17 Novembre 2009

L'importante è mantenere sempre un equilibrio fra i piaceri della carne e i piaceri dello spirito

 
09 Novembre 2009

Corsi e ricorsi storici

Venti anni fa cadeva il muro di berlino, oggi io sono inciampato nel divano.

 
30 Ottobre 2009

Orgoglio del pregiudizio

 "Non ho strumenti per dire come sono andate le cose, ma sono certo del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione" dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa. La cosa più pericolosa sono sempre le certezze ferree di chi non ha i mezzi per farsi una idea, ma a priori se la fa lo stesso.

 
26 Ottobre 2009

Anarco-diario di oggi, di Perugia, e di questi ultimi tempi

Forse è lecito stupirsi, anzi è la cosa più ovvia: sono in una delle città che più mi piacciono al mondo, e più ci torno e più mi piace, ed immagino vite parallele in cui mi sono trasferito qua, facendomi meno scrupoli, e ci ho vissuto per qualche mese, e tutto è andato molto diversamente. Comunque dicevo che matteo e il suo coinquilino canterino, forse, si stupiscono perchè sono rimasto tutto il giorno a casa, e l'ora legale (mi pare questa sia quella legale, me le confondo sempre) sta facendo già tramontare la luce. Stamattina la luce era molto bella, e noi ci siamo addormentati presto, quindi alzati presto, e mentre lui andava a lezione io avevo tutte le ragioni del mondo per uscire, godermi la città, la luce, il tepore del sole - mentre dentro casa si gela - e scoprire angoli nuovi, visto che non si può dire che la conosca poi tanto.
Invece no, me ne sono rimasto a casa, e nonostante le chiavi qui sul letto, i vestiti pronti e solo da indossare, c'è una qualche barriera invisibile, dentro e fuori, che mi scoraggia e sconsiglia dall'andare in giro.
Da una parte questa finestra ed il suo affaccio non sono esauribili in un solo giorno di osservazione, ed in un certo senso mi bastano.
Nel frammento c'è sempre l'intero.
C'è una bellissima profondità, che si apre solo sul fondo, perchè in tutta la prima parte lo sguardo è obbligato da due alti muri, sghembi, che spintonano lo sguardo sulla via di fuga. Eppure anche i mattoncini di sinistra, e le pietre disordinate del palazzo di destra, con i resti degli archi murati, il comignolo vagamente ridicolo, e la curvatura del palazzo, sono già un mondo. Poi il resto si apre appena oltre, e sono tetti, nessuno in schiera. Ecco, se io detesto le villette a schiera (forse l'avevo già scritto da qualche parte) altrettanto amo le case antiche, disordinate, che si accalcano basse e prive di una ratio (se escludiamo il caso come ragione). Hanno i colori della pietra, dell'arenaria, di quelle pietre piatte che si mettono sui tetti delle case in nord italia, che a me mi è sempre saputa calda come il legno. E poi gli spioventi, non c'è due volte la ripetizione dello stesso angolo, e persino i palazzetti vicini, oltre a formare incorporandosi l'un l'altro varie linee zigzaganti, hanno i tetti ad altezze sfasate... magari giusto un metro. E lo skyline di perugia gli fa il culo a quello di new york.
Poi, piano piano, la base di partenza sale, e i tetti si rincorrono rialzandosi, fino ad incrociare mura ancora più antiche, che difficilmente si possono distinguere ad un primo sguardo, ma che poi confluiscono in un altra costruzione, più alta, che sembra un monastero, ma monastero non è.

Bene, questo esperimento di scrittura è molto interessante, perchè è assolutamente in fieri: priva di ogni principio ortodromico, la mia scrittura non sa mai dove vuole andare a parare, e questo mi permette di virare come mi pare e piace. Ecco, per inciso, perchè preferisco una scrittura creativa ad una di taglio scientifico... se fossi un filosofo dovrei sempre preoccuparmi di dimostrare tutto, se fossi un poeta potrei accennare, disinteressarmene, ed affidare il resto del percorso a chi legge, con piccole discrete imbeccate.

Matteo si offenderà se gli fumo in camera? non credo...

comunque dicevo che sto sperimentando una scrittura in fieri, cioè non guardo lo schermo, ma guardo qui a destra, e seguo quello che vedo. Per prendere le sigarette mi sono alzato, ed ho scoperto che sotto il davanzale (dunque più in basso rispetto ai tetti di cui sopra) c'è un arco stupendo... uno di quegli archi più antichi, che poi sono stati inglobati dalle costruzioni successive, un po' come succede coi coralli e i relitti... o i fossili.

Mi chiedo se gli americani che vengono qui capiscano perugia. Ultimamente ho avuto a che fare con siena, che è sicuramente strepitosa, ma l'atmosfera e gli scorci di perugia non li ho visti ancora da nessun altra parte.

Inciso: il coinquilino loris canta brani incomprensibili di canzoni a caso, ed è l'uomo più stonato che io abbia mai sentito intonare in vita mia. Sembra un misto fra il kurt cobain più arrabbiato, senza la rabbia, geneticamente mischiato con un qualche tipo di gallinaceo. Chiama tutti cumpà, indistintamente, e questa cosa mi mette molto di buonumore.

Eh già, il buonumore. Inconfessabili questioni me lo han sottratto come uno scippatore notturno da un istante all'altro.

Dicevamo il paesaggio: qui ci sono pochissime antenne, roma in confronto sembra una ragnatela elettromagnetica, ma tanto i tetti sono quasi tutti recenti, e quindi farebbero schifo lo stesso.
Un'altra cosa che mi piace è che le costruzioni antiche, ma palesemente non padronali, non avevano, per l'epoca, pretese estetiche, e quindi accozzano nei muri, poi non stuccate, pietre di colori, tagli, materiali e dimensioni differentissime. Questo crea una inesauribilità del paesaggio alla vista, una vitalità nel rintracciare gli elementi successivi, le aggiunte e i rifacimenti (anche barbari) che mettono in contatto diretto, tangibile e sincero con la storia. Quella con la s minuscola, fatta di umili carpentieri e manovali che dovevano rabberciarsi il muro che gli stava cedendo. Un'altra cosa bella che andrebbe approfonita sono i sottotetti. Finestrelle piccole, a contatto con gli spioventi e le grondaie, probabilmente abitate dai servi, o usate come ripostigli o piccionaie... Oggi rimesse più o meno in sesto, ma con le imposte delle porte antiche.

Nella mia ultima trasferta cuneese, due settimane fa, mi hanno portato in una specie di internet point bar con pretese letterarie (il chè è molto deprecabile) che però aveva tenuto (bontà sua, come diceva la mia professoressa di greco) una porta antica bellissima, con il cuoio borchiato, le grate corrose, i profondi segni dei tarli, uno spessore da maniero medievale. Per il resto era tutto nuovo, e non avrei mai detto che quel complesso (dava su un cortile interno del condominio) fosse tanto antico. Tanti di quei soldi, hanno li al nord, da aver risistemato tutto fino all'ultima scalfittura. (tranne la porta per fortuna)

Ciao ragazzi, scusate avete una sigaretta?
Hi... wow, you are so cute... so nice... i like your dress...
Hi... grazie... eeeehh... where are you from?
Texas!
Ah texas! do you like electric chair?

Un ottimo modo per iniziare una discussione. (o per chiuderla)

La cupezza. La cupezza non mi si addice.
Ma se ci devi fare i conti lo stesso è una bella merda.

Ah già, di questi tempi ho compiuto 26 anni, il chè vuol dire che sono più vicino ai 50 che al giorno della mia nascita, eppure io mi sento più vicino al 1983 che al 2033.

Ieri sono venuto qui in treno dopo aver dormito una manciata di ore, che ero ancora ubriaco da quel sabato. Un bel sabato, nel quale mi sono appoggiato agli amici e gli ho messo in mano tutto senza dire niente, come uno storpio, uno zoppo, un vecchio padre malato che si appoggia con tutto il peso sul giovane figlio. E ha funzionato, ovviamente solo temporaneamente, come un palliativo, un narcotico, un anestetico momentaneo... fatto sta che in treno (e son tre ore e venti) ero ancora distrutto, e leggevo per concentrarmi su altro il libro sulle tarantelle che mi ha prestato marco b. E' un libro stupendo, rilegato in pelle rossa, con una scritta d'oro e un po' di arzigogoli, e si intitola "La tarantella napoletana". Bene, ero ben vestito, ancora ubriaco, e leggevo dietro i miei occhiali da sole quasi inutili... e mi è venuta voglia di darmi un tono. La cosa bella di essere in treno è che puoi inventarti chi sei, perchè tanto nessuno potrà saperlo, e forse qualcuno meno inghiottito dalla mediocrità o dal suo individualismo, ti studierà e si farà qualche domanda e qualche ipotesi su chi sei e cosa fai... E così mentre gli spagnoli berciavano (ha ragione martina: gli spagnoli strillano) e le signore leggevano Umbria oggi o libri di ricette, io ho tirato fuori il mio librone (che è sottile ma ha le dimensioni quasi di un in folio) e sfoggiavo le mie scritte d'oro alla faccia loro. Si, perchè oggi che siamo in regime di culturofobia (altro che omofobia! di quella ne parlano ai tg, e tutti la stigmatizzano... qui è contro la cultura che si sta bandendo una crociata suicida). Dicevo che ho perso il segno: alla faccia di questo regime nel quale la cultura è bandita e maledetta e resa tabu, tirare fuori in luogo pubblico un libro difficile, o tecnico, o filosofico, o comunque inattuale, è un gesto di grande sfida. Un terrorismo morale, ed io, gli attentati alla morale dominante, li adoro.

Quindi mi sono messo io, con la mia persona fisica, a leggere questo libro, e quando incontravo gli spartiti li leggevo con le dita, sfruttando ciò che resta del mio essere un ex giovane promessa del pianoforte, ora ridotta a mediocrissimi brandelli (ndr controllare se si può dire mediocrissimi). E non era una finta, stavo proprio studiando bene, allo stesso modo di come avevo fatto il giorno prima, da solo, in vasca da bagno, quando mi sforzavo di cantare i modi ipodorici antichissimi, e venivano fuori degli schiamazzi assurdi, ma tanto chissene frega, stavo da solo e a casa mia!
Invece in treno non si può (non voglio essere una macchietta), e così esorcizzavo la nausa da vino e amaro lucano, suonando impercettibilmente almeno la mano destra. Poi tornavo indietro e controllavo i bassi. Ogni tanto funzionava, ogni tanto non ci capivo niente. Insomma, alla fine mi mancavano tre pagine per finire il libro, e mi è dispiaciuto non avere altri dieci minuti di viaggio.

A sfregio leggo. A sfregio della signora che voleva attaccare bottone sui mali moderni, io leggo. A sfregio degli spagnoli, che alla fine mi sembrano frivoli e capaci solo di "vamos de fiesta", alla faccia di quella signora che parlava alle sue amiche della fine del mondo nel 2012 (dio solo sa quante occhiatacce le ho lanciato), io studio. Alla faccia dei romani più beceri che vanno all'eurochocolate e bevono la cioccolata calda in posa da coatti, come fosse una ceres, io studio.

Gli studio in faccia. E non è un'assonanza... io ti studio in faccia, e non alzo la testa per due ore (anche perchè se no mi pigliano gli svarioni), e sono capace a leggere lo spartito, me lo canto e me lo suono, ed il mio libro (cioè il libro di marco b.) è prezioso e bello, e si vede lontano un miglio. Guardami rozzone coatto, o tardoadolescente frivolo, e capisci subito che tu non ci capiresti un cazzo, e ti chiedi come faccio, e vorresti considerarmi uno sfigato, ma sfigato non ti sembro... e come la mettiamo?

Ecco l'attentato alla mediocrità, con il quale può sembrare al mio lettore che io stia facendo il galletto, e tirando su una compiaciuta coda da pavone. Non è così, anzi in questo anno per me trionfale, questi giorni sono quelli in cui più volentieri, per una questione intima mia, vorrei tranciarmi le palle e sputarmi in faccia... E però qui non si tratta di me-publio, non c'entra niente ma proprio niente l'autocompiacimento... io ti studio in faccia come uno sputo per rispetto a persone come marco beasley, che mi ha prestato quel libro meraviglioso, per onorare roberto de simone, che l'ha scritto con la fatica delle sue ricerche preziose come l'oro... e ti studio davanti di domenica mattina per dimostrarti che è un piacere, e quando passa il controllore cado dalle nuvole, sì, un po' perchè sono ancora ubriaco, ma principalmente perchè quella lettura è appassionante più di una scopata (ma un po' meno di un pompino). E non metto me come publio in bella mostra, io come individuo non esisto, mi eclisso, ed è lo spirito cangiante ed antichissimo della tarantella che onoro col mio tributo di studio e di amore...

Alla faccia vostra beceri grezzoni.

Bene, ora vado a proporre al coinquilino che chiama tutti cumpà se gli va una rivincita a Pro Evolution, Italia - Inghilterra 1 - 4 per lui, Roma - Sampdoria 3 - 0 per me... la sfida sarà dura e appassionante!
...prima però aspetto che finisca questo assolo.

 
22 Ottobre 2009

L'Umana Tragedia

Al fine dello star della tua morte
Ti smarristi in una piana chiara,
Che furo ritrovate le vie attorte.

Wow! Quale dir non fosse è cosa cara
Piana pianosa è, dolce e indebolita,
Che nel sentir mai invecchia speme amara.

Tant’è dolce che è ben più che vita;
Ma per tacer del mal che non scorgesti,
Non dirò quella cosa che v’hai udita.

Come n’uscisti ben tacer sapresti,
Tant’eri voto di veglia, in quell’ore
Che la fallace piazza riprendesti.

Pria che in cima alla valle fosti fore,
Laddove principiava la montagna
Che t’avea d’ogni gaudio empito il core,

Toccasti giù a sentir le sue calcagna
Spogliate già dai raggi della stella
Che torce la mia via per la campagna.

Allor tua speme si fe’ incerta e fella,
Che nel fiume dell’alma era scemata,
La diurna che passasti in guisa bella,

E come chi con calma rinfrancata,
Permane dentro lì fra il campo e il colle,
Stassi a ascoltar la sicura vallata,

Così la mente tua che stava molle,
Restossi avanti a rimirar quei luoghi
Dai quali anima morta ognor si tolle.

 
16 Ottobre 2009

Di musiche, visi, armonie, chiese, viaggi, camere, tarantelle, treni, lusinghe, emozioni e sciabolate...

 


Ascolto obbligatorio








 

 

 
03 Ottobre 2009

Racconto

Questo è forse il primo vero racconto che scrivo, non ha un titolo e fa parte di un'idea molto più ampia cui ho cominciato a pensare nell'ultimo anno... non ha velleità credo, è stato scritto fra la serata di ieri e la giornata di oggi, e riletto una volta sola, perchè sono a casa senza far niente e con la febbrA, e sono annoiato. Se avete pazienza leggete, io fossi in voi non lo farei, perchè sono pigro e i post troppo lunghi mi scoraggiano. Però nel caso siate così gentili sappiate che un parere sarà davvero ben accetto.

C’è un fatto veramente singolare, che mi accadde anni fa, in tempo di guerra, e del quale non ho mai fatto pienamente parola con nessuno. Chissà, forse un po’ di ritegno, forse non ne sentivo il bisogno, o più probabilmente ho sempre temuto di non essere capito.
Ricordo che dopo l’occupazione straniera avevo deciso di salire sulle montagne. Prestavo servizio da qualche anno, poi quando l’aria divenne irrespirabile e l’occasione si presentò, mollai la divisa in un fosso, e pensai di tornarmene dove mio padre portava al pascolo le bestie. Talvolta da ragazzo ci aveva mandato me, e sapevo che con un po’ di fortuna potevo arrivarci senza incontrare soldati. Una volta arrivato lassù non avrebbero potuto trovarmi, e avevo la certezza di sapermi arrangiare: se ci sei cresciuto fra bosco e campagna puoi trovarci di tutto, e sopravvivere dignitosamente finché l’orizzonte non migliora… Insomma, lì c’era la casupola dei cacciatori e dei pastori che portavano il gregge nelle radure sui colli, i boschi di betulle fitti e alti, legna e animali in abbondanza, e se il caso l’avesse richiesto il paese dove ero nato distava meno di un giorno di cammino. Così mentre le radio trasmettevano notizie gracchianti e frammentarie, e dispacci allarmanti sull’imminente avanzata delle truppe straniere, io gettai la divisa in un canale, misi in un sacco le munizioni che riuscii a racimolare, e con uno schioppo in spalla mi misi in cammino. La parte più difficile, ne ero convinto, sarebbe stata all’inizio; pagando alla persona giusta una piccola somma mi ero procurato un foglio per la libera uscita, fra il tramonto e il coprifuoco. Se però si fossero messi in testa di vederci chiaro avrebbero scoperto in capo a poco che c’erano troppe irregolarità, e che mi ero preso qualche scatola di pallettoni di troppo per essere un soldato con un paio d’ore di licenza. Ma dovevo tentare, se avessi atteso ancora dalla città dove eravamo stanziati ci avrebbero nuovamente mandato su qualche fronte, e seppure gli ordini avessero tardato a muoverci, presto sarebbero arrivati gli stranieri, e la battaglia si sarebbe spostata anche in città. Così mi bastarono un giorno o due per pensare e mettere in pratica la mia idea… E poi chissà quanti altri soldati avevano fatto la stessa cosa, o l’avrebbero fatta di lì a poco, e potrei giurarci che quasi tutti avrebbero voluto farla.
Forse vi chiederete, no, non voi… ma qualcuno si potrebbe chiedere se non mi sentissi un codardo, un vile traditore della patria e dei suoi compagni… Se abbandonare le armi che ‘dovevano difendere i miei cari e la mia nazione’ non facesse di me un verme strisciante. No, no, queste sono le baggianate della retorica; quando sei lì, e ti sei mangiato fango e cagato terrore per mesi tutte queste non sono altro che parole vuote di senso. L’avevo capito presto io, perché appena partiti avevamo dato il cambio ad un plotone che aveva appena partecipato (senza esiti gloriosi) alla prima battaglia al fronte. Mi bastarono le loro facce per disilludermi da ogni spirito di condivisione, ed i loro occhi da pesci e la pelle bianca mi convinsero che non c’era nessuno al mondo che potesse chiedermi un tale tributo, fosse un dittatore, l’ideale o la patria. Insomma, non ero tagliato, non faceva per me, preferivo spaccarmi la schiena in campagna o fare legna l’inverno che l’idea di poter perdere tutto per un pezzo di ferro sparato da chissà chi, deviato da una rete, e finito per coincidenza dritto dritto in mezzo alla mia fronte. In guerra, più ancora che nella vita, è tutto casuale… No, certo, ci sono i generali, ci sono le battaglie pianificate con strategie e genio, non lo metto in dubbio… ma questo quando si parla appunto delle battaglie, dei grandi numeri, delle linee di tendenza… generali. Ma per il singolo non funziona così, il più spregiudicato può salvarsi, uno scavezzacollo tornare con qualche graffio e le medaglie, e il giudizioso padre di famiglia che cerca solo di riportarsi a casa la pelle, finire sforacchiato non appena alza la testa. Magari per superare una pozzanghera nella trincea. Non ha senso, credetemi, non ha senso tutto questo. O meglio il suo senso è il non avere senso; se sei lì dopo due giorni hai perfettamente capito cos’è il caso.
Io venivo dai campi, conoscevo tutti al mio paese, ed eravamo partiti solo in venti, non di più. Gli altri o avevano permessi, o non avevano l’età, o l’avevano già superata da troppo. Però ci avevano subito divisi, a seconda delle attitudini che un tronfio militare aveva voluto vedere in noi, quando gli eravamo stati mandati, a frotte, nella circoscrizione centrale. Mentre seguivo la ferrovia con i sensi all’erta ogni tanto, per tranquillizzarmi, pensavo che di quelli che erano partiti con me da quel paesino, forse alcuni li avrei ritrovati… non era possibile che fossi l’unico ad aver pensato di tornare a casa, protetto da quelle montagne, che tante volte avevo bestemmiato, quando una bestia rimaneva impantanata nel fango, o quando il freddo pungente non mi faceva dormire, nella bicocca montanara. Ed ora quelle stesse montagne potevano essere la nostra salvezza, perché in un modo o nell’altro la guerra si sarebbe risolta, il governo forse sarebbe cambiato, e comunque vista l’aria che c’era, non avrebbero potuto fucilare, a guerra finita, tutti quelli che se ne stavano andando. A guerra finita, appunto. Questo pensavo mentre seguivo la ferrovia, ma francamente non mi importava molto del futuro più lontano, fosse sei mesi o due anni, io sapevo che non potevo restare lì, e che dovevo cercare una salvezza più immediata, a portata di mano. Della mia mano.
Ogni tanto sentivo qualche sirena che schizzava via, le strade erano tutte deserte, e quindi le camionette viaggiavano veloci, senza intoppi, e con un po’ di fortuna nessuno avrebbe visto o si sarebbe curato di quella piccola sagoma magra, che ero io, che camminava un passo dopo l’altro. Mi ero fatto qualche conto approssimativo: camminando tutta la notte le luci del mattino mi avrebbero visto già fuori città. Se questo mi fosse riuscito potevo evitare le strade, ogni posto di blocco, e seguire le rotaie fra i campi. Il problema erano queste prime ore, in cui ancora poteva girare qualcuno, e se eri in giro dopo il coprifuoco avevano tutto il diritto di pigliarti e sbatterti dentro. A quel punto bastavano due accertamenti e sarei stato fregato. Mentre i morsi, non della fame, ma della paura, mi attorcigliavano lo stomaco, guardavo scorrere attorno a me le grate di recinzione della ferrovia. Qua e là erano state tagliate, probabilmente qualcuno che come me voleva una via certa e appartata, oppure qualcun altro che cercava di fregarsi non so, ferro, alluminio, oppure le matasse di corde e tubi… “Ognuno si arrangia come può” pensai quasi sollevato da quella invisibile compagnia umana.
Non avevo la divisa, ma solo una leggera maglia scura, di tessuto grezzo, e mentre il freddo si faceva più intenso mi accorgevo dell’orrenda sensazione di gelare ed avvampare contemporaneamente, il freddo e la paura da una parte, il passo svelto ed il cuore accelerato dall’altra, mi acuivano il senso di malessere diffuso. Pensai al fatto che probabilmente, se fossi arrivato, sarei arrivato con una gran febbre, assetato e stanco, e sarebbe stata proprio una fregatura morire di malattia quando hai attraversato città, eserciti, battaglie, e poi campagne, colline e monti… I pensieri più foschi erano attorno a me come un nugolo di zanzare, come i mosconi attorno ai piatti appena portati in tavola: più cercavo di allontanarli, e di concentrarmi solo sul mio passo e sui rumori attorno, più tornavano a distrarmi, come un delirio deformante, che mi allontanava dalla mia situazione, e mi atterriva al contempo.
Riuscii ad arrivare, non visto, al mattino. Ed ero fuori città. Avevo dovuto gettarmi a terra un paio di volte, sentire il fango sul viso e il cuore esplodere dentro come una mitragliatrice impazzita e aritmica, ma forse erano stati i miei fantasmi, forse un cane, o forse una vedetta terrorizzata quanto me e con poco zelo, fatto sta che nessuno mi aveva fermato. Con la mia marcia instancabile, alimentata di terrore, ero passato come un fantasma, non visto.
Era l’inizio dell’inverno, ed aveva piovuto abbondantemente nei giorni precedenti, quindi era pieno di pozze d’acqua. Mi fermai a bere, e riposai un’ora in un campo coltivato appena fuori città. C’erano i resti di un vecchio fienile, e mi sembrarono un ottimo riparo. Fui risvegliato dal rumore del treno in lontananza, e trasalii: il sonno in quella circostanza non era certo stato libero da incubi, ogni cigolio degli assi di legno, ogni colpo di vento che muoveva le assi scalcagnate di quel luogo mi sembravano intere pattuglie di uomini in uniforme venuti a cercarmi. Mi risvegliai, insomma, qualche ora dopo: doveva essere ancora mattina presto, e studiai la situazione. I problemi ora erano diversi da quelli della notte: incontrare uomini in arme era più improbabile, ma non potevo sapere niente di qualche avamposto strategico, magari anche degli invasori… dovevo essere circospetto, ma non mi persi d’animo, sapevo che la ferrovia portava verso nord est, e che mi sarebbe bastato seguirla. Decisi di allontanarmi, però, dalla strada ferrata, per precauzione, e questo rese la mia marcia tremendamente più faticosa. Gli stivali affondavano nella fanghiglia limacciosa, e ogni passo mi costava enorme sacrificio, così decisi di attendere il tramonto, e camminare la notte lungo la via ferrata, per riposare il giorno, in qualche rifugio di fortuna. Una volta trovai un vecchio capanno, e dovetti sperare di non essere sorpreso dal contadino, ma ero esausto, e il rischio non mi valse la sfortuna. Un’altra mattina non trovai nulla, e la luce stava aumentando, così dovetti gettarmi fra degli arbusti umidi. Mangiai radici, erba, del pane che avevo portato con me, bevvi acqua dalle pozzanghere, o dalle foglie concave delle piante, ma dopo qualche giorno riuscii ad arrivare alle pendici delle colline.
Cominciavo a riconoscere il paesaggio, e dopo essermi rinfrancato qualche ora in una legnaia accatastata di fresco ripresi la mia marcia, e giunsi al sentiero sterrato delle capre e dei mandriani.
Lì fui fermato da alcuni uomini armati, e mi convinsi di essere morto. Mentre già rassegnavo l’anima al creatore, sperando che lui fosse più indulgente dei miei nuovi custodi, cominciai a capire che non erano soldati, ma un nucleo armato indipendente, che si era organizzato per dar battaglia sia allo stato che agli invasori. Si era cominciato a parlare da qualche tempo, al caldo, di questi uomini che s’erano dati alla macchia e che, clandestinamente, sabotavano le azioni militari, ma di loro non sapevo nulla. Per mia fortuna la paura ed un briciolo di avvedutezza mi avevano fatto dire poco o nulla oltre il mio nome, e così chi mi aveva fermato volle scorgere nel mio animo una ferma volontà di rivolta, e convinse anche tutti gli altri che non ero un vile codardo, ma un nuovo membro da coscrivere al servizio di questa nuova causa. Mi spiegarono di tutti i rischi che questo comportava, del fine ultimo che si erano prefissati, e di quanto fosse importante che ciascuno si potesse fidare del suo prossimo. Mi diedero da mangiare e potei dormire per la prima volta dopo giorni in un letto vero: avevano riadattato una vecchia casa isolata e abbandonata, che da fuori sembrava solo un rudere diroccato, in una specie di avamposto dove coordinare e ospitare qualche decina di uomini. Il giorno dopo anche io avrei dovuto compiere una missione, mi avrebbero messo alla prova per testare la mia fedeltà: avevo intuito che sarei stato seguito, di un fuggiasco cacasotto non se ne facevano nulla nemmeno loro. Avrei dovuto consegnare un dispaccio al paese vicino, e mi avrebbero atteso nel cortile dietro la chiesa entro il tramonto. Parlai poco, e questo gli dette evidentemente fiducia, perché poterono sfogare tutta l’enfasi retorica dei loro discorsi, e così, trascinati dalle loro stesse parole, finirono per auto convincersi della giustezza e infallibilità dei loro principi, proiettando questa convinzione anche su di me, che ascoltavo e tacevo. L’uomo è veramente una creatura semplice. Alla prima occasione seminai la mia sentinella, fu fin troppo facile per me, che conoscevo quei posti da tutta la vita. Io non volevo fare la guerra, non volevo avere bandiere, non volevo sentire la puzza della carne bruciata, e non volevo essere catturato o torturato, non volevo la responsabilità di qualcosa più grande di me. E con meno senso di me.
Io sono nato per stare con la terra e con le bestie, e di aiutare gli uomini, come di ucciderli, non me ne passa lontanamente. Che poi cosa sono gli uomini, gli stati e gli ideali? Io conosco solo le persone, conoscevo il parroco che parlava bene, ed era il più istruito di tutti noi, ma ne diffidavo come solo i contadini sanno fare verso qualunque cosa. Conoscevo uno che diceva d’essere uomo di legge, ma al massimo aveva messo bocca su qualche questione campagnola: la gente ci andava per lamentarsi del vicino, che aveva piantato troppo a ridosso del confine, che aveva preso i frutti di un albero che non gli competeva, oppure qualche furto di galline, o qualche gregge portato a pascolare fuori dal consentito. Nemmeno lui mi interessava. Avevo qualche amico che conoscevo fin da bambino, qualche fratello che dava una mano nella vita di campagna, e una sorella giovane cui volevo bene, una madre e, se non aveva ancora raggiunto il destinatario dei suoi interminabili rosari, una nonna.
Di donne ne avevo avute due o tre, ma intendiamoci, amori bestiali, consumati di straforo fra i campi o nei fienili, quando l’ardore dell’adolescenza vinceva la paura d’essere scoperto o di restarci inguaiato. Poi tutte le altre o quasi, erano state regolarmente pagate.
Così, seminata la guida, e lasciatala a rincorrere me e i suoi ideali, ripresi il cammino verso la baracca di montagna; lì speravo, senza troppo timore a confessarlo anche a me stesso, di trovare qualcuno come me. Questa speranza era cresciuta quando avevo notato come quegli uomini fossero riusciti a fuggire dal fronte e riunirsi senza troppa difficoltà. La mia impresa che volgeva a buon fine mi sembrava meno eroica, meno inconcepibile, meno unica… e se questo poteva in qualche modo scalfire il mio orgoglio, dall’altra parte mi faceva ben sperare di ritrovare qualche viso noto, dopo tanto tempo. Forse la mia idea era meno folle e irrealizzabile di quanto non mi sembrasse in principio.
Fu una mattina (oramai marciavo, con delle comode soste, notte e giorno) che mi si aprì allo sguardo il mio paese: riconobbi la torre con il campanile, e il colore rossastro delle case più esterne, arroccate su quello sperone di roccia che, da bambino, mi sembrava uno strapiombo irraggiungibile. Visto da fuori, da dove ero io, sembrava non essere stato toccato dalla guerra, sembrava che tutto gli fosse scivolato attorno, lontano, e che non fosse giunto lì che qualche eco, il rombo sordo di qualche mortaio, appena percepibile oltre l’orizzonte… Come il rumore di una tempesta che si avvicina o che sta passando, che ruggisce paurosamente, ma incombe su altri cieli.
Attesi la notte, sempre più stretto dai morsi della fame. La tensione che si era sciolta e la fatica di quei giorni avevano acuito intensamente e in un momento solo una fame nera, senza confini e senza senso, ed esattamente come accade per gli animali più affamati, durante la magra, mi aveva reso meno accorto. Decisi di attendere la notte e di andare dal fornaio, a chiedergli un pezzo di pane e qualche briciolo di informazioni. Certo, rischiavo moltissimo: il vecchio che mi era stato amico, che aveva visto crescere me e i miei fratelli, poteva essere morto, ed essere stato rimpiazzato da qualcun altro, attirato dall’idea di un guadagno extra, frutto della delazione… Potevo essere visto da qualche pattuglia, capitata lì per caso, o stanziata in paese senza che io lo sapessi. Sapevo a cosa andavo incontro, ma la fame formava una barriera a questi pensieri, e gli impediva di avere reale efficacia, o di influenzare il mio comportamento. Dovevo mangiare. Una sola cosa riuscivo ancora a capire: non dovevo tornare a casa. Se la mia fuga, come ovvio, era stata scoperta, la prima cosa che avrebbero fatto (sempre se un briciolo di organizzazione ancora restava fra i ranghi) sarebbe stata venire a casa mia, mettere sotto torchio mia madre e i miei fratelli per qualche giorno, forse una settimana. Poi se ne sarebbero andati, ed avrei potuto farmi vedere. Ma in quel momento io dovevo mangiare, così sgattaiolai per i vicoli antichi e stretti del paese, cercando di restare nell’ombra di ogni androne, fino ad arrivare alle porte di legno massiccio che, chiuse, rivelavano dallo spiraglio luminoso la presenza di qualcuno. Che il forno non avesse chiuso i battenti me lo aveva suggerito, un centinaio di metri prima di arrivare, l’odore del pane, che mi stava facendo impazzire. Quasi fuori di senno mi affacciai alla piccola finestrella di vetro opaco, cercando di intravedere qualche sagoma, ma non mi fu possibile riconoscere se si trattava di chi conoscevo io oppure no. Ruppi gli indugi e bussai. Solo dopo molto tempo pensai a quanta diminuzione di umanità c’è nella fame più nera: ero passato dopo anni, e dopo aver provato quasi ogni giorno il timore di non tornarci vivo, attraverso tutti i luoghi della mia vita, dove ogni pietra ed ogni gradino avevano la loro storia… e non avevo provato niente. Non una sensazione, nemmeno l’ombra della commozione, non quel senso di emotiva esaltazione derivante da un ritorno… Il nulla più assoluto, come se quel tragitto fosse stato il corridoio che si fa di notte, quando si cerca di raggiungere, nel sonno, i vespasiani. La fame aveva annullato ogni complessità dal mio pensiero, aveva azzerato ogni emotività nel mio animo, e reso l’uomo una macchina. Ero regredito allo stato di un cinghiale, all’istintualità di una formica. Ovvio, a tutto questo pensai solo molti anni dopo.
Aprì la porta il buon fornaio, infarinato e un poco invecchiato, e sulle prime non mi riconobbe, ma non ebbe molto da temere. Avevo la barba incolta, probabilmente il viso scavato, e provato dalle fatiche e dalla paura, ero magro, senza armi, e non ero mai stato granché prestante. Gli dissi il mio nome, e che avevo fame. Non disse nulla, mi strattonò dentro per un braccio con una energia che avevo dimenticato, quasi caddi, ma mi resse lui, chiuse con un gesto il pesante portone e mi abbracciò. Dopo qualche ora rinvenni, dovevo essere esausto più di quanto io stesso non mi rendessi conto, ed entrare in quell’ambiente caldo, umido, profumato, stretto dall’abbraccio di quel vecchio possente mi aveva sopraffatto. Parlammo poco, gli spiegai che la situazione in città era diventata impossibile, che l’invasione straniera sembrava una inondazione cadenzata, perfetta e inarrestabile, e ci avrebbero mandato a morire come le mosche. Mi ascoltò sconsolato, credo che anche lui avesse, come tutti, figli o nipoti al fronte. Forse quel vecchio nerboruto aveva visto in me l’immagine magra e spaurita di qualche suo figlio, reso irriconoscibile. Mi nascose per qualche ora, mi diede più di qualche forma di pane, poi entrambi sapevamo che dovevo andare. Mi vergognai dei miei stessi sospetti, ma quando mi chiese dove avevo intenzione di stabilirmi fui evasivo, sapevo che le delazioni erano ben pagate, ed avevo sperimentato su me stesso quanto l’inedia potesse rendere spregevoli.

Così mi diressi verso la strada che portava nuovamente fuori dal paese, ma questa volta in direzione opposta, e nonostante il pericolo di essere sorpreso dall’alba fosse reale, questa volta potei apprezzare con più calma i colori delle case e le colline circostanti, che esplodevano di verde. Io, fuggiasco, mi sentivo già così lontano dall’ultima battaglia; il ricordo della trincea piena di fango e pulci sembrava allontanarsi con il crescere della luce. Già pensavo al fatto che sarei potuto andare a caccia, e scendere, quando ne avessi avuto la necessità, al paese, per prendere tutte quelle cose di prima necessità che la natura non può fornire. E dal buio della coscienza nel quale ero sprofondato per tutti quei giorni, cominciavo a ridestarmi, a intravedere uno spiraglio di speranza in quella vita clandestina. Di buona lena, anche se stanco, serpeggiavo sicuro fra i sentieri che salivano, e mi inerpicavo nel viottolo tracciato dalle bestie, che è poi lo stesso dei cacciatori, e immaginavo di poter scambiare riccamente un po’ di cacciagione con coperte, latte ed altri attrezzi, che mi sarebbero stati indispensabili per risistemare la capanna. Intendiamoci, quella bicocca era sicuramente l’alloggio più comodo che potessi immaginare, ma ero certo che il lungo disuso l’avesse resa quasi inagibile. Comunque non mi perdevo d’animo, e sentivo le energie di poter rendere quel posto quasi un piccolo paradiso, lontano da tutti gli stridori del mondo, dagli ordini urlati, e dal sudore freddo del terrore, che rende le unghie blu e poi le mani smettono di risponderti… tutto questo sembrava allontanarsi ad ogni passo che mi avvicinava alla mia nuova accogliente stamberga.
In tarda mattinata, dopo molte ore di cammino, agile solo in virtù della consuetudine che avevo con quella strada, arrivai alla mia destinazione. Tutto mi era sembrato semplice, ma fu solo quando stavo per uscire dalla boscaglia che mi resi conti di un particolare sinistro… Quella casa era stata rimessa in ottimo stato. Mi fermai ad osservare meglio e, come avevo potuto non accorgermene! Stava uscendo del fumo dalla cappa. Trasalii. Non ero stato evidentemente il primo a pensare a quello come un rifugio sicuro, e di certo l’inquilino non avrebbe accolto benevolmente un nuovo ingresso. Maledicendo la mia ingenuità decisi comunque di avvicinarmi: era probabile che conoscessi la persona, e che l’occasione di comune difficoltà favorisse un sodalizio. Riuscii a scorgere da una finestra un qualcosa che mi lasciò quasi tramortito; non si trattava di un altro fuggiasco, molto peggio, anzi era la peggiore di tutte le ipotesi che mi si materializzava davanti. I soldati invasori avevano intercettato chissà come quella casa, ed tenevano lì tre uomini legati. Sacchi, viveri, marchingegni tecnologici e ambiente ripulito mi suggerirono che doveva essere non poco che si erano stabiliti lì. Ed erano molti. Senza dubbio si trattava di un avamposto, che dava sul paese, ma soprattutto sulla via che collegava alla città. Improvvisamente i tumulti della cronaca di quei giorni tornavano a imperversare nei miei pensieri, annullando qualunque traccia di quella speranza che avevo assaporato sempre più. Il ricordo delle voci metalliche delle radio che annunciavano i bollettini mi rimbombavano come ululati famelici, senza senso e spaventosi, le urla straniere, strepiti incomprensibili, mi toglievano ogni capacità di reazione, e il l’immagine dei volti spaventati dei commilitoni che ascoltavano gli ordini mi ruotavano tutto attorno, mi sentii quasi mancare. Anche la mia casa, il luogo che avevo sognato come rifugio, lontano da tutto, era stato contaminato, e dalla più terribile delle malattie. Non si trattava dello sgangherato esercito che avevo lasciato sull’orlo dello sbaraglio, corruttibile e cialtrone, ma dall’organizzato, agguerrito e rigoroso esercito invasore.
Sentii andar via tutte le forze che mi avevano baldanzosamente portato fin lassù, e tutta d’un colpo la stanchezza, gli acciacchi e le vecchie ferite rimediate prima e durante il viaggio mi assalirono. Mi nascosi li fuori, in attesa del nulla.
Ripresi il controllo dei miei nervi e della situazione solo più tardi, quando udii degli ordini in una lingua straniera, gridati da far gelare il sangue. Nel frattempo avevo armato il mio fucile: non che fossi un gran tiratore, o che la mia arma mi permettesse di acquattarmi come un cecchino e fare giustizia… non me lo consentivano i mezzi, e men che meno i miei propositi: era proprio ciò da cui stavo fuggendo, e da cui avevo ferma intenzione di ripartire al più presto. Non in quel momento però, la zona di giorno poteva essere piena di sentinelle. Comunque a quegli ordini seguì una risposta che mi colpì, si trattava del mio dialetto, un insulto che mi aveva sempre divertito da bambino; me lo gridava dietro mio nonno quando combinavo qualche scherzo, o quando mi sorprendeva a giocare coi suoi attrezzi. Questo piccolo ricordo mi spinse a sbirciare, di lontano, attraverso gli assi di legno, cosa si stava organizzando, e subito l’ombra del sorriso sparì: stavano preparando una esecuzione. I tre malcapitati erano stati portati davanti ad un muro, avevano rifiutato la benda, e i soldati stavano andando a prendere i fucili. Erano bianchi come il marmo quei tre, che non portavano la divisa, avevano la faccia da pastori, sporchi e spettinati; capii che dovevano appartenere a quel gruppo armato che mi aveva fermato sui colli. Guardandoli mi sembrarono già cadaveri, quei poveri disgraziati, che stavano per fare la fine che avevo temuto di fare anche io, fucilato davanti a un fosso senza uno sguardo amico o qualcuno a dolersi. Fu forse per essere testimone, per un senso di individualistica ed egoistica solidarietà, che decisi di guardare, ed accompagnarli con paura e dolore verso la morte. Certo di non essere visto, dal mio rifugio lontano e impensabile, immobile per scelta e per costrizione, rimasi lì. Ero fra dei vecchi tronchi, in parte già tagliati, rimasti lì probabilmente da molto tempo, scarti di costruzione accatastati, alcuni dei quali, cadendo, avevano formato un riparo, stretto e protettivo. Sufficientemente vicino per avere una triste prima fila sulla scena, ma abbastanza lontano da garantire sicurezza… sarei uscito da quell’incubo a notte inoltrata, fino ad allora non avrei dovuto temere.
I soldati stavano armeggiando, li vedevo entrare e uscire dalla porta, rifornirsi di munizioni, e sistemarsi la divisa. Quei soldati, per la logica li animava, avrebbero comunque onorato chi uccidevano, indossando l’abito che l’etichetta bellica esigeva, ed eseguendo con precisione il rituale del conto alla rovescia. Capivo che si sarebbero allineati bene, ed avrebbero agito con disciplina, perché pur disprezzando quei clandestini disorganizzati, che erano per loro traditori dei traditori, mancare di forma e rigore sarebbe stato un discredito per loro stessi.
Fu nel constatare l’assurdo di quella situazione, nella quale quei compaesani che non avevo riconosciuto stavano masticando improperi, bestemmie e lamenti, e l’esercito invasore si preparava meticolosamente a giustiziarli, che cedetti, e con grandissimo rischio lasciai andare la testa e le braccia ai fianchi.
La baracca, da cui i tre malcapitati erano già stati allontanati, si levò in aria come fosse carta velina al fuoco, come se le pesanti travi massicce che componevano i muri e si incrociavano sul tetto fossero dei biscotti, e tutto ricadde attorno sbrindellato, nel raggio di decine di metri. Il rumore fu grande, e in un istante della casupola non erano rimaste che le basi in pietra, degli ammassi informi di legno incendiato, e la colonna di fumo. Lo spostamento d’aria aveva fatto volare a terra i tre condannati, mentre il mio rifugio, nonostante fosse lontano, era stato comunque investito dall’onda d’urto, e furono provvidenziali le assi che mi coprivano, per proteggermi dalla ricaduta dei detriti fumanti. Involontariamente avevo colpito la mia arma carica, ed il colpo partito, con precisione geometrica, aveva colpito la massa di munizioni che gli invasori avevano ordinatamente stipato vicino l’ingresso, dalla parte opposta al camino. Il proiettile, centrando quel sacco, aveva innescato una reazione che fra polvere da sparo, esplosivi e munizioni, aveva sbriciolato la baracca in una frazione di secondo, finendo all’istante una dozzina di occupanti.
Quando scansai le assi di legno mi guardai attorno con circospezione, ma la prudenza si rivelò inutile: solo quei tre, ancora legati, erano ancora vivi. Anche se storditi e increduli, per l’esplosione e per la vita riacciuffata miracolosamente, capirono che in qualche modo ero stato io, che gli parlavo in dialetto mentre scioglievo i legacci, a compiere quel pandemonio miracoloso. Non mi chiesero lì per lì come avessi fatto, ma con le lacrime agli occhi mi festeggiarono come un eroe, e tornarono in paese per raccontare a tutti i loro compagni e alle madri incredule di come li avessi salvati da morte certa. Loro non avevano parlato, ed erano stati per questo condannati ad una gloriosa morte, ma un solo eroe era riuscito, con astuzia, coraggio, miracolosa perizia, e genio senza pari, a fare giustizia. Le madri, le nonne e le zie videro nella mia mano l’intervento divino, e si misero in tutta fretta a snocciolare rosari, i combattenti mi fecero punto di riferimento, e a quel punto entrai a far parte della Resistenza (era così che si facevano chiamare), ma non mi dettero mai compiti troppo rischiosi: oramai ero una icona per la gente prima ancora che per loro… il simbolo vivente di come un solo uomo del posto, con il coraggio e l’aiuto di Dio, poteva vincere l’invasore straniero. Insomma, il resto va da sé… solo molti anni dopo, quando ci ritrovammo in uno di quei congressi annuali sul valore e l’importanza della Resistenza, qualcuno mi chiese di raccontare precisamente la dinamica dei fatti, o come io sapessi di quell’avamposto segreto. Inventai una bellissima storia, che deliziò le orecchie e innalzò le coscienze, e nei punti poco chiari che non volli (o non seppi) esplicitare, nessuno volle ficcare il naso… quel racconto era così bello e pieno di gloria, che nessuno, nemmeno il più sciocco pedante, avrebbe potuto sognarsi di chiedere di più.
Ma se pensate che questa sia una confessione, e che io voglia rigettare un eroismo che non mi spettava, beh state sbagliando della grossa! Anche la fortuna è eroica, ed essere fortunati non è meno degno che essere determinati, ché l’una senza l’altra non serve proprio a niente… chi ci dice che Napoleone non abbia magari scelto il giorno dell’attacco più vittorioso, incrociando il suo genio con il più forte mal di denti del generale avversario? O che la più vitale vittoria politica di un qualche antico ambasciatore non dipendesse anche da un’essenza profumata particolarmente gradita al pericoloso re degli Unni?
Avere il caso dalla propria significa che, per un istante, si sono scoperte le leggi segrete del mondo, che inconsapevolmente si è entrati in sintonia fin con le più piccole molecole dell’universo, e si è riusciti a trovare il modo di creare un corto circuito, si è scorto il passaggio sotterraneo che unisce tutte le cose… Con l’istinto, che forse è più in alto della volontà e della ragione, perché più vicino alla vera natura, ci si è inseriti in questo fluire cosmico, che unisce come un filo ogni piccolo dettaglio del creato, e lo si è rivolto a proprio vantaggio… anzi a vantaggio di tutti. Io ho trovato per un solo istante l’accesso alle meccaniche invisibili che Dio, o forse il caso stesso, ha inserito nel mondo, nella materia, nelle cause e negli effetti… e le ho sapute comandare. Solo per un istante, perché solo un dio può avere accesso a quei comandi, e non l’uomo… Egli le ha forse create per sé, per governare ciò cui ha messo mano. Ma quando l’uomo, pur nella sua misera veste di uomo, trova il modo di agire come un dio per il bene degli uomini, egli è un eroe. Quindi cari amici rispettatemi, e ammirate questo codardo, perché io sì, sono un eroe.

 
29 Settembre 2009

L'influenza suina



ancora auguri presidente

Oggi è

Oggi è il compleanno di Berlusconi, una cosa incoraggiante, se lo guardiamo come un altro piccolo passo verso la morte.

 
25 Settembre 2009

L'opera prima di Bembo, sensazionale e innovativa su tutti i livelli (dalla grammatica all'argomento, dal taglio al carattere), va studiata e apprezzata, senza per questo essere topi di biblioteca, ed io me la godo, alla faccia loro e degli sciocchi.

Bembo porse prose come bombe, meco porto il prototipo, li topi ignoro, ogni roditore, e' tordi.

 
20 Settembre 2009

Tre tautogrammi a tema (due seri e uno sconcio)

La rabbia ruba le radici e i rami, rinvigorisce i ruvidi… rabbridividisco ai racconti di razze rovesciate, ricordi di rovinose rivolte… Le rime rotolano, si richiamano rombanti, a ricordare che raramente ride chi rinuncia alla rigogliosa rosa per riversare rossi rigoli.

Voci, visioni, vanità… verità velate, verità volute, verità vantate, vomitate da virginei volti, volitivi e vili. Variano, vistosamente vanno e vengono i voraci e vogliosi virgulti, vivono vagliando i visti, o verificando i vaglia, ma i versi vedono il vero: voi vanitosi vi vedete ai vertici, vincenti… vi vedo viscidi vermi.

Un perentorio paio di poppe, che pendono parimenti a pera sul petto, possono produrre patimenti al padre e al pivello di primo pelo, al pedagogo e al pescivendolo, al portinaio e al portantino, al portiere, al professore e al portaborse,… per non parlare del povero P., perché non si può ponderare con perizia la peripezia, presente dai primordi, che più passano i periodi e più pesa… che presto il piolo piantato, si ponga a - purtroppo - ponderoso palo, e porti il paziente alla pazzia?

 
18 Settembre 2009

Intolerance

Spiaggia, coppia di mezza età, lei a lui bisbigliando, con tono alterato:
“Guarda Gino, guarda! Eccone un altro… ma non si vergognano!?”
Lui, un po’ rassegnato abbassa il giornale e sbircia:
“Lo so Matilda, lo so, sono degli incivili… ma cosa possiamo farci?”
Lei: “Lo so io! Adesso gliene vado proprio a dire quattro! Venire qui impunemente a inquinare la nostra aria… Guardalo come se ne sta impunito!”
Lui di sbieco: “Davvero… certa gente non sa veramente come comportarsi in pubblico”
Lei, un momento dopo: “Incredibile! Inaudito! Saranno cinque minuti che lo fisso, e nemmeno una sigaretta si è acceso!”
Lui, scuotendo la testa: “mah… ci vuole coraggio, venire qui con la loro aria pulita ad infestare la nostra”
Lei: “Bisognerebbe bandirli! Macché, non basta! Bisognerebbe rinchiuderli tutti… volete respirare la vostra aria pulita? Bene! Andatevene tutti in una stanza, ma state lontano da noi gente per bene!”
Lui: “parole sante!”
Lei: “Adesso mi sente, gliela canto io al nostro signor-aria-pulita…”
Lui, piegando definitivamente il giornale: “Dai Matilda, stai buona, con certa gente non c’è da mettercisi a discutere…”
Lei, senza ascoltarlo: “Ehi senta lei! Lei bellimbusto!...” il giovane, che era seduto su uno scoglio di fronte al mare si volta “Si, dico proprio a lei! La smette di non fumare? Lo vede che c’è gente per bene vicino a lei? E i bambini? Non pensa ai bambini? Uno fa tanto per educarli, poi si viene in spiaggia ed arriva un tal dei tali qualunque, che non si accende nemmeno un sigaro, un toscanello… Si vergogni, e vada fra i suoi simili!”
Il giovane, visibilmente mortificato, si guarda attorno, e poi si allontana mestamente.
Lei, trionfante: “Ben gli sta! Venire ad infestare la nostra aria con la sua squallida aria pulita… se vuol farsi del bene che se lo faccia per conto suo!”
Qualche istante dopo lui riprende il giornale, lei la lima per le unghie.

 
17 Settembre 2009

Simpatia per il metallaro

Il buon selvaggio

Direi che tutte le categorie adolescenziali e post adolescenziali, i cui strascichi permangono anche in età successive, sono abbastanza detestabili, per tutta una serie di ragioni ovvie. Ma fra tutte queste tribù suburbane di brufoli, piccole certezze e microscopici mondi, io preferisco i metallari. Premetto che non sono mai stato un metallaro, e non credo di aver mai avuto amici stretti che lo fossero convintamente, sono convinto che il metal uno dei generi più scemi mai creati fino al 1990 (poi fu la dance)… però mi hanno sempre fatto una certa simpatia a pelle, pur senza essermi mai messo a pensare al perché. L’altro giorno tornavo in metro, e guardando un ragazzetto con la maglia di un gruppaccio metal, ho cominciato a pensare… Il metallaro ovviamente non capisce niente di musica (altrimenti non sarebbe metallaro), ma ha comunque dei lati positivi rispetto ad altri… proviamo a fare qualche esempio: a differenza di tante altre categorie non si sente un “eletto”, non crede di essere migliore di te, semplicemente di te se ne frega, fin quando non fate amicizia… non si tratta di gente elitaria, che prima di farti entrare in quel mondo ti sottopone a riti di affiliazione, o vaglia dall’alto le tue conoscenze o il tuo status sociale… è un insieme aperto: vuoi venì a shakerà la capoccia e far roteare i capelli? Due corna e il pollice: andrà benissimo! Un’altra cosa buona del metallaro è che tendenzialmente odia e si distanzia da tutte le altre categorie: odia il frikkettone, odia l’emo, odia il dark, odia il modaiolo, odia il discotecaro… Un saggio modo di comportarsi: a differenza del frikkettone un po’ alternativo politicizzato o new age del cazzo, il metallaro non ti vuole evangelizzare, non ti vuole convincere di niente, non ti ripropone vecchi discorsi stantii. che dopo sei secondi hai già capito dove vuole andare a parare, e col suo modo calmo e tranquillo, ti parla, lentamente, mentre tu insofferente sbraiti sulla sedia… no, il metallaro ti lascia libero di pensare quello che ti pare, queste sovrastrutture non lo toccano. A differenza dell’emo non sta li a deprimersi o ad assumere pose, si gode la sua vita, i suoi amici, e all’occorrenza la sua solitudine, fatta di cassa doppio pedale a 260, senza commiserarsi o sentirsi poetico. Per la stessa ragione è migliore del dark, che è il peggio di tutti: il metallaro se ne frega di sacralizzare sé stesso, è autoironico e non si sente affatto speciale, non gli piace l’elite, non gli piace sta sorta di omosessualità latente ostentata, in un trionfo di stantio decadentismo stereotipato, e disprezza l’atteggiamento tutto innaturale e artefatto di quel nerd travestito da vampiro. Il buon vecchio metallaro odia massimamente il modaiolo, fighetto e pieno di soldi, arrivista e broker finanziario in erba, e lo urta in ogni modo, anche semplicemente ostentandogli, con la sua presenza, i suoi stracci sporchi e la sua scarsa igiene personale. Al borghese inamidato, di buona famiglia, e saldi valori conservatori, grugnisce due bestemmie e lo rimanda lontano. Ovviamente odia il discotecaro, che è la versione più grezza del fighetto, fatta di drogucce, macchine assettate, abbronzatura e palestra… il metallaro non beve mojito, non beve martini, non beve champagne, non beve assenzio… il metallaro beve tutto!

Sincero con se stesso e col mondo, cicciottello e con la barba sfatta, se ne frega del vestiario, ed è contento con le sue 3 magliette ereditate dal fratello, direttamente dagli anni ’80, si accontenta dei suoi pantaloni militari o dei vecchi jeans che cadono a brandelli, un paio di catenacci e due borchie, non si taglia i capelli perché non ci pensa, considera la panzetta un motivo di vanto, fosse per lui le palestre fallirebbero, non gli interessa fare soldi, non gli interessa darsi un tono o innalzarsi sugli altri… il vero metallaro ha un innata socialità, spontanea e apolitica, che lo porta a stare bene un po’ dappertutto, col suo fare semplice e a volte un po’ tonto… Fondamentalmente è un buono, e gli piace schifare le vecchiette, ma non per ostentare una rivolta o un ideale, semplicemente essendo se stesso.

E qui c’è un altro punto di forza del metallaro: immaginatevi di dover passare una serata con gente che non conoscete, ed avete a disposizione alcuni gruppi, rigidamente divisi da queste schematizzazioni post adolescenziali… chi scegliereste? Ma certamente i metallari! Con la loro aria da fregnoni, il loro nichilismo sveglio e propositivo. Mettete da parte ogni vostro spirito critico, sospendete il vostro mondo culturale, e andate senza indugiare: sicuramente possono offrirvi una serata molto più movimentata, fatta di strilli e cagnara, birra a fiumi e gare di rutti… Mentre tutti gli altri passerebbero il tempo a giudicare la vostra morale, il vostro schieramento politico, la marca dei vostri vestiti, il vostro conto in banca, o l’assetto della vostra automobile, il buon vecchio metallaro, uomo semplice e di antichi costumi, vi prende sottobraccio e vi porta al bancone, del resto poco gli interessa.

Ovvio resta un problema: il metallaro si ascolta il metal…

 
14 Settembre 2009

Sono anni che vado blaterando in giro che un tipo come me deve essere pagato senza lavorare!

io ero pronto per l’artigianato: almeno per quest’anno mi vedevo ad impiastricciarmi le mani, sabbaticamente viaggiatore fra perugia, sardegna, piemonte e toscana, a cercare ispirazione e trovare vecchi amici, a diventare espertissimo di e-bay per venderci ai giapponesi prodotti di raffinatissimo artigianato italiano (no, ovviamente non so ancora fare un cazzo, ma bisogna saper inventare no?)… oppure ripetizioni di metrica agli studenti che si erano proposti (sempre nipponici, chissà perché). Ovviamente ripassando in modo serio per il prossimo anno… Ero certo che sarei andato (ma questo non significa che non lo farò lo stesso) a rompere le scatole a matteo, e mi sarei stabilito a perugia un po’ di tempo, per riscaldare col vino i freddi inverni, e perché un nucleo permanente della Domus Pacis non può mancare… o meglio, bisogna approssimarsi a trasformarla in una cosa stabile, dilatando un po’ per volta quel mese e mezzo l’anno che siamo riusciti a conquistarci. I luoghi sono dappertutto, spazio e tempo sono la stessa cosa, e il nomadismo è dalla nostra parte. E infatti a dicembre si inaugurerà la sede piemontese di mondovì: la reggia dalmasso, col doc, lo studio di registrazione che occuperemo almeno 6 ore al giorno, col nonno partigiano, il camper, la stanza-armadio con cinque o seicento camice country-western, la sala strumenti musicali dal mondo, e l’impianto stereo stile signor pewterschmidt dei griffin (questa forse non tutti potranno coglierla). Sarà un bel vivere.
E che bello portare i sardi sulla neve, tutti per le discese ghiacciate coi sacchi neri dell’immondizia o le cassette per la frutta…

Tutte quelle idee confuse, sono nate in realtà dall’ansia degli ultimi tempi, forse un anno: disagio, insicurezza, senso di latente inconsistenza di quel che faccio, e frustrazione nel vedere solo riconoscimenti tanto lusinghieri quanto poco concretizzabili. Sì, d’accordo, ma il mondo vero quando comincia? Il mio problema è sempre questo, in tutto: l’idea di non aver ancora incominciato pienamente (c’è chi strabuzzerebbe gli occhi a leggere questa frase, detta da me, e invece è così): e questo in ogni cosa, dalla casa allo studio, forse all’amore: “Quando si comincia a fare sul serio?” mi verrebbe voglia di chiedere in giro. Come si chiede una informazione a un passante. Ogni cosa che faccio la faccio perché spinto, semicostretto o pescato… soprattutto le cose più belle o ambite, e la meritocrazia funziona, ma segue leggi diverse da quelle della posta: non ci si mette in fila con la certezza che prima o poi tocca a tutti… uno sbarbatello (metaforicamente) può passare avanti… e magari col senso di colpa: perché nella mia testa, per fare quel che devo fare io, bisogna studiare dieci volte di più, leggere cento volte tanto, ed avere, probabilmente, maggior passione rispetto a quella che anima me. Non che la mia sia poca, ma da dove sono riesco (e da anni) a vedere chiaramente che le vette sono da ben altra parte… ma forse è una sensazione amplificata, sono stato sempre molto esigente con me stesso… indulgente, forse, su certi aspetti, ma giudice severo su molti altri.
Insomma, com’è come non è, sono andato svogliatamente, con senso di colpa per il mancato studio preparatorio, e con totale, ma totale sfiducia nell’esito, a fare un primo tentativo… una ricognizione preventiva giusto per fare esperienza. E invece è andata come meglio non poteva andare, e ho vinto il dottorato di ricerca in italianistica, con Luperini il mostro sacro, nella prestigiosa università di siena… il 10 settembre, mentre la gente si sta preparando, dopo mesi (spesso anni) di studio serrato, estati abortite e frustrazioni a livelli massimi, io l’assegno di ricerca ce l’ho già in tasca, e per 3 anni non dovrò pensare ad altro. Papà ha pianto, mia nonna non ha capito bene, ma è orgogliosa per principio dell’unico nipote, mia mamma gongola, ed io mi guardo attorno stordito. "Ma allora succedono ancora cose belle nel mondo!" ha esclamato il mio professore... il più serenamente scettico fra tutti.
Forse ha ragione mara, che mi odia perché dice che mi va sempre tutto bene, e con lo sforzo minimo minimo… a questo punto dovrei mettermi alla prova in qualche sforzo massimo massimo, prendere il nobel, e potermi disinteressare definitivamente di riscattare gli anni di università per la pensione.

Ed ora? Dovrò trasferirmi? Se sì per quanto? Avrò modo di tornare settimanalmente o no? O forse potrò restare a roma e fare avanti e indietro qualche volta? Non ne ho idea. Tutti mi chiedono “e adesso che devi fare?” ed io rispondo che proprio non lo so. Penso e confido di poter tenere i piedi in due staffe, non solo per amore verso roma, ma per amore verso le persone care, senza le quali io sfiorisco nel giro di poco.

Bene, questo post mi ha un po’stancato, non rileggo e lo metto, altrimenti non aggiorno mai, comunque è stata una estate magnifica, fuori da ogni mia capacità di scrittura, ma prima o poi qualcosetta toccherà scrivergliela

Ah già, prima di chiudere voglio ricordare e ricordarmi che serve passione nelle cose… serve passione nella vita. Che cazzo!

 
08 Settembre 2009

seconda considerazione della giornata

San Francesco parlava agli uccelli; io mando affanculo i piccioni.

 
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