. Il piccolo
principe è uno di quei libri che tutti amano o hanno amato, ed a me non ha mai
detto granché. Direi che mi ricordo solo vagamente quella parte sulla
gradualità della conoscenza, sulla diffidenza iniziale che cessa a piccoli
passi, fra l’umano e la volpe. Non che non mi piacessero i grandi classici di ogni età sia ben chiaro, per
esempio ho amato il giovane Holden: ancora oggi tutte volte che tornando a casa attraverso il
parco, ho dei lunghi e interessanti dialoghi con le oche e le papere e le anatre
(ce le scrivo tutte e tre, perché non ho mai capito la differenza), e penso,
come Holden Caufield, a dove andranno mai quando il lago ghiaccia. Questa domanda trovava in effetti una sua attualità scottante qualche settimana
fa, quando il laghetto era tutto ghiacciato e loro non c’erano, mentre adesso
che è ridiventato una fantastica pozza acquitrinosa verdognola sono tutte tornate,
e ci stanno che è una bellezza. La notte quando per rincasare taglio attraverso il parco con sprezzo del
pericolo (si dice che la notte sia malfamato, ma a me non mi sembra proprio),
quelle che sono sveglie e si accorgono del mio sopraggiungere, danno l’allarme
alle altre che dormono: “All’arme! Sopraggiunge inatteso un possibile
predatore!”. Le oche del Campidoglio del parco di Morningside. E allora “què què què!” tutte quante che starnazzano allegramente burrascose, ed
io che ci passo proprio nel mezzo gli faccio il verso per cercare di fargli
capire che non è il caso di fare tutto questo baccano a quell’ora di notte. “Què
què què, ma che c’avrete mai da strillà!?”.
– Gli dico proprio così - Ripensandoci probabilmente quando questa scena accade sono ubriachello, e mi
diverto con queste cose come i bambini. Però ad onor del vero credo che lo
farei anche di giorno, se non ci fossero madri con bambini e anziani dal passo
lento ad ogni angolo. Visto che bisogna passare al contropelo tutta la gamma delle sfumature, devo
dire che durante una delle mie ultime traversate del parco, mentre nella mia
mente aleggiavano pensieri sulle papere e la letteratura per i giovani, ho
visto una giovane madre con un giovane figlio che mi correva incontro ridendo
entusiasta e felice. Proprio verso di me e verso le papere. Istintivamente ho
allargato un sorriso, di fronte a tanto trasporto e dimostrazione di gioia per
una tanto piccola cosa come il laghetto d’acqua salmastra in una grigia
giornata piovosa… ma come direbbe il poeta, sorrisi “e tosto tornò in pianto”,
giacché mentre mi si avvicinava ho letto negli occhi di questo bambino, avrà
avuto forse 11 anni, gli occhi ebeti e vuoti e idioti della malattia.
Istintivamente, mentre il sorriso cretino che avevo assunto mi crollava sulla
faccia, ho incrociato lo sguardo della mamma (o della sorella maggiore), e ci
ho scorto – ma qui potrei aver immaginato oltremisura io – la serenità del momento,
con la rassegnazione sul fondo. L’espressione di quel ragazzino dagli occhi
vuoti, minato non nel corpo ma nella mente, mi ha riportato agli occhi la
felicità degli animali che vanno a passeggio, e si voltano grati verso il
padrone, e poi corrono a caso, per il piacere di correre e seguire invisibili
tracce. Questo piccolo fugace incontro mi ha dato un profondo senso di vergogna. Quello
che tutti proviamo quando esercitiamo la malattia borghese di indagare noi
stessi ed i nostri malesseri, chinando lo sguardo sul nostro petto, senza più
la fronte alta, a guardare il mondo. E siccome in questo periodo ho rotto veramente i cojoni con tutti i miei
mugugni, quando febbraio è venuto a salvarmi (la crisi di gennaio è fenomeno
ciclicamente ricorrente) la testa si è rialzata con nuovi occhi, ed ha
raccontato all’anima vecchie e nuove cose. Ma io stavo parlando del gatto. Della gatta. Questa gatta è palesemente pazza
col botto. Vive un mondo tutto interiore fatto di minacce e pericoli,
aggressioni subite o inflitte, da scricchiolii sinistri, alfieri di chiare
guerre della giungla e catastrofi fatali… Ebbene questo suo “raccontarsela” mi
ha fatto pensare che i gatti non hanno proprio il senso del ridicolo. E dell’autoironia. Quindi si nasconde sotto il tavolo, e quando io arrivo per mettermi a scrivere
o a studiare, e ignaro della sua presenza la sfioro troppo da vicino (secondo i
suoi gusti), lei fugge precipitosamente come dal più pericoloso dei predatori
naturali. E sgomma e svisa perdendo il grip sul parquet. Una volta l’ho trovata in cima alle scale, in posa di resta, si potrebbe dire
se fossimo spadaccini, che mi guardava con i suoi occhi fissi a palla, pronta a
cogliere i miei pericolosi movimenti di offesa… Così, per gioco, le feci un
versaccio. Talmente tanto questa gattina è presa e preda dei suoi giochi e
delle sue invenzioni e fantasticherie, che per fuggire precipitosamente è per l’appunto
precipitata al piano di sotto, con mia disperata preoccupazione. Ovviamente non ha riportato il benché minimo problema. Quindi ecco dicevo, mentre scrivo, posso essere certo che la sua testolina e i
suoi occhi vagamente orientali mi stanno spiando dal basso di uno dei quattro
angoli di questa camera. E’ piuttosto sola, come ogni gatto di appartamento, la cui padrona passa fuori
quasi ogni giorno, e metà delle notti. Quindi, nei vari mesi, dopo qualche mia captatio benevolentiae, devo dire che
mi ha preso in simpatia, e mi accoglie persino quando rincaso con delle sobrie
manifestazioni di affetto, di lontano. Non amo il misticismo degli animali nelle persone, niente affatto. Tipo quelle
donne che ti parlano di quanto si sentano feline, o di quanto sia speciale il
loro rapporto “fra donne” con la loro gatta. L’ho sempre trovato, francamente,
un sintomo di idiozia. Si, una riduzione di complessità, una suggestione
misticheggiante, solipsistica e panteistico-cialtrona. Però c’è da dire che il carattere femminile in questo animale (nell’esemplare e
nella specie) è davvero spiccato. Ci sarà una correlazione fra i rapporti con le gatte e i rapporti con le donne?
Non lo so, però ieri sera una bella ragazza mi ha fatto l’occhiolino, mentre
scendevo dalla metro. Ah proposito, dopo il mio bellissimo cardigan m’hanno fregato pure il cappotto:
il made in Italy va a ruba, li mortacci vostra!
18 Febbraio 2012
14 Febbraio 2012
Tensione. Deriva dal verbo tendere, che più o meno significa allungare. Come i
tendini no? Bene. Ora: perché ci si allunga? Ci si allunga se qualcosa ci tira. Ma che cosa ci tira? Direi con una certa sicurezza che a tirarci è l’oggetto
della tensione stessa, ovvero l’oggetto desiderato, verso il quale tendiamo. Dunque sono teso quando col mio spirito sono tutto proiettato verso un
qualcosa, ma per la mia condizione reale i miei piedi restano inchiodati a
terra, e quindi non posso arrivarci. Depressione: ha molte vesti sotto cui presentarsi. Due ne ho incontrate più
distintamente attorno a me, grazie a dio non dentro di me, ed hanno
fenomenologia opposta. La prima comporta una gran smania di fare: arrampicarsi nel lavoro, a scuola,
con le donne, in società, con gli altri, con le sostanze alteranti, col sesso,
eccetera. Esagerare sempre e comunque animati da un furore disperato, essere
ossessionati dalla vittoria, dalla realizzazione, dall’imposizione di sé, anche
a costo del sacrificio, anche dimenticando qualità e moralità. A tutti i costi
fare fare fare e imporre. L’altra è il suo contraltare, ed è una sorta di disperata atarassia. L’assoluta
cessazione di ogni impulso, necessità o desiderio. Questa forma direi che è più
spaventosa, perché il passo successivo è l’annichilimento completo non solo del
piacere, ma della propria stessa sussistenza. La prima è più pericolosa per gli
altri, la seconda per se stessi. Se la prima è oggi tutto attorno a noi, io devo dire di aver incontrato anche
questa seconda in un ragazzo che non provava più piacere in nessuna cosa. Cibo,
sesso, ironia, chiacchiere, giochi, viaggi… Forse solo la musica e il disegno
gli riuscivano ancora a toccare l’anima. Una musica bruttissima, fra l’altro. Conoscere questa persona mi terrorizzò talmente tanto (parliamo di qualche anno
fa) che avevo cancellato completamente il suo ricordo, e solo il fatto che una
mia amica me l’abbia recentemente portato alla mente mi ha aiutato a
ricordarlo. Bene, da questo si evince abbastanza chiaramente che la tensione non può andare
d’accordo con la seconda e più grave forma di depressione, poiché la prima
nasce da un eccesso di desiderio, da un desiderio smodato (giusto o sbagliato
che sia), e che porta frustrazione nella sua posticipazione o irrealizzabilità.
La seconda è l’assenza della pulsione del desiderio. La morte dell’io
desiderante. Io sono abbastanza d’accordo con mio padre nel ritenere il desiderio una forma
abbastanza vitale di per sé, che poi ovviamente va coltivata, indirizzata, e
orientata in modo intelligente, per non risolversi sempre nel desiderare
pattume, e frustrarsi per non averne mai abbastanza. E’, diciamo, un
atteggiamento sano di partenza. Finché si hanno tanti desideri da realizzare di
sicuro non si muore. Anche piccolissimi desideri quotidiani, ma soprattutto
grandi mete lontane. Non nel senso fisico, chiaramente, ma in senso
esistenziale. Con uno scarto e un salto verso l’universale: finché si desidera non
si giunge mai a perfezione, che significa compimento, e che significa stasi,
dunque morte. Quindi desideriamo sempre tanto e con forza, per scacciare via il compimento
finale della nostra vita. Dopo tutta sta tiritera forse anche un po’ scontata giungo a guardarmi allo
specchio del corridoio. Sono abbastanza teso in questo periodo perché mille
desideri mi stanno correndo sulla pelle. Questo mi mette al sicuro dallo
spettro della depressione. Bisognerebbe sempre buttarci un occhio o un dito,
per tastare il polso della nostra felicità o infelicità, sanità o malattia. Posso essere incazzato, deluso, scoraggiato, amareggiato e frustrato. Ma sto
bene. (Suona molto buffa vero?) Per inciso, mi preoccupa un po’ che questo diario sia diventato tanto
personale. Non che prima non lo fosse, ma lo era in maniera diversa. Era il mio
sguardo personale sulle cose, sui fatti, o le mie piccole creazioni… non l’io
del cazzo che parla di se stesso mettendo a nudo la sua intimità. Dove è andato
il sano pudore? Però va beh, non è poi tanto grave, in un certo senso sono
stato sgravato dalla responsabilità di essere breve, salace, divertente, o dalla
reticenza che si risolveva nello schermirmi, o nel filtrare all’infinito i miei
pensieri… proprio dalla assenza di pubblico. Che liberazione! Mai mi sarei
messo in desabillè davanti a tutta quella gente, oggi siamo in pochi e fedeli
amici, non c’è problema. Ma torniamo a noi: ora che la chiave di volta temporale di questa mia
esperienza americana è stata doppiata, e si avvia non dico a conclusione, ma a
vivere diciamo la terza età della sua vita, ho cominciato a desiderare
ardentemente tutto. Il senso di immobilismo mi si è appiccicato alla schiena
come una scimmia dispettosa, e così mi sento una trottola folle che non si
decide a reclinarsi, ma anzi si alimenta del suo stesso moto. In ordine di tempo mi è sparita fra le mani la possibilità concretissima di
andare in Costa Rica, a Chicago, in
Guatemala, in Texas, in Arizona. Credo di non essere una di quelle persone che tende ad auto assolversi, o
almeno spero di no, ché sono patetiche. In questo caso però la vita, la
sfortuna, la mediocrità, ed altri fattori esterni mi hanno tolto queste
possibilità. Il mio errore, se proprio vogliamo trovarlo, è stato quello di
confidare molto nella parola altrui. Ma voglio anche ribadire che questo sono
io, sono fatto così, e se me la prendo nel culo preferisco stupirmi come fosse
sempre la prima volta, sempre, e di nuovo. Per me solo i cinici e i codardi non si fidano delle parole e dei sogni sognati
in due. Che poi il cinismo è la forma più vuota e vile della codardia. Ora veniamo a me: se c’è una cosa che non riesco a farmene una ragione, e so
che mi fa rosicare fin dentro l’anima, è quando la mia vita non viene decisa da
me, dalle mie mediocrità, pigrizia o malasorte, ma dalla pigrizia, la
mediocrità e la malasorte altrui. Questo avviene non dico spesso, ma avviene,
per il fatto che la mia vita è spesso completamente interrelata a chi mi
circonda. Il disegno del destino, certo, sembra esserci. Magari la sera che incontri il
tuo amico, con la scusa di pianificare assieme una meta, un viaggio che solo tu
farai, il destino si può camuffare da trentenne austriaco che ti racconta la
sua vita in solitaria peregrinazione vagabonda, randomica, casuale, fortunata e
pindarica. E senza saperlo si erge a modello involontario… Ma dopo la
suggestione iniziale io devo ammettere che questa non è la mia natura. E’
bella, stimabile e tutto, ma è la sua. E quindi? Quindi pensavo fino a stamattina che se c’avessi veramente delle palle quadrate
in acciaio temprato (come decisamente non credo di avere, ma uno a volte se le
scopre alla sprovvista), mi dovrei fare questo cazzo di biglietto greyhound e
andare a fanculo per dieci giorni così, a caso, d solo negli stati del Sud. Ma con un po’ di lucidità devo dire che questo modo proprio non fa parte di me. Scrivere è sempre ammettere. Ed ammettere è sempre già un primo passo.
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