31 Gennaio 2012

Memorie Americane #16: pane, amore, fantasia e rivoluzione

Spero saremo tutti d’accordo nell’affermare che la metropolitana è un luogo abbastanza disgustoso. Non parlo in senso metaforico, politico o vattelapesca. Parlo proprio in senso letterale: si tende sempre a toccare il meno possibile, avvertiamo l’appiccicarsi sulla pelle di sporcizia, sudori e luridume altrui, odoriamo puzze d’ogni sorta, ci sediamo quantomeno con circospezione e sospetto, mentre il tutto avviene in una promiscuità fisica generalmente repellente.

Ora detto ciò, tempo fa provai una gran sorpresa nel vedere un ragazzo più o meno sui trent’anni, dall’aria tutt’altro che disperata, la barba importante, un look non ricercato, ma nemmeno sintomo di povertà o disagio… Ebbene – che poi mi scordo le cose – provai una gran sorpresa nel vederlo in piedi, appoggiato ad una porta scorrevole, sul lato opposto a quello che si andava aprendo ad ogni fermata, starsene lì, a consumare placidamente il suo pasto. Era un orario improbabile, come potrebbero essere le 23:30 o le 18… La vaschetta bianca in plastica rigida o di polistirolo espanso, tradivano l’origine del cibo stesso: una di quelle cose micidiali vendute dai baracchini ad ogni angolo della città. Degli strambi misti fra cous cous, cibo nord africano e orientale, riso, carne, spezie e fritture d’ogni sorta. Un cibo etnico ma ultracaloricizzato, fritto e unto, dai mille indistinguibili sapori, di certo saporito, su misura di stelle e strisce, insomma.
La grande sorpresa che provai non era però data dal contenuto, ché ognuno mangia quello che gli pare, e secondo la scolastica (ma non certo secondo me) de gustibus non est disputandum.
Ecco la mia grande sorpresa derivava per l’appunto non dall’oggetto, ma dal complemento di modo: come diavolo si fa a consumare il cibo in piedi, quindi scomodo, in un orario randomico, nel luogo tendenzialmente più disgustoso e meno salubre di ogni città? Come si fa a gioire del cibo, se lo si mangia da soli, in piedi, in metropolitana?
Lì per lì, ero arrivato da un mesetto credo, sospesi il giudizio, ché tutto era nuovo, e come spesso mi accorgo che accade, sistemai questo ricordo in un cassetto della memoria, a stagionare…

Mi è tornato in mente poco fa, mentre osservavo distrattamente i colleghi di una mia amica, intenti in una specie di riunione di gruppo di lavoro, in un ambiente comune alla facoltà di giornalismo… Io stavo studiando cose difficilissime, quindi non capendoci un cazzo, mi distraevo, lasciando vagabondare lo sguardo attorno a me, attardandomi oziosamente sui particolari apparentemente più insignificanti.
Quando ecco uno di questi colleghi si alza dal suo posto, e dopo un paio di minuti ricompare con una insalata in una vaschetta di plastica, presa al bar adiacente, e fra una chiacchiera e l’altra, comincia a mangiare. Vorrei premettere che si trattava circa di un’ora fa, dunque le 17:30 circa.
Con mia grande sorpresa ho provato, nonostante la fame che in realtà ho ancora, un certo moto di repulsa per quella insalata in plastica… e non per la plastica o per la dozzinalità del pasto, ché davvero su questo sospenderei con noncuranza il giudizio. Sono contrarissimo al manicarettismo da gourmet, alla specialità a tutti i costi, alla ossessione per la salubrità e la ricercatezza.
E allora da dove era venuta questa sensazione di repulsa? Perché questo immotivato astio verso la persona e il gesto?

In un baleno mi è tornato in mente il ricordo del tizio in metro, che nel tempo è diventato solo uno dei tanti, fra pezzi di pizza, panini, insalate, zuppe (ZUPPE!!!), e via dicendo…

E ho capito: quel che non sopporto degli americani è che loro non mangiano. Non cucinano, non hanno un pranzo e una cena. Gli americani si nutrono. Ed in questo gesto c’è tutto il ritorno all’animalità, tutto il riduzionismo dell’uomo alle sue funzioni biologiche, meccaniche se preferite, se siete di quelli che gli animali non vanno usati come paragone… ma poi sti cazzi, se siete di quelli che non capiscono i linguaggi andate a leggervi qualche altra cosa. Questo è il ritorno alla animalità primitiva, che delizia e atterrisce in una tigre, che è la bellezza della natura quando vive nell’assalto fiero e vuoto di un felino alla sua preda, ma  che altrettanto è disgustoso e ributtante in un uomo.

Nel loro nutrirsi, come un serbatoio che fa nuovamente benzina, come l’animale lascia cadere le feci mentre cammina, alberga lo spettro della perdita della civiltà che aleggia sui nostri tempi.
La perdita della storia, del senso rituale - non ultraterreno ma tutto umano - di comunità, la perdita della scansione del tempo che unisce gli uomini nei due momenti del giorno, della convivialità sacra, della plasmazione del mondo… tutto questo aleggia come un fantasma in questi gesti di vuota ricarica, di ottusa bestialità senza coscienza. E’ lo spettro del futuro ritorno dell’ uomo bestia.
C’è in lui l’occhio vuoto e bovino dell’animale, che rumina, dorme, defeca e si accoppia con l’indifferenza della propagazione biologica.

Quasi la stessa cosa mi era venuta a dar noia stamattina – segno che sotterraneamente, l’idea, era ormai matura - durante una lezione: osservavo una di quelle sorta di borracce fashion che qui tutti usano per portarsi appresso generalmente l’acqua, o chissà quale altra porcheria. Ma ripeto, non è l’oggetto ad urtare la mia sensibilità, quanto una forma che racchiude una sostanza… la allude, la metaforizza, la incarna.

La borraccia portata con sé, pensai stamani non in termini così chiari, è l’emblema della riduzione dell’uomo alle sue necessità biologico-meccaniche, non è il bere, è la reidratazione.
E’ quel che adombra e allude all’impossibilità di prendersi 5 minuti per andare a farsi fare una spremuta d’arancia (o anche una merdosissima coca cola) al bar del primo piano. E’ l’assenza di tempo nella catena di montaggio, sono le pause toilette cronometrate  dal caporeparto, sono i cessi utilizzabili solo a ricreazione… Sono queste amputazioni di libertà non più imposte, ma scelte. Calate nel profondissimo dell’io.

La civilizzazione, così come ogni conquista dell’umanità, non è mai definitiva, mai stabilizzata, e la regressione nella barbarie è sempre dietro l’angolo. E non si sbandieri sempre e solo l’ordinata squadriglia della Gestapo, non si aspetti di arrivare a queste dimensioni per vedere il marcio… si cominci, per dio, ad osservare le crepe nei piccoli dettagli, nelle piccole perdite quotidiane.
Si cerchi, sempre e comunque, la preveggenza.

Mi è venuta in mente, poco fa, la mia amica cosmopolita Johanna, che ho conosciuto solo di sfuggita, anni fa. Mi raccontava che quando viveva in Tailandia la giornata delle donne era occupata per almeno sei ore al giorno dalla raccolta degli ingredienti, ed il susseguente organizzarli, mischiarli, cucinarli.
Era il rito che teneva occupate tutte le donne del villaggio, fra piccoli gesti, comunicazione, riempimento di senso, rapporto con la materia e sua trasformazione, gesto d’amore verso figli e mariti, senso di aggregazione e cooperazione sociale.
All’opposto delle millenarie tradizioni Tailandesi o Africane o Mediterranee, c’è la disgregazione della società fra individuo e individuo nell’ultracapitalismo contemporaneo niuiorchese, c’è la cesura netta e irrimediabile fra l’uomo e la materia grezza del frutto naturale, fra l’uomo e la coscienza della materia, della trasformazione di ciò che è dato in “altro”, nel frutto diretto del suo lavoro, della sua lima, della sua arte, del perpetuarsi di insegnamenti antichi, c’è la scomparsa della socialità, della scansione collettiva del tempo della vita, della cooperazione che rende l’altro nostro amico e specchio, e non estraneo.

Ora, prima di chiudere questa filippica, aperta da un cestino in plastica rigida bianca, vorrei puntualizzare che io non sono figlio di una classica famiglia italiana, e vorrei pregare chi legge di non confondere questo stupore e questo ribrezzo per quello dell’italiano medio, che celebra il rito dei pasti da generazioni come un momento sacro, preceduto dalla preghiera, tutti assieme. Altrimenti sarebbe solo una (magari anche saggia) forma di provincialismo.
E’ proprio perché la mia famiglia, nella figura di mia madre, con un certo snobismo femminista-intellettuale anni ’70, mi ha provato ad educare nel disprezzo della lunga preparazione del cibo, delle grandi abbuffate, come una cosa di nessun importanza, senza cerebro, da panze piene e cervello vuoto.
Errore frutto dei tempi, magari un comprensibile eccesso di reazione.
Grazie a dio questa resina ideologica completamente idiota e cieca non ha attecchito manco un po’ su di me, e di contro sono riuscito con mia grande sorpresa, negli ultimi dieci anni, ad invertire la loro tendenza, tanto che adesso cooperano felicemente sperimentando piatti diversi come una giovane coppietta… senza mai l’ossessione della matrona romana che deve mangiare fino a quando lo permette il piloro. No, direi piuttosto con un sereno relax pensionato, con misura, con risultati alterni, ma con uno spirito direi sano.

Ecco no, io non sono direttamente figlio di quella cultura tipicamente italiana che pone come un assunto il momento dei pasti quale occasione sacra.
Penso di aver mangiato da solo più del 60% dei pasti della mia vita.
Ho dovuto reimparare tutto, credo.

Quindi qui non si vuole fare un discorso di costume. Qui si parla del movimento della Storia, dei suoi sinistri preannunciamenti, e della riduzione dell’uomo a macchina e funzione, della regressione della cultura demiurgica ai bisogni primari, del ritorno all’uomo-bestia inconsapevole, senza pensiero, e quindi tristemente senza gioia.

Insomma via: normalmente dopo i primi mesi smettiamo di cacarci addosso, e pure se qualche volta sarà capitato a tutti di dover cacare dietro un cespuglio beh,  solitamente, per dio, usiamo il cesso!

8 commenti

Vai alla home di questo BLOG Segnala un abuso nel post

Studenti.it Iscriviti alla community di Studenti.it Segnala un abuso Crea il tuo blog Foto Vip
© BanzaiMedia | Community | Tutti i video | Testi canzoni | Cinema e Film | Aiuto e supporto