I messaggi di Febbraio 2009

22 Febbraio 2009

La massima delle 4:00

"Tranquillo ***, io ho capito una cosa: dentro ogni ragazza di trent'anni se ne nascondono due di quindici"

 
18 Febbraio 2009

La vera catastrofe della modernità non è un crollo verticale e improvviso, ma sta nel ripresentarsi incessante del sempre-uguale

 

 
17 Febbraio 2009

Il Partito Democratico

Il partito democratico è un po' come re mida, tutto ciò che tocca diventa merda.

 
11 Febbraio 2009

Non ho paura tanto della morte in sé, quanto dei suoi effetti

Questo non sarà un post divertente. Cioè, il titolo è divertente, tutto il resto è magone e banalità. Chiuso? No? Bene, io vado avanti.
Il seguente post è ottenuto miscelando le impressioni mie, quelle di una signora torinese molto simpatica, e quelle di David, un amico ingegnere astronautico dell’ESA (la Nasa europea). Allora, partiamo dal fatto che io non ho veramente per niente paura di volare. Sono abituato a prendere spesso l’aereo, nel 2009 è già la terza volta. Solitamente dormo, e mi risveglio quando l’hostess mi dice di raddrizzare il sedile, oppure col sussulto dell’atterraggio.
Oggi tornavo da Torino, splendida giornata di sole, ma appena saliti a bordo viene comunicato che da lì a Roma c’è brutto tempo, mantenere le cinture allacciate e bla bla bla. Io ieri ho fatto le 4, mi son alzato alle 8, svengo in capo a tre minuti da quando prendo posto a sedere. Ho una brutta sensazione, ma da razionalista quale so essere non gli do alcun peso: dormicchio, poi gli scossoni mi risvegliano di soprassalto, ma il sonno è troppo, mi riaddormento, mi risveglio di colpo… sempre con un briciolo d’ansia, e così fino a roma. Svegliato (come detto) dalla hostess che mi dice di raddrizzà il cazzo di sedile vigilo a stento: è tutto grigio. Sui televisorini c’è la mappetta dell’italia con l’itinerario del volo, ed indica che abbiamo superato Roma, e puntiamo verso Napoli… poco male, sarà semplicemente la pista occupata. Infatti. Poi viriamo, e puntiamo il mare per un bel pezzo… è nuvolosissimo, e in capo a breve non si vede più niente. Non capisco perché: a quanto ne so io il passaggio attraverso le nuvole è sempre breve, e in pochi istanti si è sopra… invece continuiamo a ballonzolare fortemente all’interno di una coltre scura e opaca. Un lampo abbagliante all’improvviso colpisce l’ala sinistra, ed illumina tutto l’interno la fusoliera. Lo scossone è tremendo, e io che sono proprio sull’ala resto pietrificato. L’aereo barcolla, mette i motori al massimo e punta verso l’alto. Reggerà? Io sono una statua, ho distolto lo sguardo dall’ala per paura che gli occhi vedano qualcosa che non va. Attorno a me le reazioni più disparate. Una signora continua a tenere il libro in mano. Di sale. Delle persone più avanti lanciano qualche grido. Reggerà? Io penso che c’è possibilità di morire, e guardo sotto di me gli sprazzi di mare, lontanissimo, mentre l’aereo sussurra molto instabile. Mi guardo attorno, e la fusoliera sembra strettissima, sembra una prigione da cui è veramente impossibile uscire con le proprie forze. La turbina del motore si è ghiacciata completamente, ed è ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio. Secondo me è ferma. Ma si vola eccome con un motore solo, quello che mi domando come una martellata pneumatica nel cervello è Reggerà? So che gli aerei sono fatti per resistere ai fulmini, per assorbirli, l’ho visto in un documentario… In quel documentario rivedo l’immagine di un pezzetto di ala bruciacchiato. “Ci ha colpito un fulmine” diceva il pilota mentre indicava un pezzetto di ala squagliata… più o meno il diametro che fai con la mano quando congiungi pollice e indice. E se non fosse stato un fulmine? E se il lampo fosse venuto dall’interno? In tal caso saltiamo in aria. Sicuro. Ma proprio io cazzo, chi l’avrebbe mai detto. Reggerà questo trabiccolo? Il volo è più instabile che mai, ed io sono ancora pietrificato, ho il cuore che pompa all’impazzata, una sensazione di calore alle tempie, e le mani che sudano freddo tanto da essere fradice. Attorno a me non distinguo niente, ma c’è chi si lamenta, chi grida, chi prova a parlare ma emette suoni inarticolati… Comunque molto più composti di quanto non immaginassi. Le hostess vengono chiamate a ripetizione ma non vengono. Una idiota sulla cinquantina “Ma è stato un piccione?”. Certo, un piccione a milleottocento metri di quota, che quando esplode nella turbina emette una scarica elettrica che abbaglia un intera fusoliera. Beata la gente che non capisce un cazzo. Mi rode il culo pensare che morirò proprio allo stesso modo di questa marmaglia. I nostri corpi si fonderanno, che ingiustizia. Un grosso cretino torinese è quello che perde di più la calma. L’avevo già visto nell’autobus, aveva fatto tardi ed era salito davanti a me, scarpe pitonate bianche con allacciatura laterale, faccia da grosso ebete, e frasi di una stupidità sorprendente. La stupidità è un concetto a tutto tondo, permea ogni azione, e ovviamente ogni reazione.
Ma in quegli istanti, se permettete, non son stato a guardare né sentire le reazioni altrui, c’era il vuoto attorno, e ho pensato per immagini. Ho pensato velocemente, come in un sogno, a quella fusoliera che sembrava così solida e ordinata, squarciata come carta velina, come si vede al telegiornale, dilaniata in un istante dall’esplosione che quasi attendevo. Ho immaginato l’ultima immagine che avrei visto, il fuoco invadere tutto in un baleno, e carbonizzarci. Ho pensato che l’esplosione del motore si sarebbe propagata ad una velocità disarmante, e sarebbe stata la mia ultima immagine. Non ho pregato. Non ci ho pensato nemmeno, non si cambiano le carte a partita in corso. Non è leale. Questa frase mi viene in mente adesso, ed è di Primo Levi. No, non voglio paragonare la mia misera esperienza al lager, ma il principio è corretto, e non cambia. Onore infinito a lui che gli tenne fede in condizioni tanto estreme. Ho pensato al mio corpo dilaniato. Io gli voglio bene al mio corpo, e mi guardavo il petto e le gambe, e le immaginavo martoriate. Mi sono detto che seppure fossi sopravvissuto, sfilacciato e reso larva, forse avrei preferito definitivamente morire. Sul colpo insomma. Ma ovviamente prima e contemporaneamente a tutto ciò ho pensato alle persone cui voglio bene. Ho pensato alla mia ultima ragazza, a quanto sarebbe stata triste, a mia madre e mio padre, che sono sempre contenti, almeno credo, quando parto e vado in giro per il mondo. Ho pensato ai miei amici, a quelli che lasciavo, e quelli da cui tornavo. Ho pensato poi con forza inattesa a tutto quello che non avrei mai potuto fare, alle promesse che non avrei mantenuto, alle persone che non avrei mai potuto conoscere. Ho pensato alla scarsa importanza del vestiario, al libro che non avrei mai scritto, e a tutte le cose belle che mi hanno pronosticato (e cui avevo voluto credere), e al fatto che c’era la concreta possibilità che tutto finisse lì. E finisse nel giro di un attimo, perché so che gli aerei se esplodono lo fanno in un baleno. Ho guardato l’azzurro del mare, e nel frattempo scrutavo l’ala, cercando di far sì che il mio sguardo fosse il più potente che mai, ed ogni senso si irrigidiva cercando di cogliere ogni rumore come un presagio.
Cercavo il buco della frittura da fulmine, ma non l’ho trovato. Cercavo, sperando di non trovarlo, i segni del fuoco. Niente.
Poi l’aereo si è riabbassato, ed ho visto la costa. Una colata di piombo fuso è scesa giù dal petto, in pancia, e poi si è disciolta prima ancora che atterrassimo. Non ho detto una parola per un bel po’. Ho scritto un sms a mia madre e uno a Gianluca.

Quel che è successo ve lo dico in breve. Traffico sulle piste, l’aereo deve risalire, il pilota sbaglia, e si tiene ad una quota troppo bassa. Un fulmine colpisce l’ala proprio sul motore. Gli aerei sono fatti per assorbirli, ma se prende la fusoliera non succede niente, più prende vicino all’ala, più c’è il rischio di danni. Il fulmine frigge il motore sinistro. Il pilota si rende conto della cazzata, e continua solo col destro, riportandosi in tutta fretta ad alta quota. Da lì riscende, con un motore solo, su una pista coperta di grandine e due dita d’acqua.

Ho fatto tutto come se niente fosse. Tranne una cosa: mentre uscivo ho guardato le hostess spaurite con una smorfia di sfida: “io lo so che voi sapete. Io anche ho capito. E ho capito che non ci avete detto un cazzo, ma che sapevate tutto. Bene, anche io so.” Poi sono sceso, ho toccato terra, e ho perso le energie. Pilota automatico. Ho ritirato il bagaglio, ho mandato messaggi, sono andato all’università, dove ero molto imbarazzato pensando che se anche un decimo del mio stato d’animo fosse trapelato sulla mia faccia avrei fatto davvero una pessima figura. “Ciao publio! Ti vedo in forma” “eh già”. “Ciao publio come va?” “eh, mica tanto bene!” “eh mamma mia che risposta, come sei negativo, che ti sarà mai successo… guarda, dopo sta risposta me ne vado a studiare”. Avevo bisogno di parlare Clea vai a fanculo. “Ciao publio, come va? Ci siamo conosciuti anni fa all’esame di storia…” “ah… eh? Si, bhe, non mi lamento…”. Ho un po’ voglia di piangere. “Ciao publio, come va?” sguardo perplesso. “Poteva andà peggio” sorriso e sarcasmo, a parziale beneficio di me stesso.

 
05 Febbraio 2009

Due ragioni per amare l'essere umano

L'oboe e il formaggio stagionato.

ps: parto, ci si ritrova fra un po'che devo andà a mette a soqquadro il piemonte

 
02 Febbraio 2009

Niente di più avvilente

che parlare di servitù allo schiavo che difende ostinatamente i suoi padroni.

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