28 Gennaio 2012

Memorie Americane #15: La gente fra i 25 e i 35 si divide in due categorie: quelli che si fidanzano, e quelli che bevono.

Questa piccola riflessione mi è venuta per caso poco fa. Mentre facevo il the mi è caduto l’occhio, fra il cicaleccio generale, su quello di una mia conoscente, riguardo la propria sbornia della sera precedente e i relativi postumi.
Mentre leggevo ho avuto quasi un moto di sdegno, e immediatamente mi è tornata alla mente una scena che, credo, sia vecchia di qualche anno, non meno di quattro, forse più. Mi era venuta a prendere sotto casa per andare a mangiare qualcosa con altri amici, ed io ero ancora tutto impegnato in una acerba lotta contro i postumi della sera precedente, che mi dovevano aver fatto davvero a fette, essendo qualcosa come le otto di sera.
Beh, ciò che ricordo è l’imbarazzo di sentire addosso il suo sguardo giudicante, come se quella condizione vagamente impresentabile fosse davvero un’onta. Ed io, che quella ragazza poco o nulla la conoscevo, e tanto ne ero invaghito, in quel momento, sotto quel peso insostenibile, non avevo nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi, per la ragione fisica di celare le occhiaie, e quella morale di schermire la vista.
Anni più tardi, stamattina, dopo un evidente e lungo corso di singlitudine, le cose sono cambiate.

Il solletico al mio naso di sniffatore di realtà sotterranee, era in realtà scattato già qualche sera fa… precisamente poco dopo aver scritto l’ultima pagina di diario, mi ritrovai ad uscire (per una pura coincidenza) con la mia coinquilina e i suoi gentili amici.
Ora: la mia coinquilina beve come una macina inarrestabile. Ne avevo sempre avuto il sentore, poi le prove, infine la conferma. Nella fattispecie, parlando con la sua amica e confidente, mi è stato riferito al suo proposito: “sai, lei era fidanzata con quel ragazzo da sette anni, dovevano sposarsi di lì a poco, ma lui l’ha lasciata perché si è scoperto gay… Infatti lei beve molto”. Quell’ “infatti” sul momento mi aveva stuzzicato, ma siccome stavo bevendo anche io, e visto che – come si evince - si beve per dimenticare, poi me l’ero dimenticato. Fino a stamattina.
In effetti però non mi interessa trarre ulteriori considerazioni da questa vicenda, perché oltre ad essere piuttosto scontate, sono anche decisamente patetiche. Io mi tengo la mia coerenza, che affonda le radici nei bagordi e nei vinacci delle fraschette, nella porchetta volante, nelle diecimilalire blu, quando addirittura le fotografie erano roba rara. Si faceva baldoria per il gusto puro di fare baldoria, senza documenti, rendiconti, e filologia.

In realtà quello che vengo a scrivere è una cosa del tutto diversa, ma connessa all’argomento precedente dal labile filo della famigerata coinquilina beona, che mi definì easy going… ed è una ammissione quella che vengo a fare, una rettifica, una ammenda che mi tocca, per una immagine di me forse stereotipata, senza sfumature, banale, sciocca, cristallizzata, semplificata, e furbescamente gradevole che ho involontariamente dato di me. Non volevo raccontarmela giuro, né darla a bere ad alcun lettore (me compreso), né poi avevo in animo di dire grandi verità… in quel momento ero interessato solo a rendere quella che è una considerazione diffusa riguardo me, da persone che probabilmente hanno un occhio – loro sì – poco accorto o tendente al banale. Non volevo dire una verità assoluta insomma, solo la verità percepita… ma questo non era chiaro.

Dunque seppure si può parlare della propria vita, non si può mai descrivere la propria essenza: c’è bisogno sempre di uno specchio per potersi guardare. Gli scrittori veri lo specchio lo creano dalla vita, tramutandosi in arte, e vagando all’esterno di sé, camuffandosi, sdoppiandosi e ricreandosi fra personaggi, indoli, ideologie ed epoche. Io che invece romanziere non sono (non per modestia, proprio non mi ci sento), riporto parole realmente altrui, parole di chi mi conosce meglio, e quando non è troppo preso da sé medesimo riesce ad avere una lucidità di analisi che, stamattina, mi ha spiazzato, anzi direi messo alle corde, e fatto sentire in dovere di questa rettifica. Non concordo su tutto, alcune cose le limerei, poche non le sento, quasi tutte le riconosco mie.

“Dunque te dici che lì a NY ti vedono easy going e che, cmq. te, con tutta la distanza che sottolinei tra te e loro, sei visto in generale docile e allegro etc...
invece io non ti vedo né docile né allegro. O meglio, di momenti di docilità e di allegria ne hai, e molti, certo, ma quelli, in te, sono un bisogno e un'aspirazione. Non un tratto tuo. So bene che non sei un litigioso iracondo e vendicativo, né un uggioso rompipalle che si aggrega ai gruppi senza dare linfa vitale. Figuriamoci!! E tuttavia, sulla ''docilità'' (attitudine a lasciarsi ammaestrare) non conosco nessuno spigoloso quanto te sia in senso stretto (sempre autonomo e polemico) sia in senso fisico (restìo, fin dai dieci anni, alle carezze in testa). E questa caratteristica tua la considero piuttosto una forza che altro. Ma non direi che tu penda verso la docilità. E, anche volendo spostarci verso l'ambito insofferenza-tolleranza, non direi che sei paziente come un fachiro: conosci bene e vivi tutte le note chiamate Insofferenza smania irrequietezza nervosismo irritabilità […]. Anche riguardo all'allegria c'è un distinguo molto significativo da fare: l'allegria tua, è un impasto di mille energie di colori e tratti assai compositi: è un'allegria in cui c'è tutto dentro: vitalità, creatività; offerta di solidarietà richiesta della stessa; speranza; disperazione; coraggio; paura,  generosità verso gli altri, bisogno degli altri; timidezza-pudore; baldanza-sfrontatezza e potrei continuare veramente all'infinito.”

Vero, tutto vero, quasi del tutto vero. C’è un solo aspetto che il mio caro papà non ha considerato, ed è la dinamicità della verità, sotto forma di legge di Heisemberg: l’osservazione e lo studio del fenomeno influenza e modifica il fenomeno stesso: la ribellione, la battaglia, lo spirito di Polemos, cresce e divampa molto più nei rapporti di figliolanza, insorge verso l’autorità familiare in generale, e paterna in particolare. Quindi tutto verissimo, ma quando poi sono in altre situazioni da me scelte, par inter pares, Polemos recede, e vince Eros. L’insofferenza cede il passo alla tolleranza, l’irrequietezza alla calma, la disperazione al coraggio, il nervosismo alla serenità.

Quindi ecco, contro ogni sciocco riduzionismo o peggio idealizzazione, mi sembrava giusta questa ammissione di anima dialettica… anche perché la sento continuamente la lotta fra i due poli, la sintesi mai pacifica, sempre in rivolta e in alleanze momentanee e improbabili, e poi nuovamente intestinamente discordi.

Detto ciò non è che si litighi quasi mai io e mio padre, anzi! Siamo piuttosto sempre stati gatto e volpe… però essendo lui un misantropo con poche occasioni di dialogo se non con se stesso, e dunque per indole e abitudine non un grande ascoltatore, mi piace obbligarlo sempre al confronto e perché no, allo scontro (di idee sempre si tratta). Questo “esercizio” mio, questa mia condizione, relativizzano, ma non smentiscono  tutte le sue osservazioni, che restano giuste e scoperchiano un vaso di Pandora fatto di ossimori, che vivono e combattono e si agitano dentro di me, come poi credo, con misure e misture, quantità e qualità diverse, dentro quasi tutti, suvvia.

 
25 Gennaio 2012

Memorie Americane #14: ovvero le memorie, più propriamente dette

La differenza principale.
No, una delle più grandi differenze. Nemmeno.
Una delle più tangibili differenze (ecco) fra me e gli americani è questa. Io esco in un bar (che qui sarebbe a dire un qualsiasi locale serale, a differenza del caffè – anzi cafè – che è il bar), e dicevo sto in questo bar, mi faccio dare la lista del vino, o insomma chiedo che vini hanno, pure alla mescita. Al che solitamente mi tocca bestemmiare:

- Excuse, how muchi s for a glass of wine?
- Twelve dollar
- no, not a glass of gold, just wine!

Quindi tanto vale prendere una bottiglia in due no? ma certo. Dunque dicevo guardo la lista, mi prendo uno che potrebbe pure non essere totalmente ributtante. Me lo bevo col mio amico o la mia amica, e dopo mezz’ora parliamo di filosofia e politica. Dopo un’oretta si parla di vecchi ricordi e cari amici, e dopo due ore magari si ciancia delle porcate, e si ride con le guanciotte belle rosse.
Invece gli americani arrivano al bancone (che si chiama bar pure lui) e ordinano ducento shot di tequila, pagano con la carta di credito, e tendenzialmente dopo mezz’ora ballano tutti nudi. Dopo un’ora hanno trovato il compagno o la compagna con cui limonare per un po’ di tempo, e dopo due ore cascano mezzi svenuti per terra, o meglio per piscio, nei bagni del locale (che qui si chiama bar, come detto).
Ora questo è molto poco compatibile col mio modo di essere, che è anche molto baccanalico, ma è anche precedentemente e imprescindibilmente riflessivo. Insomma io non riesco a saltare a piè pari il trampolino di lancio, anche perché poi spesso la discesa per il trampolino è la parte più interessante.

Mi piace, o meglio proprio non resisto, a fare piccole uscite che – trovando un anima affine – potrebbero rimandare un piccolo frammento della mia immagine, tipo “Ah, ma quindi il Superbowl non è il superbowling?”, ma non ci può essere sintonia tra chi c’ha gli occhi storti dai margaritas e chi le guance arrossate da un cabernet. (ndr non è che mi piaccia il cabernet, è che si trova più spesso della barbera).
La comunicazione latita per la stessa ragione naturale che distanzia uno strafatto di coca e uno che si stordisce d’erba. Nelle cose apparentemente più prossime c’è una sfumatura che si amplia a dismisura.

Così quando la mia coinquilina, la più in gamba e grande delle tre, quella che studia letteratura latina, pensa un po’, torna a casa e io le chiedo come sta, lei mi risponde busy. Busy è una parola che come tutti saprete significa più o meno affaccendato, impegnato, oberato di lavoro. La mia deformazione professional-critico-interpretativa apre questa piccola frase leggendone il non detto, che come dovremmo ormai sapere è spesso importante tanto quanto il propriamente detto. In quel Busy c’è una informazione sottesa che potremmo così tradurre e espandere: “alla tua domanda circa un mio status esistenziale, cui potrei rispondere triste o felice, io oriento la risposta sull’ambito semantico del lavorativo-produttivo, di modo che come terzo messaggio arrivi il fatto che io, essendo molto busy, prima ancora di una qualunque tua richiesta, ti avrò fatto capire che comunque non avrò tempo da dedicare a te, e te lo faccio capire anticipando anche l’eventualità di una tua possibile richiesta del mio tempo o della mia collaborazione, assicurandomi in una sola parola di aver anticipatamente annullato qualunque possibilità di interazione fra noi”.

Ecco questa riduzione dell’essere al fare, o meglio questa fagocitazione dell’essere nel fare, questo sacrificio dell’essere sull’altare del fare, è ciò che della modernità mi dà maggiori problemi.
C’è un buon esempio, che non scopro certo io, del biglietto da visita: tutti mi guarderebbero come un pazzo, o quantomeno come uno strampalato, se io porgessi un bigliettino con scritto Publio Eugenio Scorca, persona dal carattere docile e allegro, esperto nell’ascoltare gli amici, gran parlatore e grande amante della musica, tendente alla pigrizia”.
Nessuno si stupisce nel trovare invece Paul Sandeman, Marketing consueling advisor.
Ma effettivamente questo non fornisce alcuna informazione sulla persona, ma solo sul suo ruolo all’interno di un sistema di produzione.
Se il nostro Paul cambiasse la propria occupazione, dovrebbe certamente rifare i suoi biglietti da visita, cosa che io non farei.

Questa è, riassunta, la ragione che mi porta, di fronte alla odiosa e borghesuccia e ipocrita e ben educata domanda: “Di cosa ti occupi?” a rispondere: “principalmente della Roma, ma anche di tette”. Eccomi, sono un terrorista, sono un incendiario, su questo ho le idee chiare.

New York: la città che non dorme mai. Questo è lo spot che sicuramente conoscete tutti. E’ dovuto, per l’idea che mi sono fatto in questi mesi a un paio di fattori: il primo è che la metro è aperta tutta la notte, il secondo è che non dorme mai… perché lavora!
New York è una specie di ultraMilano, dove la gente è capace di dirti senza provare senso del ridicolo che purtroppo questo semestre non sarà disponibile ad alcun incontro, perché molto indaffarata. Attenzione, non sto parlando di donne, di storie, o di cose che presupporrebbero altri fattori di rifiuto (a quel punto, ovviamente, comprensibili). Sto dicendo che una persona è capace di dirti realmente a malincuore, e senza rendersi conto dell’assurdità della cosa, che per il prossimo SEMESTRE sarà troppo impegnata per incontrarsi. Normalmente per meritarsi un ostracismo simile bisogna fare alla persona qualcosa di molto grave. In questo caso la grave afflizione che costringe la persona alla chiusura dei suoi rapporti nei tuoi confronti si chiama “essere busy”.

Ora c’è da dire che io non solo mi considero, ma vengo generalmente considerato anche dagli autoctoni una persona easy-going, che non mi viene al momento una traduzione migliore, ma diciamo che è tipo uno che si adatta facilmente, che dice di si senza problemi, flessibile e con il quale è facile andare d’accordo. Questo mio essere easy-going fa si che io sia principalmente un casalingo: non ho sentito rumore di aspirapolvere (eccetto quello da me stesso azionato) in tre mesi. Ero stato avvertito del resto…
Mi avevano detto che le americane erano tutte zozzone, ma io avevo subito frainteso.

Ogni volta che sentono che sto facendo le pulizie, le mie coinquiline si barricano prudentemente ciascuna in camera sua, restando in assoluto silenzio… in attesa del momento opportuno per dileguarsi, fuggendo precipitosamente dalla porta di sotto!
Così magari capita che io spenga un attimo l’attrezzo, per tirarmi su con le mani sui reni e bestemmiare un poco, e in quel momento senta provenire da sotto un “Tluck!” sordo, seguito da un rumore di rapidi passi in allontanamento.

Ho ancora molti problemi con l’inglese, il ché talvolta ha esiti esilaranti; in generale le parole inglesi più difficili da capire per me, sono quelle che usiamo sempre anche noi, ma con la pronuncia nostra, per esempio qualche sera fa ero ad una festa al loft, e il vecchio Tim mi fa:

- La vedi quella ragazza bionda, col vestito nero?
- si!
- Lei è una "scipa"
- Eh!?
- Una scipa!
- Come!?!?
- Una scipa!
- E che vor di'?
- Lei balla senza i vestiti
- Ahhh... è una stripper! .... UNA STRIPPER!???

Cambiando capitolo, andare così lontano è un modo abbastanza sicuro per mettere dei paletti su quelle che sono le proprie priorità nella propria vita. Non è – e su questo sono sicuro – per snobismo intellettualistico che io guardo la carriera come una volgarità, il denaro come una aspirazione perversa, e l’affermazione, l’arrampicamento sociale (o culturale) come delle bassezze. Non è per questo. E la ragione sta nel tramonto di S’archittu.
Il tramonto in Sardegna è un piccolo momento rituale, che seguo tutti gli anni fermando – in solitudine o in compagnia – qualunque attività. Capita che a quell’ora, fra le otto e le nove, dipende dalla stagione, si stia reidratando il nostro corpo con della birra, dopo la lunga giornata di mare. Io come tutti ormai sapete sono sulla costa ovest, e quindi il sole va a tuffarsi nel mare proprio di fronte a noi. Nelle ciarle che, facile, sono già un poco alterate dal bere, o vanno alterandosi, il momento del tramonto ha quasi tutto del rito. Il rito più antico di tutti, quello della morte e la rinascita del sole. Il nostro parlare s’interrompe di getto, e tutti ci voltiamo, su suggerimento di qualcuno, a contemplare quella sfera incandescente che va a spegnersi nel blu dell’orizzonte, fra strepiti di rosso fuoco, giallo e arancio, che bruciano le nuvole. (Un’americanata, si potrebbe dire).
L’orario sensibilmente diverso quasi ogni giorno, ti ricorda l’incombere del tempo che passa, il suo immemore spingerti verso la fine della vacanza, la fine del mese; è metaforicamente la campana che ti ricorda, a fine giornata e prima della folle notte, un’altra fine, direi più “definitiva”.
Dunque questo tramontare del sole è facilmente approssimabile alla nostra morte, che vediamo ripetersi nel quotidiano, nella stagione, eccetera…
Pensiero della splendida fine di rosso vestita che incendia nuvole e onde, che spinge verso una notte di festa, che sarà parole e confidenze, battute e strepiti, canti e danze e forse anche amore.

Bene, questa dimensione poetica di pensiero sul ripetersi del tempo, di contemplazione delle cose esteriori minime, del nostro tempo interiore, corrispondente o meno a quello della natura, questi momenti lunghi e oziosi e intensi di riflessione sullo scorrimento, microscopico, degli eventi, è la cosa più totalmente, irreversibilmente, irrimediabilmente aliena a questa città, società, tempo, era, cultura, geografia, ideologia, anime, corpi, e quanto più ne hai mettine su.
Il tramonto in Sardegna è una priorità senza prezzo che nessun miraggio (o proposta) di carriera mi spingerà mai ad abbandonare.
Lo sapevo già, non c’era mica bisogno di venirci, fino a qua, per saperlo. Però è una conferma.

Non voglio ora fare l’elenco delle mie priorità, anche perché principalmente sono la natura (e l’ho detto), la Storia, sotto forma di Roma, o di qualche borgo antico a un tiro di schioppo o di week end, e l’uomo, sotto forma delle facce sorridenti degli amici.
Intendo che torno a casa e trovo scritto questo:

14 Gennaio notte: sono al bancone con amici ed arriva un tipo (nerd) e mi dice: "tu sei l'amico di quello con il nome strano!".... gli ho spiegato che si trattava di publio, mio fratello, e lui: "mi disse delle troiate pazzesche" ed io:" va bene tutto, ma stai parlando di mio fratello, per cui abbassa il tono", e lui " no ma..."... "senti, non mi interessa... stai parlando di mio fratello, per cui se non ti levi ora, finisce una cambogia"........ l'hanno portato via a forza, con me che gli dicevo che non doveva permettersi di dire nulla a lu frate mio! ...Amen

Dunque io sono il re fra i re, eletto fra gli eletti, senza pretesa di esclusività, anzi più semo e mejo stamo. Questo dovrei scrivere sul mio biglietto da visita: Publio, persona, concentratore per meriti e fortuna, di belle persone attorno a sé.
 
Una volta avevo circa cinque anni, e stavo andando a Padova in treno. Ero un bambino molto socievole, e così chiacchierai per tutte le lunghe ore del viaggio con dei ragazzi gentili, che oggi potrei dire sui vent'anni. Solo mentre loro si preparavano per scendere, forse verso Bologna, realizzai in un istante e con orrore che non li avrei rivisti mai più. Piansi tantissimo, e cominciai a capire che nella vita le persone vanno e vengono. Oggi, ventitré anni dopo, ancora non accetto minimamente questa legge.

 
22 Gennaio 2012

Memorie Americane #13: alla ricerca di Albano perduta (parte prima)

Quanno ce stette a guera n’Arbania i sordati Tagliani piorno priggioggneri n po’ de sordati Arbanesi.
Mo quissi quanno parlevino ni capissceva gnisuno, allora o Capitano t’ha raddunato tutta a truppa e ha dimannato chi conosceva ssa parlatura. Mo uno d’Arbano ch’era de SanPavelo ce fà: "o capiscio io sor Capitano.” “Allora parlice!”, ce fà o Capitano.
Mo quisso ce comincia a discure, però più parlevino e più n ce capisceva gnente.
“Mà comme ce fà o Capitano, eri ditto che capisscevi l’arbanese?”
“Tenete raggione sor Capitano ma io credevo che quissi erino d’Arbano Arrbano, nvece ssi fregni sarao arrmeno de e Livella!” (quartiere periferico di Albano, antico oliveto)

fonte

 
20 Gennaio 2012

Memorie Americane #12: data la soverchiante affluenza di utenti,credo sia ora di rispolverare una vecchia tecnica sempre efficace,e porre un bel sonetto shakespeariano testé da me medesimo tradotto,onde limitare gli accessi

 

Sonnet VIII

Music to hear, why hear’st thou music sadly?
Sweets with sweets war not, joy delights in joy:
Why lov’st thou that which thou receiv’st not gladly,
Or else receiv’st with pleasure thine annoy?
If the true concord of well-tuned sounds,
By unions married do offend thine ear,
They do but sweetly chide thee, who confounds
In singleness the parts that thou shouldst bear:
Mark how one string sweet husband to another,
Strikes each in each by mutual ordering;
Resembling sire, and child, and happy mother,
Who all in one, one pleasing note do sing:
Whose speechless song being many, seeming one,
Sings this to thee, ‘Thou single wilt prove none’.

*Sonetto VIII

Musica mia qual musica t’attrista?
Dolce nel dolce ha posa, gioia in gioia:
Ami tu forse chi spregia tua vista?
O piacer serbi in ciò che più t’annoia?

Se pieno accordo di temprati suoni
D’arte congiunti il tuo ascoltare offende
Con dolce biasimo in assolo poni
Le tante parti che il coro pretende

Mira, ogni corda all’altra è dolce sposa,
toccata ognuna è in mutua rispondenza,
qual padre al figlio, et ei a madre gioiosa
tutti ad un canto e in unica sequenza:

Cantiamo ad uno in armonia e concerto:
«Ben triste è il solitario e senza merto».

 
18 Gennaio 2012

Memorie Americane #11: poeti, santi e navigatori

 
28 Dicembre 2011

Memorie Americane #10: musicastoria

Sarò nato per strada, e chi se lo ricorda? Mi ricordo solo pozzanghere e sterpi. Di quei giorni là mi ricordo tanta pioggia e poco sole.
E il fango.
C’è gente che dice che gli uomini li hanno cavati fuori dal fango. Per me i poveracci sono fatti solo di muscoli e sangue. E niente altro. I loro muscoli, il sangue, e poi beh la pelle e le ossa, se no come ti reggi? E poi una bella schiena robusta, larga per lavorare come asini. E una zucca vuota.

Non mi ricordo tanto altro: sono nato che il sole secondo me non c’era… per prima cosa che avrò fatto: avrò preso la pala e sarò andato in miniera.
La prima volta me la ricordo: sono andato, ho caricato le sedici tonnellate della giornata, e alla fine il capo del deposito voleva pure essere ringraziato. E che dovevo fare, baciargli le mani? Per la paga intendo. E allora ho già capito come sarebbe stato il resto della storia. Della vita intendo.
Che altro? Ti carichi le sedici tonnellate di carbone da nove, e tutto il resto. E il giorno dopo, lo stesso.

Mia mamma? Non me la ricordo tanto bene. Che ti devo dire, per come sono venuto su non sarà stata una come le altre… sarà stata una leonessa. Una leonessa nera che ringhia, e che mi ha insegnato come si fa a pugni per non farti mettere sotto. E infatti mi ci chiamano Rissa. O Casino, dipende.
Di certo ormai non mi raddrizza una donnetta di quelle per bene… si, di quelle eleganti che usano i profumi e parlano bene. Quelle non fanno per me. Ma tanto nemmeno io faccio per loro.

Quando mi vede passare per strada la gente se la da a gambe… se ne sta da una parte e gira gli occhi. Fanno bene, anzi, fatelo pure voi. Se vi capita d’incontrarmi intendo. Lo sanno tutti che tiro i pugni forte, che sembrano di ferro. E ce n’è di gente che mi si è messa in mezzo, a piantare grane, ma tutti quelli che mi hanno sfidato stai sicuro, ci sono rimasti secchi.
Ho un destro che pare fatto di ferro, l’ho già detto? Ma anche col sinistro non scherzo. Di acciaio, pare fatto.
E stai attento, che se non ti prendo alla prima, sicuro non ti manco alla seconda.

Comunque alla fine di tutto, la vita va così: ti carichi le sedici tonnellate, e che te ne viene? Sei più vecchio di un giorno, e stai più incasinato coi debiti. Del giorno prima, intendo. Ed è così, tutti i giorni.
Dicono che poi alla fine della storia ti chiama San Pietro, e la tua anima se ne va in paradiso.
Ma con me non funziona mica così. Anzi a me non mi chiamasse per niente San Pietro, tanto io l’anima me la sono già dovuta impegnare.
Giù al deposito merci, intendo.

 

Qualcuno dice che l’uomo è fatto di fango
ma un poveraccio è muscoli e sangue
muscoli, sangue, pelle e ossa
una zucca vuota e una schiena forte.

T’incolli cento quintali, e che te ne fai?
Sei un giorno più vecchio e più indebitato
San Pietro non chiamarmi, non posso venire
Ho impegno l’anima al deposito merci.

Sono nato un giorno che il sole non c’era
Ho preso la pala e sono andato in miniera
ho caricato i quintali di carbone da nove
Fine moduloE il capo m’ha detto: “Baciami le mani”.

T’incolli cento quintali, e che te ne fai?
Sei un giorno più vecchio e più indebitato
San Pietro non chiamarmi, non posso venire
Ho impegno l’anima al deposito merci.

Sono nato un mattino che fuori pioveva
Di secondo nome faccio casino e rissa
Mi ha cresciuto in un fosso una vecchia leonessa
E non c’è donna perbene che mi può raddrizzare.

T’incolli cento quintali, e che te ne fai?
Sei un giorno più vecchio e più indebitato
San Pietro non chiamarmi, non posso venire
Ho impegno l’anima al deposito merci.

Se mi vedi arrivare è meglio che te ne vai
Tanti non l’hanno fatto, e tanti sono morti
Ho un pugno di ferro, l’altro di acciaio
Se ti manca il destro
Il sinistro ti piglia.

T’incolli cento quintali, e che te ne fai?
Sei un giorno più vecchio e più indebitato
San Pietro non chiamarmi, non posso venire
Ho impegno l’anima al deposito merci.

 

 

 
19 Dicembre 2011

Memorie Americane #9: sotto forma di meme

 

 
13 Dicembre 2011

Memorie Americane #8: daje de cialtroneria e apericena

osservando questo link mi è venuta una riflessione sull'arte contemporanea... Su quel momento che porta a presenza una estrinsecazione, una estroflessione del sé, del soggetto involto nel pensiero e nell'atto del fuori, che mette in moto una creazione originaria e aurorale dove l'artista pone la sua stessa carne intesa in senso merlaupontiano e cristico a contatto con la Natura, l'elemento acquatico, che per metonimia si fa divenire bruniano-eracliteo, facendosi in questo modo compartecipe della Creazione originaria: la cacata mattutina.

 
12 Dicembre 2011

Memorie Americane #7: punti di vista

una questione di punti di vista...

sono pronto a rinunciare alla paternità di questa immagine nel nome della verità e della relatività

 
01 Dicembre 2011

Memorie Americane #6: il porco e la bilancia

ieri sera, mentre fumavo una sigaretta fuori da un locale, una ragazza coreana mi ha chiesto di che segno sia. Della bilancia - ho risposto io - dice "no, no, dico nell'oroscopo cinese". Ci ho pensato un po', e le ho detto che mi sembrava di ricordare che l'83 fosse l'anno del porco. A quel punto mi ha spiegato che essendo io accoppiata porco-bilancia non potevamo andare d'accordo, per tutta una serie di motivi. In effetti sono d'accordo anche io.. Sta' a vedé che st'oroscopo cinese ce pija?

ps: ad Ariccia facevano fino a qualche tempo fa - ma magari lo fanno ancora - il torneo di peso della porchetta: si tratta di indovinare il peso della porchetta tirandola su con le braccia. Chi più si avvicina vince. Vince la porchetta ovviamente. E il concorso è una cosa seria, e non era affatto truccato, difatti una volta l'ha vinto il papà di Chiara, che è un uomo onesto e probo, e si chiama Aristide.

 

pps: questa postilla per dire che il rapporto fra porco e bilancia, invece, è un felice connubio che, soprattutto nel centro Italia, spopola da tempo.

 
30 Novembre 2011

Memorie Americane #5: dormo tante ore, ma le sfrutto al meglio

Questa notte, alla fine di un lungo e avventuroso sogno, ho incontrato un manipolo di miei cloni, avamposto e difesa della resistenza. Come sono arrivato mi hanno crivellato di colpi. Così in punto di morte, ho capito che non avevano altra scelta: per tutto il tempo ero stato io l'intruso.

 
14 Novembre 2011

Memorie Americane #4: Qualunque sia il futuro, intanto quello è il passato

Dopo aver sconfitto i comunisti, la calvizie e il cancro, è riuscito nell'impresa di sconfiggere anche se stesso. E chiudiamola momentaneamente qua, la questione. 

Io scrivo come si vomita, scrivo come noi pigri andiamo a pisciare: quando proprio non ce la faccio più. Scrivo poco, anche se ho un indubitabile talento esteriore e formale per la scrittura, per la ragione più sana e sensata che ci sia: non ho abbastanza da dire. E detesto profondamente chi si permette di inquinare il sovraffollato mondo dei sedicenti scrittori con osservazioni inessenziali. Se un libro non ci cambia la vita perché mai dovremmo leggerlo?
E’ questa, ahimè, la questione che non si pongono la maggioranza degli scrittori. E dei critici. Quindi finiscono per scrivere non per il bene della letteratura, o per il bene del lettore, ma per puro solipsismo, per esercizio, per mania, per noia, per posa, per inettitudine a tenersele dentro, le cose, a decantare.
Non solo, è chiaro, ma spesso.
Dunque dicevo che scrivo come si vomita, ovvero quando non ce la faccio più a tenermi dentro un brulicare di idee, di mezze frasi, di pensieri o di aneddoti che, quando diventano troppi, so che stanno per finire nel dimenticatoio. E allora scrivo principalmente per svuotare la mente da quell’ingorgo, e poter tornare a fare altro, e in secondo luogo per tentare di ricordare. Non solo in effetti, scrivo anche per me nel futuro, anche se per ora non ho l’abitudine di rileggermi; e scrivo perché chi mi legge possa non sentirsi solo, e magari mettere a fuoco quel bracere di pensieri che ha sempre avuto… e leggerli finalmente in bell’ordine è un benessere.
E un dolore anche, perché l’ha detto un altro.
Per questo, fondamentalmente, l’unica e limitata e limitante forma di scrittura che mi è concessa, è il flusso di pensieri, sotto forma di anarcodiario. Per questo, direi, non sono uno scrittore.
A volte sono solo piccole frasi compiute e perfette, che mi dispiacerebbe dimenticare, anche se sono una infinitesima parte di quelle dette e dimenticate con gli amici, per il troppo vino, perché in questo genere di cose lo scambio è come la merda in un giardino: una mano santa.
Quindi dicevo, possono essere piccole frasi estemporanee e staccate, magari piccole battute come : “sto seguendo una rigida dieta, per 23 ore al giorno”, oppure il titolo di questo stesso post, che arriva dopo 72 ore in cui non ho fatto altro che stare appiccicato a rainews24… alla faccia della mia speranza di disintossicarmi dall’informazione.
Già, perché una mia aspirazione sarebbe riuscire a smettere di guardare i telegiornali (uso questo nome ormai desueto, senza ripercorrere tutta la casistica delle modalità di informazione). E invece non ci riesco, e dopo un po’ ne sento la mancanza come fosse una dose. E dire che non ci capisco mica niente di giornalismo, anzi li odio come corruttori delle anime e della lingua; e non ho nemmeno studiato la politica o l’economia, e non sono in realtà informato, nonostante (o proprio a causa di) tutti i telegiornali.

Non leggo Gomorra, figuriamoci se leggo Travaglio. Non per snobismo ragazzi, per carità di dio, magari i Saviano si moltiplicassero a dismisura, rovesciassero e governassero il mondo… non è questo il punto: è un discorso di arricchimento personale: io so – e non c’è presunzione – che in un libro di Travaglio o di Saviano non ci posso trovare niente che mi cambi la vita. Niente che io non sappia già, non come dato concreto, come numero o come nome (ovviamente), ma come principio, come idea di fondo, come concetto, come metodo. Tutto segue (ed è necessario che sia così, forse, nelle “indagini” non filosofiche o artistiche) la linea maestra della Logica più pura. E quella già lo so come procede, non mi arricchisce… preferisco mangiare spazzatura come un bel film horror post apocalittico, piuttosto che leggere un libro di Travaglio.
Gramsci, Fortini, ecco chi dovrei leggere. Lì so che c’è una quantità di verità, idee allo stato puro, che non hanno nessun bisogno della fattualità attuale per essere vere, per essere feconde. Sempre per restare vicini alla politica, intendo.

Ecco, l’essere feconda è una caratteristica fondamentale e imprescindibile delle mie letture. Devono germogliare, le frasi, come fossero semi che si instillano e fruttificano in mille innesti ibridi e imprevisti.

Sto leggendo ad un ritmo giurassico un libro difficilissimo di Bachtin.

Piccolo inciso: quando leggo un libro difficile e non ci capisco un cazzo, mi faccio coraggio da solo, dicendomi che probabilmente manco tutti gli altri che lo stanno leggendo ci stanno capendo niente. Questo del tutto al di là della veridicità della cosa eh… è solo per rincuorarmi e poter andare avanti.

Dicevo che questo libro di Bachtin, dopo pagine e pagine di quelli che potrebbero sembrare vaniloqui e naufragi nel linguaggio, ha tirato fuori due pagine (la 25 e la 26) che mi hanno cambiato il concetto di letteratura. E non solo, mi hanno riportato alla mente un mio incontro avvenuto nel 2003 con un famoso barbone di Roma, che non ho più dimenticato.

Bene, quel barbone (abbastanza noto per il suo stazionare spesso nei pressi della fontana del Tritone, con la fotocopia gigante della sua carta di identità  appiccicata sopra la testa) dicevo questo barbone che è morto da poco, ho appena saputo che si chiamava Remigio. Fece una sceneggiata simpaticissima in metropolitana, e poi mi prese in simpatia, e mi disse guardandomi dritto dritto negli occhi come solo i pazzi sanno fare, alcune parole sconclusionate, che però suonavano davvero bene.
Così me le appuntai sul libro che stavo leggendo, e alla mia fermata scesi. Stavo andando a trovare la mia fidanzatina di allora, che abitava in Sardegna e si sarebbe trasferita a Roma di lì a poco. Giusto il tempo che mi disamorassi.
Dicevo che quella notte – siamo nell’era pre-ryan air – la passai in traghetto a rimuginare su quelle parole, che suonavano bene perché contraddittorie, difficili, assurde, ma non del tutto insensate. Ma a nemmeno vent’anni era per me davvero impossibile poterne aprire il mistero. Così le riposi in un angolino della memoria, e le lasciai a decantare senza fretta.
Oggi, leggendo Bachtin, ho capito quelle parole. Probabilmente si tratta di una discendenza diretta, e il buon vecchio Remigio le aveva lette, e magari un tempo le aveva comprese… e guardando la mia apertura di spirito che a vent’anni è doverosa, e ti fa di certo partecipare più per il barbone che per la signora dabbene scandalizzata sotto la sua acconciatura… beh mi impose col suo sguardo di non dimenticarle più, e così fu.
Oggi Remigio è un po’ meno morto?
Bisognerebbe chiederlo a lui.

Eccola là: ho perso di nuovo la verve e i ricordi. Avevo qualcosa da dire, e che mentre mi lavavo i denti (di corsa per poter correre a scrivere) mi premeva dentro la pancia e la testa… ma l’ho dimenticata.

Si, il problema è proprio che dopo un po’ che scrivo la testa comincia a liberarsi, ed i pensieri che fino a poco prima erano incastrati, e immobili, mentre i loro simili vengono fissati sulla pagina, cominciano a muoversi, e a scodinzolare dappertutto, e in breve non riesco a focalizzarli più. Decongestionato l’intoppo, gli altri se la svignano chissà dove.

E allora, visto che queste sono comunque le memorie americane, appunto solo due considerazioni. La prima è che qui hanno il coraggio di dire che anche le Marlboro italiane sono migliori… per darvi una idea di come la pensano.
Fra l’altro lo scrocco di sigarette a Publio è una attività che va per la maggiore da queste parti.
E poi la seconda:  ieri sera una donna mi ha chiesto se fossi gay. Ora dico: ma che cosa ti devo rispondere io? No, sei tu che sei una quarantenne pazza e alcolizzata, con tre divorzi alle spalle, e se permetti mi fa schifo l’idea di accettare le tue avances?
Spero di non diventare mai, agli occhi di nessuna donna, così invadente e sgradevole e imbarazzante, con qualche corte avventata e, soprattutto, priva della coscienza dei limiti imposti dalla biologia.

Spero di non diventare napoletano, insomma.

ps: è la prima volta che vivo condividendo una casa con altre persone che non siano i miei amici… Ah, ma quindi è così che funziona? Tutti rubano tutto a tutti?

 

 
10 Novembre 2011

Memorie Americane #3: O la borsa o la vita

E così ora è palese: è l’economia a guidare la politica. Non più tramite finanziamenti o ricatti, ma proprio direttamente salendo al colle per farsi investire. Anzi chiamata a gran voce, invocata come salvatrice della patria, di tutte le patrie. Non piccolo problema: la grande finanza è una delle meno democratiche creazioni umane.
La borsa è nervosa, la borsa è scettica, la borsa è vorace e non conosce pietà, la borsa è indecisa, contraddittoria, oggi si è svegliata male, oggi punisce, oggi non crede, e domani speriamo tutti muti di terrore che si alzi con un umore migliore… saggiare l’umore della borsa ogni mattina, e andare a dormire dopo aver controllato le sue reazioni d’isteria fino all’ultimo minuto.
Ma in mano a quale mostro bifronte e folle ci siamo messi? Se fosse una persona fisica ad avere questi requisiti, ed ogni giorno decidesse i nostri destini, non esiteremmo forse a chiamarlo un pazzo tiranno dittatore spietato? Non saremmo tutti sul piede di guerra, a tramare vendetta e rivolta?

Se la politica garantiva un tempo di fare da argine, anzi regolamentare e indirizzare il potere economico, perché non usurpasse uno dopo l’altro i diritti civili, oggi il braccio di ferro è stravinto, e con desolazione osserviamo come il tappeto rosso si stenda sotto i piedi del Cristo Economista, del Redentore Finanziario.
L’unico sacerdote in grado di placare il mostro onnivoro della Borsa che minaccia sterminio.

L’officiante è scelto.

D’accordo, tutto questo è chiaro come la luce del sole, ma quanti ne hanno altrettanto limpida coscienza? Ora è palese, più di così non potrebbe esserlo: i due partiti si uniscono per eleggere il nuovo capo economo bipartizan.

Chiudo subito questo piccolo diario di oggi, scritto di getto in un momento di sconforto o di lucidità.

Dopo il limbo attendista, lungo quarant’anni, di democrazia cristiana, Caron dimonio d’Arcore ci ha traghettati in un lungo viaggio di vent’anni attraverso l’Acheronte della seconda Repubblica, per sbarcarci, in ultimo, all’inferno senza fine dei demoni terrestri e onnipotenti, nel regno tirannico dell’ economia senza confini.

 
01 Novembre 2011

Memorie Americane #2: From stars to stalls

I balli sardi sono una delle cose più noiose della terra. Anche la musica sarda è veramente di una noia atroce e terrificante, tanto che se vai a una sagra, e magari per modico prezzo sei felice, perché stai mangiando cose buone e bevendo vino in quantità, in una di quelle terribili piazze di cemento grigio che deturpano i paeselli… mentre sei lì sereno e contento, potresti cominciare ad avvertire una inspiegabile inquietudine nascerti dentro e salire fino all’epidermide. Tale fremito tanto velocemente cresce quanto oscura te ne resta la causa. Senza girarci attorno ve lo dico io cos’è: sono gli organetti suonati a razzo che ripetono ossessivamente gli stessi due accordi da un tempo indefinibile. O meglio: per lo meno da quando voi e i vostri amici, due ore e mezzo fa, siete arrivati in quel paese sperduto per la sagra del malloreddus.

Per i primi minuti fanno colore, poi ci si abitua, poi si viene distratti dal cibo e dal bere, ma il nostro labirinto e il nostro ipotalamo nel frattempo sono stati sovresposti e scossi da quella martellante e assurdamente ripetitiva struttura melodica.

Ora però c’è da dire una cosa: a differenza di altri fenomeni di musica popolare, quando dopo cena i vecchi e i bambini si riuniscono a ballare su ballu tundu di fronte alla prodigiosa band (launeddas e organetto come dicevo) al centro della piazza (che la toponomastica locale chiama di solito: sa pratza manna, o sa pratza de sa festa), ebbene loro non stanno manco per niente riesumando una antica tradizione, tramite la mediazione culturale che la rispolvera, la preserva, e la ripropone. Non hanno la coscienza di stare facendo una operazione ‘vintage’ perché tale non è, e men che meno ammiccano con autoironia ad una folkloristica antichità della quale si è letto o sentito. Si balla su ballu sardu in piazza – è chiaro, ogni paese a modo suo – e basta. Vecchi e bambini, perché oggi sono vecchio io e tu sei mio nipotino, sessant’anni fa ero un bambino e ballavo con mio nonno vecchio, il quale centovent’anni fa era un bambino che ballava con suo nonno vecchio. E’ normale, quando c’è la festa.
Non voglio qui fare una elegia o per l’amor d’iddio una graduatoria fra le regioni e fra i fenomeni popolari che si registrano in Italia – ché il popolo è sempre popolo, e le sue abitudini le trasforma più o meno, ma le conserva per millenni anche nelle grandi città – voglio solo dire che mentre mi stavo facendo il caffè, mezz’ora fa, sbirciavo un video di un ottimo gruppo di tarantellari (Uaragnaun) e mi rendevo conto come a ballare sotto al palco (e già il palco che rialza è un codice di separazione fra esecutori e fruitori, così diverso dal concerto di piazza dove pubblico e musicisti sono alla stessa altezza, separati giusto da qualche metro di spazio vuoto) ci fossero esemplari umani diversi. Sotto al palco intravedo ragazze che hanno studiato, agghindate per l’occasione con lunghe gonne bianche e fettucce colorate in vita, come l’etnomusicologia ha raccolto e riportato. Ci scommetterei ragazze studiate, ragazze laureate a Roma o laureande a Milano, che vanno a ballare al ‘concerto’ (anche qui l’importanza delle parole…) con la precisa coscienza di andare a riesumare un rito, con la precisa volontà di rimettere in piedi almeno la forma di quel rito, la cui spontaneità popolare si è interrotta per qualche tempo, ed ora è mesmerizzata e riportata in vita come un cadavere sublime.

Con l’artificio della cultura a sostituire la naturalezza della vitalità.

Questo senso di artificio, questa assenza di “normalità” che invece sopravvive nelle sagre sarde, è ciò che mi spiace della musica popolare attuale: la riproposizione colta e lo studio ne hanno arricchito infinitamente la complessità, la ricerca, la raffinatezza, la varietà, il repertorio, il gusto e l’esecuzione… ma tutto ciò è potuto sorgere – credo – solo sulle macerie della ritualità antica, noiosa, ripetitiva, quasi insopportabile, nella sua autenticità. Ma densa di senso.

Abbiamo trent’anni, e andiamo a ballare in Puglia Puglia Puglia, perché ci piace la tarantella, e prima passiamo una settimanella a cercarci nei negozi vintage quelle gonne stazzonate, quelle camice un po’ ottocentesche, e quelle sciarpine gialle da legare in vita.

La cosa buffa della Sardegna di cui parlo, invece, è che ogni volta che provano a fare una cosa turistica, per sbaglio, per provincialismo o per natura, gli esce una cosa autentica.

Comunque a noi che abbiamo le idee chiare, ce ne frega fino a un certo punto della autenticità e della spontaneità popolare delle sagre sarde, e ci piace più che altro perché quando siamo lì possiamo guardarci attorno e percepire noi stessi in una realtà non posticcia. Mangiare, e bere.

Detto questo ci sentiamo le tarantelle che sono belle, e mandiamo altissimamente a cacare i balli sardi che sfasciano i coglioni.

Dopo questo non breve excursus, mi faccio un altro caffè, e mi avvio a passare più propriamente al secondo diario americano.
Precisazione: mi sono reso conto stamattina che il titolo “Memorie americane” evoca molto da vicino le Lezioni Americane di Calvino. Di questo mi scuso e voglio precisare che non ci avevo assolutamente fatto caso al momento della ideazione, è stata una geminazione spontanea, un caso di citazione involontaria, di sedimentazione incontrollata, deformazione professionale, e altra roba così.

Ma torniamo a noi, alla più scottante attualità, dunque al caffè: era buono.

Fatto il caffè torniamo al titolo: from stars to stalls.

The stars:

Semo tutti boni a fa’ l’artisti se papà, superebreo romano di IV livello, ti compra un superattico nella superBrooklyn da qualche milioncino di dollari. E semo pure tutti democratici, ci scommetto.
Vetrate il luogo di mura, da 80 o più metri d’altezza, a dominare la città… è di quelle viste che ti accecano , che ti fanno rinnegare i tuoi ideali su due piedi, ti lusingano, facendoti sentire importante per riflesso, il riflesso dei vetri che icorpora la tua figura sbiadita su quel panorama di luci. Ti suggerisce patti col diavolo e coi santi, e l’odore dei soldi – quelli veri, quelli tanti – ti insinua un misto di invidia, ammirazione e ribrezzo. Non mi serve molto per capire che fra quei rampolli poco sopra i vent’anni, io sono principalmente l’unico un po’ più sensibilmente oltre i vent’anni, e senza dubbio l’unico figlio di due statali in pensione.
Creativi omosessuali, designer omosessuali, fotografa vegana, fotografa buddista, fotografa non artista ma di reportage che guarda caso guarda un po’ ho proprio qui distrattamente il magazine con le mie foto, identità ebraica da riscoprire, naso aquilino invece che non serve indagare troppo, comunisti della Columbia, 50mila dollari di iscrizione in nome del comunismo, i Cani sono un gran gruppo, rappresentano la mia Roma, lui era mio compagno al Tasso, ma dai me lo devi far conoscere, servono almeno quattro lingue fra cui una orientale altrimenti non sei nessuno, vestiti sciatti del mercatino, diritti dei gay, diritti dei gay di 20 anni che vivono a new york, una barba incolta, sopracciglia incolte, un vino buono, senza coscienza ma con tanta moderazione, senza chitarre, l’ipod a random – voglio pensare non fosse studiato – mixa senza pietà un De André dei primissimi anni alla musica elettronica, astemi molto bohemien, intellettuali in erba senza l’erba, fra due anni un master a Londra, fra tre inizierò un dottorato, fra sette vado a specializzarmi in cinese, io per  quanto mi riguarda non so se alla fine di questo bicchiere passerò al vino bianco o a quello rosso, mortacci vostra e porco dio.

Allora lì m’incazzo un poco per la mia iniziale cedevolezza della carne, e provo quella stessa sensazione che ogni uomo credo conosca: il rancore verso se stessi che insorge per il nostro perdere tempo a chiacchierare con una donna tanto bella quanto ottusa. Quanto immorale.

Ma almeno la bellezza, anche quando vuota come un guscio d’uovo, viene salvata ‘eticamente’ dall’essere un frutto della natura, un merito estrinseco che riposa fuori dal sé, per cui tu puoi pure esse un imbecille con il patentino da imbecille di prima classe, ma se sei una fica vera io ti guardo con l’occhio ammirato che osserva le linci delle nevi o le tigri del Bengala nei documentari, nella naturalezza di una posa di resta o di un passo di caccia. Ecco, non ci può essere immoralità nella stupida bellezza della natura. Non c’è intelligenza – per chi non ci legge intelligenze superiori e coordinatrici – c’è solo la ottusa e sciocca bellezza sublime della Natura. Pensabile, ma non pensata.

Tutto questo per giustificare me e voi quando parlo/parliamo con le fiche vuote come un barattolo.
Grazie, prego.

Qua invece c’è solo la bella luccicanza dei soldi. Diffidare SEMPRE quando troppi soldi albergano in pochissime mani. Diffidare non dei sorrisi o della ospitalità, ché quelle sono quasi di sicuro autentiche e sincere, ma della radice ultima, di fondo, che c’è dietro ogni accumulazione. Famiglia per famiglia, persona per persona, beneficio per beneficio, mano per mano, sangue su sangue.

Non mi regge, però, di fare l’ospite ingrato, e banchetto a quel banchetto senza obbiettare, cogliendo quanto di buono (e anche più di buono) c’è nel sorriso di una riccetta dolce e senza fronzoli, e di una mia omonima anche lei in gamba. Tasso a parte, conosce Matteo, è un ottimo CV.
Ci sarà tempo per spiegare che il giornalismo è nemico dell’umanità.

Se queste sono le stelle, now is the moment of the stalls: dunque di Chaunchey street, nell’altra Brooklyn, quella superschifosa del mio vecchio albergo, ma ancora più verso il Queens… e procedendo di rapidissima a ripidissima carrellata si respira africa, asia, oceania e europa, mille lingue, mille sorrisi, ottima musica, ottimo cibo, ottimo vino, tanto vino, gote rubizze, risate, lingua francese, lingua italiana, lingua inglese sporcata da ogni accento della terra… specialmente dal mio che è veramente impresentabile.
Semplicità, confessioni, cultura senza arrivismo, cultura senza ostentazione, cultura metabolizzata che si nasconde nei gesti e nella attenzione, che si fa divertimento e apertura, senza degradare in proclami, metropolitana che fa tremare tutto il palazzo, musicisti in tournee, que les français sont tout leur! barman in prova, scelte radicali, alterità, rifiuto o accettazioni di altre prospettive, e uno sposalizio più aperto e convinto della causa umana. E del vino. La spontaneità, sembra strano, ma è una conquista.

Mi spiace, le torri mi piacciono, ma preferisco le piazze.
Talvolta anche a costo di dovermi sorbire la musica sarda.

 
27 Ottobre 2011

Memorie americane #1 : Sarà un assorbente che vi seppellirà

Ebbene il blog non è morto! Se tale l’avevate creduto, dannati menagrami, avrete da rimangiarvi l’amaro boccone.
Sono stato impegnato, ecco tutto.
Dunque eccoci senz’altro indugio a incominciare: di lontano arriva a qualunque ora del giorno o della notte - dunque anche precisamente ora - un sottofondo latino americano di quelli che un minuto induce a pensieri negativi sull’esistenza, cinque minuti fanno riconsiderare l’ipotesi di una pandemia come una eventualità non del tutto da scartare, e dopo l’ora fanno accarezzare l’idea di una ricostituzione del partito nazionalsocialista.
Detto questo: se il ciclo femminile ha una insorgenza lunare di circa una volta ogni ventotto giorni – regolarità in più o in meno – il quale dura circa 5 giorni, considerando la presenza di tre esemplari femminili riuniti sotto lo stesso tetto, c’è una probabilità (se non mi inganno) superiore al 60% che uno o più dei suddetti esemplari, abbia il suo periodo. Questo probabilmente spiega, almeno parzialmente, la soverchiante presenza di tampax in ogni angolo della lussuosa abitazione che mi trovo fortunosamente ad occupare a un passo dal parco di Morningside. Tampax nel secchiello del cesso, tampax nel secchione della cucina, scatole formato famiglia calabra anni ’30 in ogni dispensa, che viene da pensare alla scena di Fantozzi che scopre l’infatuazione della moglie per il delicato fornaio-Abatantuono.
La soverchiante presenza femminile non è però nient’affatto sinonimo di una casa splendente, di una cucina raggiante, di vetrate luminose, e quant’altro mai. Quindi il vostro affezionatissimo publio passa più o meno le sue mattinate armato di swipfer tecnologico che è quasi un piacere passarlo, a farsi benvolere e a fare il disperate househusband.
No: nessuna delle tre è chiavabile, se è questo che aspettavate di sapere e già immagino cosa  stavate fantasticando…
“Di che parlate ragazze?” chiedo ieri sera girato di spalle mentre lavo i piatti, nel mio indecoroso inglese. “BOYS!” esclamano all’unisono nemmeno fossimo dentro una soap opera per teen ager… la biondina l’ha data ad un brasiliano ben piazzato il quale è poi proditoriamente sparito. Provo a farle intendere qualcosa sull’universo maschile e sull’importanza dell’indipendenza della donna, sui vili giochi di potere e di strategismo sentimentale, ma poi non ho cuore di insistere, e piuttosto mi dedico con insistenza a scrostare le lenticchie messicane dal pentolone.
Ebbene non ti puoi rendere conto di quanto sei figlio di tua madre fin quando non ti trovi a dover vivere con ragazzi stranieri che, dell’igiene, non fanno esattamente la loro priorità esistenziale.

Detto ciò vale la pena di passare ai miei vagabondaggi, fisici e mentali, nella grande mela. Per inciso: probabilmente la grande mela è costituita da tutte le piccole mele dei mac messe insieme, che qui pare che te li infilino come omaggi nei sacchi della spesa assieme alla busta di cartone.

Mentre tornavo a casa ieri sera, carico della mia prima spesa, bestemmiando ad ogni passo le bretelline dei sacchetti che mi scivolavano sull’interno dei gomiti, occhieggiavo nel parco lì accanto, ed ho visto una scena surreale che mi ha fatto immediatamente pensare al buon Giulio, animo e spirito da regista e narratore: c’era questo negrone gigantesco dall’età indefinibile dato il buio, che giocava da solo nel campo di basket. Simulava stoppate e finte, dribblando avversari tanto immaginari ma non per questo meno temibili. Ciò che mi ha colpito era che, nella luce scarsissima che pure l’illuminava, si distingueva un abbigliamento che definirlo improbabile è fargli un favore: una camicia chiara e dei pantaloni simil-eleganti, di quelli molto abbondanti e larghi, con la vita altissima… come quelli che compaiono nelle foto anni ’30 delle famiglie allargate di Harlem… non so se avete presente, con quelle pieghe stazzonate, e larghissimi sul sederone. Ecco: questo tipo giocava da solo, al buio, vestito così.

E faceva tantissime doppie.

Un’altra scena da non dimenticare, e che devo fissare su una pagina, mi si è presentata circa una settimana fa, mentre cercavo un posto dove fumare la mia sigaretta in grazia di dio. Non si sa se dio sia un fumatore, ma io ce lo vedo con la parte centrale dei baffi schiarita e giallastra dal vizio, perpetuato – questo è chiaro - nei secoli e i millenni.
Teologia a parte: il palazzo di Irene, santa donna e amica impareggiabile, che mi ha dato alloggio per la mia seconda settimana di  vagabondaggi, è una elegante residenza per ricercatori della Columbia, e somiglia ad un albergo di lusso, con portiere in livrea e porte girevoli in legno massiccio.
“Dove posso andare a fumare?” “C’è una terrazza al sedicesimo piano, non ci sono mai stata ma dicono sia molto bella”. Volo, e mi ritrovo sul tetto con una vista mozzafiato su Gotham city (si, senza girarci attorno: New York di notte è Gotham city). Ma fin qui niente di strano, l’atmosfera oltre alla vista su tutta la città era data da questo lussuosissimo ristorante all’aperto, che giaceva come un cadavere abbandonato.
Tavoli in vimini, in ferro battuto bianco, tanto costosi quanto kitsch, dondoli di ottima fattura che andavano arrugginendosi, cuscini bellissimi e sbiaditi, e puttini nell’atto di versare cornucopie in fontanelle piene di piante che, non più curate da qualche tempo, in alcune zone serpeggiavano selvagge e rigogliose, mentre altrove languivano, in attesa della crudele imminente morte invernale.
Tutto era rimasto al suo posto, nel non proprio originale mix di lusso e decadenza, in uno scenario che suggeriva l’apocalisse… non so, una pestilenza letale e improvvisa, tale da annientare l’umanità, e farmi sentire l’unico testimone. So che vi sembrerà esagerato, ma non vogliate leggerci autocompiacimento, ve ne prego: sono certo che avreste avuto la stessa sensazione.
Solo le luci di emergenza illuminavano tutto di una luce tenue e smorta, mentre i faretti colorati, ormai quasi tutti scollegati o fulminati, se ne stavano immobili come lapidi… Chiaramente mi sono messo a curiosare ovunque, e con la sigaretta in mano, pigiama e cappotto, mi aggiravo fra questi oggetti come fossero lapidi, immaginando i ricchissimi avventori in abito da sera che, fino a qualche mese prima, a quell’ora riempivano quel locale così esclusivo, spendendo mazzetti di dollari.
Scivolando fra ferri battuti, vasi con piante rovesciati dal vento furioso di questi giorni, e pacchianaggini varie, passando oltre le celle frigorifere, e le cucine abbandonate e buie… e così camminando mi sono ritrovato nel punto focale di questa esclusivissima location… una specie di capanno chiuso, che si ergeva al centro della terrazza, tutto in vetro, in stile finto antico un po’ come le serre negli orti botanici inglesi… tetto e pareti in vetro, e listelle di ferro bianco a reggere la struttura. Qui mi sono fermato a guardare: i tavoli ampi e tondi, in legno massiccio, mai rigovernati, con le tovaglie bianche madreperla appallottolate su.
Il buio ovunque, a suggerire solo le sagome e i contorni, eccezion fatta per una piccola lampada da studiolo, accesa e puntata sulla scrivania che, probabilmente, fino a qualche tempo fa era stata la cassa. E lì il dettaglio commovente, tanto sembrava studiato e finto e stereotipato e comunicativo… Illuminata come da un occhio di bue c’era una bottiglia di brandy vuota, e lì vicino un bicchierino, di quelli da Manhattan, corto e con la coppa conica  e svasata. E lì dentro l’ultimo dito di brandy ambrato e mai finito.
E’ come se questo piccolo dettaglio avesse materializzato davanti ai miei occhi il proprietario, nell’ultima notte dopo chiusura, il quale dopo aver esaminato i conti in rosso, distrutto dai debiti, se ne stava a contemplare l’ultimo sfolgorante sfacelo del suo locale… e lo vedevo come se fosse lì davanti a me, a prendere l’ultima bottiglia pregiata rimasta nel locale, e berla da solo, nelle lunghe ore della notte, guardando attorno a sé il suo fallimento, con composta e ubriaca disperazione. E quel dettaglio, dell’ultimo dito che non è riuscito a mandare giù, la dice lunga, oh se la dice lunga, su quanto deve averne tracannato fino ad esserne pieno, quell’omone corpulento, mentre ricordava i fasti che – senza dubbio – avevano animato quello stesso luogo e quegli stessi oggetti.

Ecco, probabilmente questa è stata la mia sigaretta più evocativa degli ultimi anni, nel senso letterale del termine.

Ora ne approfitto per leggere un po’, ché la musica latino americana pare proprio abbia concesso una tregua…

Ps: comunque non c’è cosa più americana degli americani

 
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